Non tutto era da rifare”. Dino Collazzo e le Storie da un paese del Sud

“San Michele aveva un gallo e mia zia aveva un bar”. Bar Centrale, piano terra di Palazzo Paternoster, a Brienza. In un crogiolo di mondo lucano ancorato a rocce calcaree, stretto da due torrenti nella Valle del Melandro, attraverso i ricordi della vita piccolo-borghese di paese, rivive la scossa di ribellione e inquietudine che attraversò l’Italia negli anni 70-80.

Il micro universo burgentino, narrato da Dino Collazzo nel suo Libro “Non Era Tutto Da Rifare”, è un caleidoscopio che catapulta il lettore in un vortice di immagini, stagliandolo con potenza evocativa nell’ossatura della storia del nostro paese nell’ultimo secolo. Gli anni della ribellione, della grande illusione, realmente vissuti dall’autore, sono solo un pretesto per compiere un balzo all’indietro, che con accurate ricostruzioni e ricerche storiografiche, attraversa l’emigrazione di fine Ottocento, le lotte politiche e sociali in Basilicata dei primi anni ‘20 e anche la visita nel 1941 del Principe di Savoia.

Lungo un centinaio di metri di via Mario Pagano, risalendo un breve tratto di strada, il filo narrativo dell’autore snoda anni di pensiero, cultura, musica e cinema, sconfinando la penisola. Tutto era lì. Un segmento di strada per arrivare alla Chiesa di Santa Maria, passando da Piazza Vecchia tra nobili palazzi: la farmacia, la cantina, la ferramenta, la tabaccheria e il Bar Centrale condotto per generazioni dai “Collazzo”. Due sezioni di Partito, l’una di fronte all’altra, in via Mario Pagano, per anni convissero animatamente nello stesso immobile; quella del Partito Comunista al pian terreno e quella della Democrazia Cristiana al piano di sopra. Si legge nel volume che “Soprattutto durante le campagne elettorali, lo spettacolo era assicurato. I compagni piazzavano un tavolo davanti alla loro sezione e l’oratore era costretto a salirvi per dominare la platea; rispondevano gli adepti della balena bianca, il cui comiziante poteva dominare la folla dall’alto de balconcino..omissis..Erano comizi di fuoco”.

Dai tasti dell’ Olivetti Lettera 22 di don Ciccio Paternoster, avvocato storiografo burgentino del secolo scorso – descrive Collazzo- prende forma il protagonismo delle classi meno abbienti in contrapposizione agli interessi dei possidenti che avevano retto la municipalità per quarant’anni dopo l’unità d’Italia. Brienza come il resto d’Italia, agli albori del secolo scorso “ribolliva” all’idea che accanto ai cafoni potessero schierarsi giovani professionisti come Angelo Lopardo, tra i primi animatori del movimento socialista lucano. Per fare da eco a queste voci di fermento, l’autore riporta l’appassionata arringa di Ettore Ciccotti in difesa del neo-socialista Angelo Lopardo e, non troppo velatamente, dei suoi ideali politici.

Se tanta storia politica innerva la narrazione del volume, altrettante dosi generose di umanità e inaspettati frammenti di poesia ne irrorano il flusso. E’ il caso della tonalità emotiva impressa alla narrazione usata per tratteggiate l’appassionato medico-poeta, Matteo Bernardi. “Era un uomo che aveva chiusa nel cuore una tempesta. Potremmo dire di lui che fece bandiera della propria esistenza il seguente motto:la parola deve scavare e quando non scava è acqua persa. La parola corrosiva, quella che stana, che non lascia scampo …omissis… quella che si staglia nella frase e che vive di luce propria. La parola di verità, di passione e di compassione, quella civettuola e intrigante, quella insidiosa che insinua e si insinua”.

Di parole che scavano è composta l’opera che, seppur definita minima dall’autore stesso, è un piccolo giacimento da cui filtrano luci nuove su filoni da seguire.

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