Confusi, schiacciati nello stereotipo del “comunista”, relitto di un’altra epoca – come tantissimi altri provenienti dal PCI, da fumosi marxismi e da indefinibili “Sinistre”, dal ’68 – da tempi immemori ormai, io tutti noi, abbiam fatto esodo da questa camicia di costrizione; in tanti senza rinnegare gli ideali comunisti dell’uguaglianza e della fraternità.

Eppure, è difficile dichiararlo: perché, in fondo, quei rari comunisti superstiti rappresentano la virtù perduta; o perché quello stereotipo è tanto generico e perciò diventa– nel pettegolezzo pseudo politico – sinonimo della parola Sinistra, che certo oggi non brilla nelle mani dei suoi epigoni contemporanei ..

Soprattutto, di tutto ciò oggi provo disagio di fronte a Nina, la nipotina il cui nome – qualche volta – mi piacerebbe fosse il diminutivo e vezzeggiativo di digitale, in omaggio alla fluidità.

Fluidità che ovviamente parla anzitutto delle origini, per esser compresa. Così, ho cercato di mettere a confronto il mondo cui appartengo – duro, industrialista, ingiusto, con quello che – potenzialmente – sarà il suo, fluido, digitale, dolce. Ne è venuto fuori un lungo scritto, una quasi-favola futurista, che ho deciso di pubblicare in tre puntate, di seguito.

 

Origini,  dunque:  prima  che  giungesse  l’età  dolce,  dominava  il  duro.  Il  vecchio  mondo  era  costruito  con  mura.  Mura,  città  e  porti,  asili  di  morte  …  Le  muraglie  concentrate  contenevano  cento  concentrazioni:  di  donne  e  di  uomini,  fattorie  o  città;  di  chicchi  di  grano,  sili  e  granai;  di  vini,  cantine  e  grotte;  di  malati,  cliniche  e  ospedali;  di  viaggiatori,  locande  e  caravanserragli;  di  denaro,  salvadanai,  banche,  tesori,  capitali;  di  acqua,  dighe  e  caraffe;  di  studenti,  professori,  scuole  materne  e  università;  di  condannati  e  prigioni;  di  libri,  librerie  e  biblioteche;  di  elettricità,  pile  e,  appunto,  accumulatori  …  Interrompo  l’elenco,  conosciamo  solo  scatole  di  questo  tipo.  Non  abbiamo  mai  smesso  di  cristallizzare  i  flussi,  di  trasformare  una  folla  sparsa  in  numerose  istituzioni;  non  abbiamo  mai  smesso  di  capitalizzare,  di  trasformare  il  raccolto  in  campo  di  grano,  la  caccia  in  cortile,  scuderia  e  stalla,  il  fiume  in  canali  e  dighe,  il  cemento  e  la  sabbia  in  muraglie,  i  giochi  dei  bambini  in  classi  ordinate,  l’amore  in  matrimonio,  la  folla,  infine,  che  non  chiedeva  niente,  in  città,  eserciti,  tribunali,  prigioni  e  regni.

A  mezzogiorno  Nina-Digitalina  invita col suo tablet i  suoi  amici  a  trovarsi  la  sera.  Qualche  ora  dopo  la  riunione  si  scioglie.  Molteplicità  labile,  è  scorsa  via  come  l’acqua  del  fiume.  La  nostra  società  assomiglierà  a  un  vortice  di  flussi:  inviati,  passeggeri  nelle  stazioni  e  negli  aeroporti,  informazioni,  dati  sottili,  moneta  volatile  …  La  coagulazione,  il  fatto  di  disciplinare  la  fluenza,  oggi  sono  ormai  considerate  come  patologie  .

 

Un  tempo  e  fino  a  poco  fa,  vivevamo  concentrati;  ormai  esistiamo  distribuiti,  come  flussi  tra  i  flussi,  mentre  prima  vivevamo  pigiati  in  scatole  di  segni,  di  uomini  o  di  cose.  Non  ci  sono  più  scatole,  non  ci  sono  più  barili,  non  ci  sono  più  mura.  Un  sindaco  o  un  ministro  inauguravano  degli  edifici;  non  ci  sono  più  edifici,  non  ci  sarà  più  né  sindaco  né  ministro.

A  quei  tempi,  infatti,  chi  studiava  la  meccanica  dei  solidi  non  poteva  immaginare  la  scienza  dei  fluidi  necessaria  a  questa  spiegazione,  né  descrivere  la  funzione  delle  turbolenze  sotto  le  ali  dei  volatili.

Formati  alla  durezza  come  quegli  studiosi,  oggi  abbiamo  la  stessa  difficoltà,  nella  fluidità  sociale,  a  immaginare  delle  istituzioni,  un’organizzazione  sociale  adatta  all’età  dolce.  Sogno  una  politica  e  una  filosofia  della  storia  che  siano  rispetto  a  quelle  passate  ciò  che  la  meccanica  dei  fluidi  è  rispetto  a  quella  dei  solidi.

