La generazione del 2000 non la conosce se non per i ricordi di genitori, zii, nonni quella tradizione di attesa, detti, disagi e la consuetudine della neve nel bicchiere, per farne un sorbetto con limone o una ‘’zilibretta’’ come la chiamano nel Vulture con l’aggiunta di vincotto. Un bicchiere di benessere che Armando Lostaglio tira fuori dall’album dei ricordi, citando Maiakowsky, Sting o l’immigrata ucraina Ludmilla che non può non ricordare il lungo inverno nelle ‘isbe’ mentre la bufera impazza e ghiaccia ciglia, nasi, che riacquistando calore stando attorno al fuoco. E come non ricordare la collina di Ciaulina, ai piedi del lago, e tanto cara a Beniamino Placido. Neve e ricordi. Mentre scriviamo ci viene in mente “Fischia il vento’’ l’inno della Brigata Garibaldi, scritto da Felice Cascione e utilizzata durante La Resistenza
e ‘’ Vecchio Scarpone’’ di Renato Rascel…

Il senso dei Lucani per la neve

di Armando Lostaglio

Rionero in Vulture. Il senso dei Lucani per la neve rimane una costante, in ogni tempo, per ogni generazione, ad ogni latitudine. Quel “senso” è mutuato dal titolo di un film danese di alcuni anni fa, un thriller di Bille August del ’97, Il senso di Smilla per la neve. La stessa che si prova quando, misticamente, ci si avvicina ai Laghi di Monticchio, in Basilicata, in questo grande freddo.
Rimane un po’ proibitiva la strada per arrivarci, ma appena l’occhio si posa fra l’abbazia di San Michele e il Lago Piccolo, lo spettacolo è ineguagliabile. I due laghi di Monticchio appaiono glaciali. E’ spettacolo quasi siberiano, in un verso di Vladimir Majakovskij: “Mai potrai smettere di amare la terra con cui hai condiviso il freddo”.
Eppure, non sembra di essere nello stesso luogo che in primavera e specie in autunno emana colori che esplodono in armonie strabilianti. L’odore di questi giorni d’inverno ci avvolge in un afflato artico. E il colore grigiastro del lago vulcanico riconduce ad immagini inconsuete, in riflesso di un cielo plumbeo. Non sarà quel lago ghiacciato dove si consuma la tragedia infantile nel Decalogo 1 del cineasta polacco Kieslowski. Sono invece i laghi vulcanici, che mille volte e ad ogni stagione abbiamo ammirato, e che la neve indugia a confermare in uno stato di candore e di bellezza. E su tutto, l’antica abbazia di San Michele che si rispecchia nel Lago Piccolo, nella sua invernale solitudine. Se riuscissimo ad impadronirci di un “alfabeto temporale” sapremmo meglio guardare al passato e prevedere forse il futuro. In quelle lontane nevicate, non solo quella storica del 1956, la sopravvivenza era una grazia del Cielo: pane e pasta fatte in casa, pettole e “zilibretta” ossia neve sciolta con vino cotto, il sorbetto dei poveri.
“Ma voi non conoscete i rigori dell’inverno? Questo lucano, oggi, è solo un breve assaggio di quello ben più lungo che si vive in Ucraina…” Lo sussurra con nostalgia Ludmilla, da diversi anni in queste comunità per aiutare anziani, con un nome e le sembianze di una canzone di Paolo Conte. Nel profondo Est il “generale inverno” si sente, eccome, dura molto a lungo. In Lucania si recita una antica nenia: “Sotto la neve c’è il pane”; mentre nel silenzio bianco, noi (con Sting) “cercheremo di non disturbare la neve con le nostre impronte”. Ma tutto dura lo spazio di pochi giorni. E con il disagio del non lavoro, non scuola, non altro. La neve intorno ai Laghi si scioglie, non dura molto: ai piedi del Vulture sulla collina di Ciaulina – tanto cara a Beniamino Placido – quella è sempre l’ultima a sparire.