Partigiano, politico, dittatore e altre definizioni per descrivere ruolo, opera e personalità di Josip Broz, noto nella storia della ex Jugoslavia e del movimento degli ex Paesi non allineati, come il ‘’Maresciallo Tito’’. Ma nei fatti fu e si mosse come un generale protagonista delle epoche a cavallo della seconda guerra mondiale, sempre in trincea e con un ruolo e concetto di resistenza antimperialista che lo portò a ritagliarsi un ruolo ‘’fiero, autonomo e spigoloso’’ nel mondo comunista e in aperto contrasto con un altro leader e dittatore come Iosif Vissarionovič Džugašvili , più conosciuto come Stalin alla guida dell’Urss e con una forte influenza verso Stati che aderivano all’Internazionale. Entrambi di polso, intransigenti, testardi come muli ma fedeli alla loro linea. E del resto il maresciallo Tito, con i suoi partigiani si era guadagnato sul campo, la bandiera della libertà della ex Jugoslavia con un ruolo egemone sulla penisola balcanica . Rifacendosi anche sull’Italia fascista con una vendetta sul campo sfociata in sanguinose repressioni anche sulla popolazione civile e tenendo in scacco Italia e Alleati sulla questione di Trieste. Pagine di storia che sono lì nella memoria di quanti l’hanno vissuta e la ricordano , insieme a quelle per una autonomia ‘’egemone’’ sulle altre repubbliche della ex Jugoslavia che, di fatto, nello scacchiere internazionale, e portò alla nascita di un’area cuscinetto tra Paesi occidentali aderenti al Patto Atlantico, la ‘’Nato’’ guidata dagli Stati Uniti, e orientali o Patto Varsavia nell’orbita dell’Urss. Tito fu in grado di stringere alleanze con Paesi di formazione politica diversa dall’Asia all’Africa al Sud America e con un forte controllo, da pugno di ferro al suo interno, fino alla sua morte che portò a guerre intestine e a genocidi etnici. E’ uno spaccato della storia del Maresciallo e della sua Jugoslavia l’altra ce la presenta Francesco Calculli, direttore del Museo del comunismo e della Resistenza italiana, che annovera con fierezza una rivista con testo in cirillico e numerose fotografie dedicata a Tito. E con la rivista la testimonianza di David Struhak, che ricorda la vita della sua famiglia nella Jugoslavia comunista. Da leggere, sfogliare e vedere. Non appena il Museo riaprirà.


Rivista jugoslava sulla vita di Tito nuovo cimelio del Museo del Comunismo di Matera
Cari visitatori, amici, e appassionati di Storia del Comunismo e dell’Antifascismo, il sincero apprezzamento e l’enorme interesse che continuate a dimostrare verso il nostro Museo e le iniziative culturali sulle nostre pagine social, anche in questo periodo in cui l’apertura al pubblico ci è preclusa per l’emergenza sanitaria del Coronavirus, è per noi un motivo di grande soddisfazione e orgoglio, di cui vi siamo grati; è fonte indispensabile di miglioramento, per tornare a essere – ci auguriamo quanto prima – una proposta culturale centrale della città di Matera.
Un ringraziamento speciale va a tutti coloro che, seppur da lontano, ci hanno fatto sentire la loro partecipazione, e a coloro che continuano a donarci i loro prestigiosi cimeli comunisti di famiglia, spesso inviandoceli a proprie spese.
Come il signor David Struhak, che di recente ha donato alla nostra Casa Museo un’interessante e molto rara rivista fotografica, appartenuta a suo padre, sul grande leader comunista Tito, aggiungendo anche un ricordo personale commovente e molto nostalgico della vita dei sui familiari nella Jugoslavia comunista.
La rivista, interamente in lingua slava, è diventata una nuova e assoluta rarità storica della nostra straordinaria esposizione museale.

C’era una volta la vita felice dei miei genitori nella Jugoslavia di Tito
Testimonianza di David Struhak, il gentile signore che ha donato la rivista al Museo del Comunismo di Matera, sulla vita della sua famiglia nella Jugoslavia comunista.
I miei genitori sono nati alla fine degli anni 60′ e hanno vissuto gli anni della loro giovinezza nel periodo storico della Jugoslavia Comunista, dove sono rimasti fino alla fine degli anni 80′, per poi trasferirsi in Italia, dove si sono sposati.
Nel 1992 siamo nati io e mio fratello gemello.
I miei genitori sono cresciuti in famiglie provenienti da due zone territoriali differenti all’interno della Jugoslavia: mia madre è nata e cresciuta in un paesino chiamato Stivor dove, alla fine dell’800, famiglie italiane provenienti dalle terre della Valsugana, in Trentino, si sono insediate dopo le grandi alluvioni e dove, ancora adesso, le poche persone rimaste – circa 50 residenti – parlano un dialetto italiano.
Mio padre è cresciuto in città, a Prnjavor, in una famiglia benestante a cui non mancava nulla.
Del periodo comunista nella Jugoslavia di Tito, i miei genitori hanno solo bellissimi ricordi.
Raccontano di una scuola gratuita e meritocratica indipendentemente delle origini di ogni persona, una sanità eccellente e gratuita per tutti e servizi pubblici talmente efficienti che, oggi, sarebbero oggetto di invidia da parte delle Nazioni più avanzate dell’Occidente Capitalista.
