HomeCulturaParolacce, turpiloquio? Dalla radice alla pronuncia Mercadante invita a capire le parole

Parolacce, turpiloquio? Dalla radice alla pronuncia Mercadante invita a capire le parole

Chitemmurt! Una imprecazione lapidarie con tutta una sequenza di rafforzativi che finisce nelle stanze buie della bestemmia, che risuona in strada o dove vi pare: dalla cantina alla caserma, come si diceva un tempo. Ma con un punto interrogativo quel ‘’Chitemmurt?’’ senz’altro più addolcito invita alla solidarietà, a condividere un sentimento. E se ci aggiungete un sostantivo come ‘’panino alla Chitemmurt…’’ e allora è un morso alla dieta mediterranea con il peperoncino che la fa da padrone e diventa un afrodisiaco, con un concentrato di capseina che fa alzare la pressione. Una parola di ‘’strada’’, dialettale, traducibile (ma con efficacia differente) con il suono giusto in italiano e, può darsi, anche in lingua straniera per parlare dell’ultima fatica di Giovanni Mercadante, che ha messo da parte i corposi ed esaurienti lavori su arte, storia e nobiltà della sua Altamura , per parlare di ‘’Parolacce e Plurilinguismo’’. La sfida dell’autore, è riportato, nel sottotitolo, per portare la ‘’parola proibita’’ dalla strada alla scuola. Provocazione? Attendiamo di leggere il lavoro e la presentazione ufficiale, magari con il supporto di due attori in vernacolo, per andare a fondo della parola proibità, che magari aiuterà a capire le parole e a studiare la lingua italiana. Del resto un detto liceale del passato, a metà tra il latino maccheronico di Teofilo Folengo e il dialetto, ripeteva: “ Studere, studere, post mortem qui valere?’’ con la risposta pronta in dialetto “Nu mazz d’ cim ciquere…’’. Un mazzo di cicoria. Economia circolare con pillole di saggezza, con un invito a studiare e a valorizzare la dieta mediterranea.

DID QUADRO ”MANGIATORI DI RICOTTA DI VINCENZO CAMPI
IL COMUNICATO STAMPA
La parola non si traduce: si interpreta. Il viaggio di Giovanni Mercadante dalle parolacce al plurilinguismo
“Parolacce e Plurilinguismo”: la sfida dell’autore per portare la “parola proibita” dalla strada alla scuola.
Che cosa accade quando una parola popolare, magari considerata volgare o offensiva, attraversa il confine di una lingua? Rimane la stessa parola? Mantiene lo stesso significato? Conserva la stessa forza? È proprio da queste domande che prende forma Parolacce e Plurilinguismo di Giovanni Mercadante, un’opera nella quale l’esperienza professionale del traduttore incontra la ricerca linguistica e il confronto tra culture.
Una parola non vive soltanto nel dizionario.
Vive nella bocca di chi la pronuncia, nell’orecchio di chi l’ascolta, nella relazione tra i due interlocutori e soprattutto nel contesto culturale nel quale viene utilizzata.
È questa una delle prospettive più interessanti attraverso cui Giovanni Mercadante affronta il tema del linguaggio popolare nel volume Parolacce e Plurilinguismo. Un titolo volutamente provocatorio, dietro il quale si sviluppa però una riflessione molto più ampia sulla natura della parola, sulla sua trasformazione e sulla sua capacità di attraversare lingue e culture differenti.
Il percorso parte dall’altamurano e si sviluppa attraverso il napoletano e il siciliano, per arrivare all’italiano e quindi alle lingue professionali dell’autore: inglese, francese e tedesco.
Le tavole comparative presenti nel volume diventano così una sorta di laboratorio linguistico nel quale osservare che cosa succede quando un’espressione viene trasferita da un sistema linguistico a un altro.
Quando l’equivalente non è davvero equivalente
È uno dei problemi fondamentali della traduzione. Due parole possono sembrare equivalenti sul piano letterale e risultare profondamente differenti sul piano pragmatico e culturale. Un’espressione può essere ironica in una lingua e aggressiva in un’altra; familiare in un determinato ambiente e offensiva in un altro; scherzosa tra appartenenti allo stesso gruppo e fortemente discriminatoria quando viene pronunciata da un estraneo.
Per questo tradurre una parola scurrile può essere persino più complesso che tradurre una parola appartenente al linguaggio formale. Il traduttore deve interrogarsi sull’origine dell’espressione, sul suo significato, sulla situazione comunicativa, sul destinatario, sull’intenzione di chi parla, sul grado di aggressività e sulla risposta emotiva che quella parola può generare.
In altre parole, deve tradurre non soltanto ciò che la parola dice, ma anche ciò che la parola fa.
È qui che la professione di traduttore di Mercadante dialoga con la ricerca linguistica.
Dal dialetto alle lingue professionali

