Cosa c’entrano la Premiata forneria Marconi , Fjodor Dostojevskj e il noto brano musicale “Impressioni di settembre’’ (scritto da Mogol, Mussida e Pagani) un regista visionario come Jules Le Jour e la tragedia di un “uomo ridicolo’’, sballottato tra una nota, una parola e un rovescio temporalesco che scarica energia sul palco della vita?

C’entrano, eccome, a leggere e a commentare le parole della canzone, con un Franz Di Cioccio che a quasi 70 anni dispensa energia sotto le cateratte del cielo e fa rizzare i capelli al noto scrittore russo che tra ironia e commiserazione aveva tracciato la linea di passaggio verso una società nuova.

A cimentarsi su questi ponti temporali e Armando Lostaglio, critico cinematografico, giornalista e animatore del cineclub “Vittorio De Sica’’ di Rionero. E il suo è un invito a risentire “Impressioni di settembre’’, pioggia a parte, con una chiave di lettura nuova che farebbe ballare sul Don i Cosacchi dello Zar e forse attivare il primo “Ciack’’ all’Eliseo dell’incompreso regista Le Jour o, forse, La Nuit…

Quante gocce di rugiada intorno a me cerco il sole ma non c’è

Dorme ancora la campagna forse no è sveglia mi guarda non so

Già l’odore di terra odor di grano sale adagio verso me e la vita nel mio petto batte piano

Respiro la nebbia penso a te Quanto verde tutto intorno e ancor più in là..

 

Impressioni di settembre

Sono quarantacinque anni da quando Impressioni di settembre scolpì (con altre canzoni) una generazione fra il sogno e il divenire: quel brano della PFM (scritta da Mussida, Mogol e Pagani) si impose indelebilmente. “Già l’odore della nebbia odor di grano /sale adagio verso me(…) sono solo il suono del mio passo…” Come un affresco ha tracciato immagini di giovinezze che sapevano guardare oltre, ma che le contingenze (disoccupazione ed emigrazione) hanno cercato di frustrare e ridimensionare.
Nella prima metà del secolo scorso, un regista francese, Jules Le Jour, immaginò di girare un breve film dal titolo forte per quegli anni “La rivoluzione”. Sosteneva: “arruolerò migliaia di comparse e le filmerò mentre assaltano l’Eliseo. Alla fine tutti, comparse comprese, capiremo di essere usciti dalla finzione e di avere invaso la realtà…” Un regista visionario era Jules Le Jour, che non riuscì a girare mai un proprio film. Anni visionari ma ricchi di futuro, ansie che uscivano dalla ricostruzione e dagli anni del boom: gli anni Settanta gettarono le basi per una generazione che rappresentava la transizione, verso la costruzione di una società nuova e di più evolute economie. Perché, cantava la PFM: “… intanto il sole fra la nebbia filtra già / il giorno come sempre sarà”; il giorno del cambiamento che poi non accadde, almeno nel senso in cui si era immaginato. Per giungere quindi all’epilogo di questa parabola che inscrive la società contemporanea (almeno in questo Paese) proprio come la intravedeva Dostevskij due secoli fa, mutuando ai giorni nostri. Questo scriveva il sommo scrittore russo: “Sono un uomo ridicolo. Loro dicono che sono pazzo. Sarebbe un avanzamento di grado, se per loro non rimanessi pur sempre ridicolo come prima. Ma adesso ormai non mi arrabbio più, adesso li trovo tutti cari, anche quando ridono di me. Mi metterei addirittura a ridere anch’io assieme a loro, non di me stesso, ma per amor loro, se non provassi tanta tristezza a guardarli. Provo tristezza perché essi non conoscono la verità, mentre io la conosco…” E’ questo l’inizio del Sogno di un uomo ridicolo, sembra ovvio che ad essere biasimati siamo noi, che “non conosciamo la verità” e che subiamo angherie e vizi senza intervenire sulla scena nella “presa dell’Eliseo”. L’uomo ridicolo, col suo potere, fa bene la sua parte, si diverte coronando i suoi sogni. Ma il cambiamento, ancora una volta, sembra che si annunci. E’ questa almeno una delle impressioni di settembre, mentre altri uomini (ridicoli?) pretendono di riprendersi la scena. Nel nostro Eliseo, senza di noi.

Armando Lostaglio