“I vecchi subiscon le ingiurie degli anni,/ non sanno distinguere il vero dai sogni,/ i vecchi non sanno, nel loro pensiero,/ distinguer nei sogni il falso dal vero…” canta Guccini, ma è poi vero?

Sto sulla scogliera con la mia nipotina, che – inforcata la maschera e calzate le pinne – mi chiede di andare sotto il mare. E io tentenno, mi afferrano le paure: sì è vero, così progrediamo, imitando dei risultati, delle performance. Sì, questo ha sempre la sua utilità: andiamo avanti, agiamo come efficaci animali mimetici, facciamo funzionare i nostri neuroni specchio, impariamo. Però, terminata la formazione e diventati adulti, inventiamo solo se ci immergiamo nella corrente di fondo che promuove e scolpisce la figura sintetica di cui quest’imparare l’apnea, queste performance, non rappresentano che dei benefici marginali; inventiamo solo se sprofondiamo nel mare, pancia su alghe o punte aguzze, per indovinare in apnea dove si contorcono i vortici, perché le alici si schierano a palla o in banchi, come strisciano murene e gronchi, la curiosità del polpo; per capire quale formidabile potenza muova la corrente scintillante, quale potere globale produca i corpi, le specie, gli dei del Pantheon, quale slancio, a poco a poco, addolcisca gli idoli o le persone e le trasformi in idee. Entrare in questo flusso vitale, seguire questa enorme durata, abitare in lei, agire con lei, adottare il suo gesto di creazione. Perderò la nipotina nella durata della sua apnea per ritrovarla più tardi. Dopo che lei – nelle correnti e negli impedimenti marini, pesante, diventata sasso avrà saputo come nasce il fondale; turbolenta, come si formano i gorghi; leggera e viva e fremente, come nascono e si muovono serrani e giudee; e come dall’acqua si levano in sogno le sirene emergenti e Poseidone, divinità del mare e di tutte le acque, ma anche dei terremoti, simbolo delle forze oscure e pericolose della natura.

E Nina dovrà chiedersi, prima di poter tornare a respirare, da dove sgorga questa energia senza fine. A prezzo di quale sudore? Come fanno queste novità vitali a trasformarsi in idoli e poi ad addolcirsi improvvisamente in idee? Anche Nina quando pensa diventa ciò che pensa. Sì, ha ragione Guccini: scambio il vero coi sogni, per scongiurare dolore e fatica alla mia Nina. Ma quell’ineludibile sofferenza non ripropone più un solo esito scontato: la formattazione delle collettività attraverso l’unità che, ahimè, vale per tutti; che impediva e impedisce sempre che ognuno trovi in sé il luogo del talento originale che gli salverebbe la vita; che seppellisce la maggior parte di noi senza che nessuno abbia mai potuto scoprirlo. Quante esistenze vanno sprecate?

No, non viviamo più uno spazio soltanto euclideo, cartesiano, metrico, definito dalla misura delle distanze: lunghezze, distanze, passaggi, ostacoli, sportelli, anticamere di notabili piccoli e grandi; ma azioni, relazioni, pensieri, mestieri hanno luogo, sempre più spesso, in questo spazio nuovo e virtuale, in tempo reale e senza alcun intralcio, spintone, senza porte o finestre, senza code d’attesa, senza muraglia o frontiera, senza parete né precipizio, senza sirena né scoglio. Uno spazio divenuto – col digitale – topologico.

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Materadio quest’anno nelle grotte e nei vicinati dei Sassi di Matera, ha parlato di Utopia, di un’isola sperduta che non compare nelle mappe idrografiche. Quando fu inventata la parola significava luogo sconosciuto; più tardi indicò un non-spazio, immaginario o ideale, spesso ridicolizzato. Uno “che non fa proiezione” – come ha detto di sé il geografo Farinelli riferendosi al cupo intervento del prof. U Galimberti, che invece non dà scampo e col quale dibatteva – ha ricordato che Utopia è la scoperta della nostra era: sì, è lo spazio virtuale di comunicazione diventato reale.

Sì, diventa reale, tecnicamente, scientificamente, concretamente, umanamente. Da almeno un secolo l’intero pianeta è ormai esplorato, osservato, cartografato, sfruttato, pressoché devastato; per questo abbiamo inventato uno spazio in più, fuori dai nostri luoghi abituali, dove gli ostacoli materiali, assenti, non impediscono alcun accesso. Non c’è ingorgo, né imbottigliamento, né fila interminabile, qui non c’è corpo che faccia schermo a ciò che possiamo fare senza corpo. Abbiamo costruito o conquistato un’utopia, l’abbiamo resa maneggevole. E siccome mille Nina/Digitalina, agilmente, iniziano ad abitarla, vi intrecciano relazioni, riconoscendone gli usi e i trucchi, non resta che organizzarla collettivamente, ossia reinventare un socialismo utopico. Forse efficace quanto il vecchio, al contrario del socialismo cosiddetto scientifico, i cui avatar politici produssero milioni di morti. Ridicolizzate dallo scientismo, le sue idee ci consentirono comunque tutto ciò che oggi ci rende la vita dolce, condizione del pensiero: la previdenza sociale, gli asili nido, le banche per i più poveri e i contadini, le mutualità e altre  cooperative, una serie d appartenenze vitali di assistenza reciproca, non mortali come quelle antiche.

