Chi prima attuerà programmi su nuove visioni, potrà meglio affrontare le sfide del futuro che la fragilità sanitaria richiederà ancora e forse con più efferatezza.”  Si conclude con queste parole questo nuovo contributo di riflessione che l’ing. Antonio Di Giulio ci chiede di ospitare.

Un ragionamento che parte dalla propria fragilità che “l’uomo moderno” ha dovuto registrare a fronte di “qualcosa di inaspettato“, attraversa lo spettacolo di una città che “si spoglia dei rumori, e si veste con abiti nuovi” e di una “natura urbana, quella sottomessa ma sempre viva” che “riprende i suoi spazi, si appropria di quello che l’uomo non usa.

Un momento quasi magico in cui “La città riscopre la sua parte invisibile e l’individuo riscopre di essere al centro delle decisioni. Vivere senza sacrificare, vivere senza nascondere, vivere nella speranza di essere sempre vivi.”

Sembrerebbe la premessa di quel “ne usciremo migliori di prima“, come letto e riletto, ma….c’è sempre un ma a rivianre il lieto fine auspicato.

Anzi un “però” come dice Di Giulio che scrive “Dopo il tempo della compartecipazione emotiva, cominciano le incursioni di potere capaci di approfittare del bisogno materiale e sentimentale degli individui per applicare le proprie regole. La politica non tarda a litigare e riprendere il fine ultimo legato sempre più al proprio consenso camuffato dalle parole che inneggiano al bene comune. In nome di una economia distrutta si chiedono soldi, tanti soldi senza dire cosa fare, dove dirigersi, cosa salvare….. “

E “La nuova visione green della città…unica vera strada da imboccare per invertire il debito con il profitto?” rischia di rimanere, come ogni bel sogno, nel classico polveroso cassetto della politica italiana.

Eppure ammonisce per l’appunto Di Giulio:  “Chi prima attuerà programmi su nuove visioni, potrà meglio affrontare le sfide del futuro che la fragilità sanitaria richiederà ancora e forse con più efferatezza.

Speranze ed esigenze che si coniugano alla perfezione ma che necessiterebbero di classi dirigenti che ahimè al momento è un bene non disponibile in questo Paese.

Ma ecco il testo integrale del ragionamento di Di Giulio.

 Affrontare la fragilità della salute

“Qualcosa di inaspettato ha colto l’uomo moderno rendendolo fragile. Agli inizi si avverte uno stato di debolezza che non dura un attimo ma persiste tanto da dimostrare che esistono i valori umani, il soccorso spontaneo, e per chi ha fede, il soccorso cristiano verso i propri simili libero da pregiudizi e ispirato dal sentimento, dall’amore, dall’istinto di conservazione non di se stessi, ma della comunità a cui ci sente partecipe e partecipato. Gli stessi talk show perdono d’improvviso la carica velenosa delle urla per orientare gli incontri verso l’oggettività dell’argomentazioni, alla ricerca della verità mettendo in campo, anche lì, l’approccio razionale ma finalizzato a curare l’irrazionale emozionale dello spettatore che come il conduttore e gli ospiti temono un domani peggio dell’oggi. Anche la politica dimostra di essere privata del fine e quindi vuole cogliere l’attimo entrando nei cuori dei suoi cittadini. Qualcuno direbbe d’improvviso fu amore tra gli uomini.

La città si spoglia dei rumori, e si veste con abiti nuovi. Solo il ricordo delle grandi nevicate può restituire il silenzio che si ascolta in questi giorni, quantunque diverso, perché se la neve assorbe i suoni restituendo una luce diffusa che allarga i volumi e gli spazi, diverso è il vuoto di oggi della strade e delle piazze che restituisce solitudine e abbandono.

È una scena però che non incute paura semmai apre all’ascolto, si!! si ascolta la natura, quella natura urbana che comunque c’è nelle nostre città ma è costantemente oppressa dalle attività frenetiche, rumorose e distratte dal non poter cogliere il fruscio delle foglie, il cinguettio degli uccelletti, il salto del grillo nei rovi di una scarpata o lo strisciare indisturbato della lucertola. Persino il muschio fa capolino tra le fughe invecchiate di un pavimento di marciapiede dove da giorni non passa più nessuno. La natura urbana, quella sottomessa ma sempre viva, riprende i suoi spazi, si appropria di quello che l’uomo non usa. Quello che sorprende e che lo fa in silenzio e molto rapidamente.