Il riconoscimento e la gratitudine dello Stato verso i suoi lavoratori (“il privato” era quasi del tutto inesistente), avveniva come in ogni Paese del Socialismo Reale, tramite premi e onorificenze al merito: alcuni esempi possono essere un accendino e un portasigarette con incisa sopra la scritta «Per il migliore operaio di quest’anno», che furono dati a mio nonno, oppure un periodo di vacanze gratuite per il lavoratore e la sua famiglia al mare o in montagna, dove vitto e alloggio erano pagati dallo Stato stesso.
Tutte le festività, soprattutto la Giornata Internazionale della Donna, e la festa nazionale celebrativa della vittoria sul nazifascismo, erano – da come le descrivono i miei genitori – giornate molto sentite e vissute con grande passione e partecipazione; giornate in cui l’intera comunità si organizzava per rendere le celebrazioni ancora più coinvolgenti.
Anche se l’Occidente Capitalista considerava tali giornate biechi strumenti di propaganda e la Jugoslavia di Tito una dittatura comunista, ogni persona era libera di professare la propria religione, cattolica, ortodossa, o musulmana che fosse; le discoteche passavano i vinili delle più famose rock band mondiali, incluse ovviamente quelle americane!
Insomma, quando i miei genitori ricordano questi momenti delle loro vite, hanno gli occhi lucidi per la commozione e provano un sentimento misto di tristezza e felicità.
Il loro viso si rilassa in un grande sorriso e, ancora oggi, se potessero, tornerebbero a vivere senza ripensamenti in quel sistema comunista che certo non dava ricchezza, ma dignità, felicità e uguaglianza a tutti i suoi cittadini.
E non solo i miei genitori…
Biografia di Tito
Josip Broz, meglio noto come Tito (Тито),(Kumrovec, 7 maggio 1892 – Lubiana , 4 maggio 1980) è stato un grande patriota, rivoluzionario e politico comunista Jugoslavo.
Da quando la Jugoslavia si è disgregata, la figura del maresciallo Tito, che ne fu il presidente per trentacinque anni, appare ancora più grande di quella che non fosse quando Tito era in vita: egli fu, prima di tutto, un comunista impegnato nel trionfo del comunismo nel suo Paese e in tutto il mondo.
Negli anni, le sue strategie erano cambiate ma non la sua devozione al comunismo.
Tito, infatti, era stato un comunista convinto fin dal suo ingresso nel partito, a 28 anni. Prima semplice iscritto, poi membro della commissione interna in Croazia, attivista a tempo pieno nel movimento clandestino iugoslavo, nelle prigioni di re Alessandro, e a Mosca, nel momento culminante del potere di Stalin.
Negli anni del secondo conflitto mondiale, fu il capo carismatico della Resistenza nazionale comunista iugoslava, che egli – confermando le sue straordinarie doti militari – seppe trasformare nel più grande esercito partigiano europeo e condurre alla vittoria totale contro l’invasore nazifascista.
Nel 1945 si tengono le elezioni che decretano, con una maggioranza schiacciante, la vittoria di Tito (già leader del Partito comunista jugoslavo) che, negli anni cinquanta, assume anche la carica di presidente della Repubblica Comunista Jugoslava.
Infine, anziano statista, divenne il leader dei Paesi Non Allineati, in quanto convinto sostenitore – rispetto ai due protagonisti della Guerra Fredda – della convivenza pacifica tra capitalismo e comunismo.
Tito morì all’apice della sua carriera politica il 4 Maggio 1980, a causa di una grave insufficienza cardiaca.
Ai suoi funerali imponenti, che si svolsero a Belgrado l’8 maggio del 1980, erano presenti quattro re, trentuno presidenti, sei principi, ventidue primi ministri e quarantasette ministri degli esteri, provenienti da centoventotto nazioni di ogni continente, da entrambi gli schieramenti coinvolti nella Guerra Fredda e dai Paesi Non Allineati.
Mai, prima di allora, tanti leader mondiali avevano partecipato a un funerale.
Con Josip Broz scompariva l’ultimo dei grandi leader alleati della Seconda Guerra Mondiale. L’intera nazione lo pianse. Il giorno del funerale, migliaia persone si riversarono per strada e la funzione fu seguita da milioni di spettatori, in Jugoslavia e in cinquantotto Paesi stranieri.
Prima della sua morte, Tito aveva discusso a lungo sul luogo di sepoltura e aveva scelto infine Belgrado, capitale della Jugoslavia, dove aveva preso le più importanti decisioni per il Paese nei suoi trentacinque anni di governo. La tomba era stata allestita nel palazzo dei Fiori, nella proprietà della residenza ufficiale.
Nel 1945 Tito sapeva già quanto fosse precaria l’unità del suo Paese: in un discorso pronunciato ai suoi compatrioti, affermava quanto segue:
“Che cosa sarebbe avvenuto se non avessero prevalso i partigiani? Ci troveremmo nel caos più tremendo, in una guerra fratricida, in un luogo che non sarebbe più la Iugoslavia, ma un gruppo di staterelli in guerra l’uno con l’altro per la distruzione reciproca”.
Parole che oggi suonano profetiche.
Tito morì all’apice del potere, inconsapevole che in pochi anni la Jugoslavia Comunista si sarebbe dissolta, inghiottita dal caos, dall’anarchia e dalla guerra civile, con tutti i suoi orribili genocidi etnici.