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Più distratti, più liberi

Siamo tutti nel mirino del neo-conformismo nazionale.
Soggetti a videosorveglianza a largo raggio, ma provate a richiedere gli scatti quale parte lesa di reati di strada – impossibile ottenerli se non si hanno santi in paradiso.
Le immagini della nostra vita sociale sono monopolio del potere.
Meno conformi erano gli anni 60 e 70.
Spesso la DISTRAZIONE era d’obbligo, non si spaccava il capello in quattro, su molte difformità si soprassedeva, e non c’era la videosorveglianza.
Eravamo un Paese tra i più tolleranti – non certo in teoria, ma nei fatti e malgrado tutto: governi dc, gli anatemi vaticani, il maschilismo.
Il lavorio approssimativo del cervello non ostruito da memorie digitali lasciava spazio a slanci creativi.
Ancora qualche difetto si convertiva in pregio.
E i turisti ci amavano anche per questa strambezza.
Gran parte della mia generazione contrastava, beninteso, questo doppio binario, non voleva una libertà per distrazione, ma lottava per una EMANCIPAZIONE vera dell’intera società.
Sono prevenuto: qualche flash di nostalgia può far velo alla storia di quegli anni.
Ma sembra comunque nei fatti un’era astronomica fa.
Con il PERBENISMO dei nouveaux riches, “lo vuole l’Europa” in tutte le salse, il becero razzismo leghista, il doppiofondo morale di Berlusconi, il Belpaese ha cambiato pelle.
Conserva i vizi, ma soffoca la libertà random (fuori dagli schemi) – alla faccia della privacy, mira a controllare anche il privato.
La libertà oggi abbonda, ma è quella della grossa cilindrata, del costruttore senza lacci e lacciuoli, del faccendiere amico del politico.
In crisi il DIRITTO ALLA DIFFERENZA.
Bisogna vergognarsi per non voler inquinare/si, come nel caso della famiglia nel bosco.
Meglio di tutti, Thoreau in Walden ne spiegava il senso.
Andai nei boschi perchè desideravo vivere con saggezza.. succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita, e non scoprire in punto di morte che non avevo vissuto“.
Thoreau ricercava una verità alternativa da diffondere come risultato della sua esperienza tutt’altro che misantropica.
E si vuole negare quella libertà in un’epoca che rischia di essere terminale?

Prendiamo il recente allarme a Sasso di Castalda per i cavalli inselvatichiti.
In altri Paesi la presenza di cavalli selvaggi è un plus di bellezza.
I MUSTANG sono un rimedio all’aridita’ sopraggiunta nel West dopo la cacciata dei nativi e dei bisonti.
Sono popolari, un segno conclamato di orgoglio yankee.
Ed il valore di case e terreni aumenta in loro presenza. (Fonte: Wikipedia)
Si spera che a Sasso di Castalda l’ideologia para-turistica (ed invece il turismo ricerca l’originalità!) non detti legge, come ahinoi avvenuto per i SASSI al plurale.
Non di orsi o lupi alle soglie di casa si tratta, ma di erbivori.
Gestire animali vaganti in un contesto dove la tubercolosi bovina non è stata ancora superata” è per il sindaco Nardo una emergenza “federale” (come direbbe Trump). Mi smentisca se ho male inteso.
E’ chiaro che, con lo straripare degli insediamenti umani, gli animali in libertà sono ad alto rischio.
(Una minaccia maggiore rimane comunque la canna del fucile, come nel caso dei poveri cinghiali che nessuno più difende. Si prepara per loro l’ecocidio subito dai lupi).
Vanno quindi aiutati, diversamente dal passato quando andavano lasciati solo in pace.
Ma è questa cultura dell’allarme sociale che stona.
Si tira fuori il jolly dell’epidemia (o per carità del benessere dei bambini – vedi sopra – o dei posti di lavoro – vedi siderurgia), e la partita è vinta, sempre a danno dell’ambiente.
Sono totem che segnano ormai tutte le scelte pubbliche, a favore di lobby ben note.
Dimenticavo il pericolo dell’Orso Russo, che suggella ormai la deviazione di risorse dalla transizione ecologica a quella guerresca.
Poco lavoro mentale (diplomatico), fiumi di introiti e benemerenze.
Così, con un atout alla volta giocato contro la democrazia, perdiamo la sovranità, anche sul nostro corpo, e ci vendichiamo col mezzuccio di non andare a votare. Non vi è ancora stato l’avvento di “1984“, ma ormai, profetico Orwell, ci siamo.

Stefano Matera
Stefano Matera
La mia fatica di Sisifo è stata occuparmi da sempre del fenomeno lingue. Le ho studiate in Germania e Irlanda, per poi lavorare come traduttore. Con tutta l'ammirazione per le virtù del medium, non sarò mai un giornalista, di quelli che dicono della loro professione: "Meglio che lavorare". Non fa per me la separazione ipocrita di fatti e opinioni. Credo nella dialettica e nei dialetti, nella laboriosità del pensiero lento. La forma è contenuto, e si lascia cesellare fino a dare il più grande risalto alle idee che, si spera, hanno in sé la verve per salvarci. Ci vorrà del lavoro a riempire il baratro di apatia in cui è precipitato il pensiero.
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