Il viaggio che parte dall’altamurano assume così un valore che va oltre la semplice curiosità linguistica. Il dialetto diventa il primo territorio nel quale osservare la parola popolare, con la sua storia, la sua concretezza e il suo legame con la comunità.
Il passaggio al napoletano e al siciliano amplia il confronto e permette di cogliere somiglianze, differenze e trasformazioni. L’arrivo all’italiano apre poi un ulteriore livello di osservazione, mentre il confronto con inglese, francese e tedesco introduce la dimensione propriamente plurilingue e interculturale.
È un percorso nel quale la parola diventa una sorta di viaggiatrice. Attraversa territori, cambia abito, conserva alcuni significati e ne modifica altri. E proprio questo viaggio dimostra quanto sia difficile considerare la lingua come un sistema immobile.
La parola racconta chi siamo
Il lavoro di Mercadante si colloca così in un punto d’incontro tra traduttologia, filologia e sociolinguistica. La filologia permette di guardare alla storia delle parole e alla loro evoluzione. La sociolinguistica consente invece di chiedersi chi parla, con chi parla, in quale ambiente e per quale motivo. La traduttologia aggiunge un’ulteriore domanda: che cosa succede quando quella parola passa in un’altra lingua?
Il risultato è una prospettiva nella quale anche il linguaggio apparentemente più lontano dalla lingua “ufficiale” diventa materiale di osservazione scientifica.
E forse è proprio questa la provocazione più interessante del volume: non esistono parole culturalmente insignificanti. Anche una parola volgare può raccontare una storia, rivelare un rapporto sociale, segnalare un’appartenenza o produrre una reazione emotiva.

DID TEOFILO FOLENGO POETA DELLA LINGUA MACCHERONICA
Dalla lingua alla responsabilità
La riflessione approda inevitabilmente alla dimensione educativa. Conoscere una parola non significa necessariamente usarla. Significa sapere che cosa significa, da dove proviene, quale peso possiede e quali conseguenze può avere. La conoscenza, in questo senso, diventa uno strumento di responsabilità. È una prospettiva particolarmente importante in una società nella quale i social network hanno accelerato la circolazione delle parole e hanno reso molto più rapida la nascita di nuovi linguaggi.
Termini come “maranza” e “maranzina” possono essere osservati come fenomeni linguistici, ma anche come indicatori di appartenenza, riconoscimento e identità sociale. La lingua registra ciò che accade nella società. E lo fa anche attraverso le parole che più spesso preferiremmo non ascoltare.
Non è un libro che insegna a dire parolacce
È, probabilmente, il primo equivoco da superare. Parolacce e Plurilinguismo non invita a parlare peggio. Invita a comprendere meglio la lingua.
La sua originalità sta proprio nell’aver trasformato un argomento spesso considerato marginale in un campo di osservazione nel quale si incontrano traduzione, filologia, sociolinguistica, linguistica applicata e psicolinguistica.
La fiducia dell’editore Giuseppe Laterza ha permesso al progetto di trovare uno spazio editoriale nel quale sviluppare questa prospettiva interdisciplinare. Il percorso ha ricevuto inoltre il Diploma d’Onore e la Menzione Speciale il 13 settembre 2026 al XXIX Concorso Internazionale “Città di Bitetto”.
Ma il riconoscimento più interessante rimane forse quello implicito nella domanda che il libro pone al lettore: quanto conosciamo davvero le parole che utilizziamo ogni giorno? Perché una parola, prima di essere tradotta, deve essere capita. E, qualche volta, per tradurla davvero, bisogna prima comprenderne la storia, la cultura e la forza. La parola non attraversa semplicemente le lingue. Attraversa le persone.

RELATED ARTICLES

Rispondi

I più letti