Ma è anche un mondo inquietante quello della Rete: La  visibilità  e  la  presenza  collettiva  concretizzano  la  morale;  rimuovetele,  e  creerete  dei  criminali.  Questo  la  dice  lunga  sull’individuo  solitario,  sul  corpo  e sull’apparenza,  e  la  dice  ancor  più  lunga  sulla  morale,  più  dura  di  quanto  non  si  creda,  perché  fa  riferimento  alle  ossa,  alla  pelle  e  al  volto,  alla  presenza  reale,  insomma, a  ciò  che  oggi  definiamo  «il  presenziale».  La  Rete,  che  è  virtuale,  attraverso  la  solitudine  dei  navigatori,  diventa  forse  un  luogo  di  immoralità?

Una  costante  esposizione  pubblica  garantisce,  al  contrario,  una  morale?  Quando  lo  sguardo  si  acceca,  chi  garantisce  la  nostra  buona  condotta,  se  non  la  società  che  conosce  ciascuno  e  gli  dà  un  nome?  Ma  a  dire  il  vero  Digitalina,  con  il  suo  nome  in  codice,  in  un  certo  senso  resta  anonima,  invisibile.  In  Rete,  può  assumere  qualsiasi  apparenza,  sesso,  titolo,  identità,  perché  nessuno  la  vede  né  scopre  chi  è.  La  Rete  la  vela,  e  chi  si  vela  può  violare  la  legge.  Può  quindi  agire  come  il  pastore  che  voleva  diventare  re  e  ci  riuscì  commettendo  dei  crimini.

È  così,  non  ci  possiamo  fare  niente.  Nessuno  insegnerà  mai  un’etica  all’uomo  invisibile.  Lui  sfugge  a  ogni  regola.  La  imparerà  solo  da  se  stesso.  L’individuo  diventa  allora  moralmente  autonomo;  si  fa  guida  di  se  stesso,  perché  non  ha  nessun’altra  garanzia.  Impossibile?  Forse.  Ma  se  si  praticasse,  allora  avremmo  la  vera  morale,  perché  senza  controllo  sociale  né  l’ipocrisia  né  la  coercizione  potrebbero  più  intervenire.

Oggi,  per  quel  che  ne  so,  miliardi  di  Digitaline  beneficiano,  grazie  alla  codifica,  dello  stesso  segreto,  dello  stesso  nascondiglio,  dell’imbroglio,  dell’invisibilità,  del  velo  della  Rete.  Pertanto,  la  vecchia  favola del pastore Gige che – tramite l’anello – diventava invisibile agli altri e barando e uccidendo si fece re  non  serve  più,  visto  che  la  questione  non  riguarda  più  un  invisibile  in  mezzo  a  dei  visibili,  un  bandito  diventato  re,  e  neppure  un  re-bandito  con  sudditi  controllabili,  ma  un  insieme  di  innumerevoli  invisibili;  si  potrebbe  chiamare  la  comunità  dei  malandrini  possibili  o  la  Legione  straniera,  composta  esclusivamente  di  anonimi.

Gige  tiene  in  mano  l’anello,  Digitalina  il  cellulare.  Il  castone  mitico  rendeva  invisibili,  il  cellulare  assicura  l’anonimato.  Uccidendo,  rubando,  violentando,  il  pastore  divenne  re. Anonima,  Digitalina  potrebbe  agire  nello  stesso  modo,  almeno  virtualmente;  e  tre  miliardi  di  suoi  simili – tanti sono oggi i possessori di uno strumento digitale – potrebbero  fare  altrettanto.  Eppure  nessuno  diventerebbe  re.  Tutti  invisibili,  tutti  anonimi,  tutti  pirati,  tutti  re  …  nessun  re.

 

Virtuale,  la  Rete  diventa  quindi  un  luogo  di  non-diritto,  potenzialmente  percorso,  come  le  foreste  di  una  volta,  da  mille  briganti,  sparpagliati,  connessi,  cospiranti,  dispersi.

Né  il  diritto  né  la  morale  che  non  siano  quelle  specifiche  del  Web  s’imporranno  mai  in  rete,  ma  emergeranno  da  questo  mare  selvaggio,  da  questa  foresta  di  non-diritto,  dove  regna  la  codifica,  dove  è  possibile  nascondersi,  diventare  invisibili,  dove  è  possibile  barare  senza  farsi  scoprire  troppo,  senza  perdere  la  reputazione,  senza  separarsi  da  questo  oceano  di  individui.  Viva  i  pirati;  qualunque  benda  portino  sull’occhio,  finiscono  col  darsi  un  codice  d’onore.

Che  sorprendente  ritorno  alle  origini!  Nuova  politica,  diritto  nuovo,  nuova  morale:  ecco  dei  bei  cantieri  che  non  credevamo  più  di  vedere  né  di  dover  riaprire.  Nuova  materia  di  pensiero.