Certo, volanti,  le  parole  non  soffiano  che  vento;  al  contrario  il  duro,  statico,  senza  il  quale  tutto  crollerebbe,  fornisce  delle  eccellenti  fondamenta;  simili  luoghi  comuni  rifiutano  con  disgusto  il  confuso,  il  diffuso,  le  mescolanze  e  la  nebbia.  Ma  il  duro,  il  cemento,  la  ghisa  e  l’acciaio,  in-somma,  le  età  della  pietra,  del  bronzo  o  del  ferro,  passata  l’età  dell’oro,  hanno  pesato  abbastanza  sulle  nostre  teste  da  farci  sentire  sollevati  all’arrivo  del  dolce,  finalmente  leggero,  liquido,  volatile.  Le  età  dure  scavarono,  ferirono,  devastarono  la  Terra,  come  quei  conquistatori  che,  associando  il  loro  trionfo  al  progresso,  calpestano  il  ventre  delle  vittime  mentre  intonano  il  solito  ritornello  sul  reale,  sul  concreto,  sul  fattuale,  sul  presenziale,  così  buoni,  così  belli  rispetto  al  virtuale.  E  invece  il  dolce  condiziona  ogni  invenzione.  Almeno  non  ferisce  la  pacifica  Terra;  almeno  non  devasta  le  acque  dei  fiumi  e  dei  mari,  né  le  turbolenze  dell’aria;  almeno  il  virtuale  non  inquina.  Il  possibile  non  può  essere  frazionato,  per  impadronirsene  come  si  fa  con  un  terreno.

L’alleanza  qui  proclamata  delle  scienze  della  vita  e  della  Terra  con  il  digitale  ci  allontana  finalmente  dalla  guerra mondiale,  nel  senso  del  conflitto  contro  il  mondo.  E  quale  miglior  acquisto  per  il  pensiero  che  questa  pace?

Risultati  globali  all’alba  di  questa  età.  Agonizzano  gli  enormi  dinosauri,  grandi  magazzini,  hangar  o  cantine  per  lo  stoccaggio,  università,  biblioteche,  città  e  megalopoli,  fabbriche  e  depositi,  banche  e  capitali,  ospedali  e  tribunali;  muoiono  i  grandi  animali,  grandi  imprese  di  costruzioni,  ricchezze  accumulate,  assemblee  umane  ad  alta  densità.  Diffuso,  il  dolce  dissolve  il  denso,  il  concentrato.  La  distribuzione  dissemina  le  istituzioni,  disintegra le  capitalizzazioni,  cortocircuita  gli  intermediari.  Il  dolce  dissolverà  il  duro.  Questo  morirà  di  quello.  Le  grosse  somme  si  disperdono  nelle  e  attraverso  le  enumerazioni  profuse  dal  digitale.  Questo  ucciderà  quello.

Agonizza  l’era  in  cui  la  concentrazione,  densa  e  dura,  significava  il  potere,  il  sapere,  le  fortune,  lo  Stato,  la  società,  la  città,  la  vita  collettiva  o  individuale,  e  anche  la  meditazione  interiore  e  privata,  l’attenzione  focalizzata.  Liberata  dalla  ganga  della  cristallizzazione  concettuale,  esplosiva  e  viva,  stavo  per  dire  evaporata,  la  sintesi  del  pensiero  percorre  svelta  mille  disparati  sparsi,  per  tracciare  un  paesaggio  evolutivo,  per  far  esistere  un  personaggio  vivo  e  mobile,  per  amalgamare  la  folla  lasciandola  liquida  e  libera.  Che  si  tratti  di  organizzazioni  economiche,  urbane  e  sociopolitiche,  oppure  di  idee,  il  dolce,  aereo,  virtuale,  agile,  folgorante  e  zigzagante  come  il  lampo,  scaturendo·  nello  spazio  globale,  attraversa  le  vecchie  densità,  ne  riduce  la  compattezza,  ne  spezza  i  format,  ne  mobilizza  la  pesantezza  per  creare  delle  novità  imprevedibili,  in  particolare  lo  stesso  spazio  abitabile,  globalmente  trasformato.  Il  dolce  creerà  un  altro  pubblico,  un  nuovo  privato,  vita  e  città  nuove  e,  speriamo,  qualcosa  di  diverso  dal  vecchio  sapere,  dal  potere  crudele  e  dal  cupo  destino.

Questo  ucciderà  quello,  il  dolce  smantellerà  il  duro:  rigoroso,  rigido,  coerente  e  formattato,  ecco  delle  immagini  di  solidità  la  cui  cristallina  densità  serviva  a  celebrare  l’  equilibrio  e  la  durata,  la  precisione  di  pensiero,  l’esattezza  sperimentale,  e  delle  creazioni  stabili  e  perenni.  Fluido  e  aereo  così  come  virtuale,  in  sintonia  con  il  tempo  reale,  il  dolce  permette  invece  delle  sintesi evolutive,  degli  scenari  mobili,  un  monitoraggio  del  processo,  delle  decisioni  adattate,  immediate  e  proporzionate,  letteralmente  delle  soluzioni,  poiché  questo  dissolverà  quello.

Inquietudine:  la  pace  dissolverà  la  guerra?  Fragile,  la  vita  sommergerà  la  morte?

Beneficiamo  di  terre  abitabili,  definite  da  frontiere  tracciate  sul  suolo;  impariamo  ormai  a  vivere  fra  le  placche  roventi  che  sorreggono  pianure  e  montagne  e  le  fanno  evolvere,  a  pensare  come  i  fiumi  e  le  turbolenze,  gli  oceani, le  correnti  marine  e,  dell’atmosfera,  le  burrasche  e  le  bonacce,  le  nuvole  e  i  venti.  Una  volta  il  sapere  si  divideva  o  si  classificava  per  continenti,  mentre  ora  si  mescola  e  fluttua  come  i  mari  inclassificabili,  le  cui  molecole  fanno  continuamente  il  giro  del  mondo;  ogni  goccia  proviene  da  tutte  le  acque,  e  va  verso  di  loro;  ogni  pensiero  scaturisce  da  tutte  le  parti,  e  vi  ritorna.  Cambiamo  casa,  voliamo  o  navighiamo.

L’età  dolce  equivale  a  ere  di  aria  e  di  acque.  Abiteremo  la  cattedrale:  nave  e  tenda.

Questo è già oggi il mondo di Nina e delle Digitaline!

(fine della prima parte)