La pandemia arriva quando sta per nascere la primavera, questa si sa essere la stagione del risveglio della natura. È il tempo in cui i fiori ricompaiono anche lì dove non sono stati seminati e così gli insetti e le farfalle possono mostrarsi ovunque in piena libertà. Sarà il risveglio di una primavera urbana che stride con la tragedia che l’uomo sta vivendo!. Un dualismo finora vissuto con una razionalità che appare in tutta la sua reale semplice inutilità.

Ma c’è un altro aspetto altrettanto più significativo su cui la natura urbana chiede di essere ascoltata. I suoi scenari disegnati e riempiti dall’uomo da mille cose che durante i secoli si sono sovrapposte a volte con armoniosa arte, di improvviso sembrano abbandonati e la natura, quella impressionistica capace di suscitare emozioni, fa vivere ugualmente la città. È una sorpresa scoprire la vita in strade dove per anni si è creduto fosse l’uomo l’unica vita.

All’imbrunire, una bara, cento bare si allontanano una di seguito all’altra e dietro affollano il viale poco illuminato, mille diecimila lucciole che come uno sciame di cometa accompagnano la morte alla vita eterna. E’ in questo equilibrio di sistema che l’uomo come elemento della natura, ha l’obbligo di ripensare e rivedere i suoi comportamenti nel rispetto dei valori della sostenibilità ambientale. La città riscopre la sua parte invisibile e l’individuo riscopre di essere al centro delle decisioni. Vivere senza sacrificare, vivere senza nascondere, vivere nella speranza di essere sempre vivi.

In tutte le storie c’è sempre un però!

Dopo il tempo della compartecipazione emotiva, cominciano le incursioni di potere capaci di approfittare del bisogno materiale e sentimentale degli individui per applicare le proprie regole.

La politica non tarda a litigare e riprendere il fine ultimo legato sempre più al proprio consenso camuffato dalle parole che inneggiano al bene comune. Si liberano risorse private dalle carceri che aiutano lo Stato, inconsapevole, nell’assistere le fasce più deboli rischiando di ripopolare un vivaio di manovalanza illegale.

Le notizie giornalistiche e i talk show diventano padroni della notizia e la distribuiscono mirando al proprio indice di ascolto.

In nome di una economia distrutta si chiedono soldi, tanti soldi senza dire cosa fare, dove dirigersi, cosa salvare e soprattutto senza riflettere su tutti quei soldi che già sono nei cassetti dello stato, delle regioni e dei comuni ma che la burocrazia stringe in attesa di spenderli secondo programmi che probabilmente non saranno attuati e per questo risulteranno non spesi tanti altri soldi.

E le città? Le città hanno voglia di cambiare, imboccare una nuova visione. Ma in nome dell’economia imperante, la dirigenza chiede e ottiene di ripartire e lo fa però a spese dell’individuo. Ha fretta di riprendere le vecchie abitudini così da evitare i cambiamenti e i nuovi orientamenti. Anche la sanità privata, quella più importante nazionale rassicura i cittadini e si legge tra le righe la voglia e la necessità di mantenere il primato e soprattutto riprendere il flusso dei malati dal Sud verso il Nord.

Bisogna fare in fretta in nome del bisogno comune!

La nuova visione green della città, esigenza avvertita da molti, non può essere rinviata perché è l’unica vera strada da imboccare per invertire il debito con il profitto. Al concetto di “green” sarà associato il termine “small town” per far rinascere città piccole e ricche di storia. Le metropoli e le aree metropolitane devono rivedere i loro programmi di sviluppo favorendo le periferie provinciali ma dense di coesione sociale. La campagna deve riprendere il percorso della riforma agraria mai portata a termine nel rispetto delle filiere corte e dei prodotti di sicura rintracciabilità. Un micro territorio che deve vivere nella globalizzazione ma deve essere tutelata nella sua autonomia ed indipendenza economica e finanziaria. L’industria e il terziario manifatturiero devono essere stimolati a realizzare, in parte o in toto, filiere corte per i loro approvvigionamenti di semilavorati.

Chi prima attuerà programmi su nuove visioni, potrà meglio affrontare le sfide del futuro che la fragilità sanitaria richiederà ancora e forse con più efferatezza.”

f.to – 25.05.2020
Antonio Di Giulio