Vincenzo Maida, che ci ha narrato della vera storia delle Tavole di Heraclea , https://giornalemio.it/cultura/le-tavole-di-heraclea-furono-trovate-a-montalbano-maida-precisa/, non perde la battuta e quanto ascolta di una presunta contesa tra Pisticci e Montalbano risponde da par suo. Del resto la storia non si cambia e la descrive ancora una volta citando protagonisti, dati e luoghi nel territorio montalbanese…fino all’approdo al Museo di Napoli. Esposizione a parte al museo archeologico di Policoro fino all’autunno l’auspicio è che le ‘’Tavole’’ possano restare lì per sempre, patrimonio condiviso del Metapontino e di quanti leggono e apprezzano la storia per quello che ci ha lasciato.

TAVOLE DI ERACLEA: ALLA PRESENTAZIONE IL DIRETTORE “TIRA FUORI” UNA “CONTESA” TRA PISTICCI E MONTALBANO J.
Tutti si augurano e sostengono la richiesta che inoltrerà il comune di Policoro, affinché le famose Tavole restino in modo permanente nel locale Museo. Purtroppo in passato il Museo Archeologico Nazionale di Napoli si è sempre rifiutato di accogliere tale richiesta, ma ha concesso il loro trasferimento solo per periodi limitati.
Augurando che questa volta si abbia maggior fortuna, non possiamo consentire a nessuno di ignorare i fatti ad esse collegati.
Dopo aver sistematicamente ignorato il ruolo di Montalbano Jonico e quello fondamentale, a lui si deve tutto, del giovane montalbanese sacerdote e archeologo Nicola Maria Troyli (1713-1788), precettore, tra l’altro, di Francesco Lomonaco e la cui abitazione è ancora in piedi, il direttore del museo di Policoro durante la presentazione delle Tavole “tira fuori”, relativamente al luogo del loro ritrovamento, un conflitto che sarebbe a suo dire “ancora esistente” tra Pisticci e Montalbano Jonico.
Possiamo smentirlo con assoluta certezza: che non c’è mai stato e non c’è alcuna diversità di veduta tra i due comuni, così come tra gli uomini appassionati di cultura, di storia e di archeologia residenti a Pisticci e a Montalbano Jonico, anzi abbiamo sempre registrato una costruttiva collaborazione e non uno sterile “campanilismo”.
Va tenuto presente che nel 1732 a Policoro, oltre al castello, c’era solo il bosco e la palude con la zanzara anofele che infettava la malaria. Tant’è che con la prima ferrovia borbonico nell’800, negli scompartimenti era affisso un cartello con l’avviso di chiudere i finestrini in quel tratto, per evitare che potesse introdursi qualche zanzara. Quindi solo a Montalbano J. potevano esserci uomini di cultura capaci di comprendere l’importanza di quel ritrovamento.
Non si tratta di “campanilismo”, ma di ristabilire una verità storica nel rispetto degli uomini che ci hanno preceduto su questa terra. Verità che non è mai stata messa in discussione, né nel 1972, quando le Tavole furono esposte in piazza Eraclea, davanti alla sede dell’ex-municipio, in occasione di un importante convegno di Storiografia Lucana che si tenne nel cine-teatro-nuovo a Montalbano J., e né nel 2020, quando nonostante l’avvio della pandemia, fu organizzata dall’allora direttore del Museo, una escursione nel luogo in cui le Tavole furono rinvenute.

Ed ecco come andarono le cose.
La famiglia Lemma di Pisticci era proprietaria di terreni in agro di Montalbano J., in contrada Luce o Uscio. Li aveva abbondonati da molti anni perché era stata decimata dalla famosa frana di Pisticci nella Notte di Sant’Apollonia nel 1688, che uccise circa 400 persone e tra gli altri un fratello sacerdote di Marcello Lemma, GiovanBattista Lemma, ed altri familairi.
Dopo tanti anni il Lemma si era deciso ad andare ad arare quei terreni. E qui si innesta il racconto del bibliotecario a vita, tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, Prospero Rondinelli:: “Nel mese di febbraio 1732 in contrada “Luce” oggi denominata “Uscio” nel territorio di Montalbano Jonico, e confinante con la riva destra dell’antico fiume “ Achelandro”, oggi Cavone, ed al distrutto casale di Andriace, il contadino Marcello Lemma ( di origine pisticcese ), arando la terra presso il torrente suddetto, avvertì che la punta dell’aratro urtò un duro ingombro (sulla parte superiore della tavola sono visibili i graffi che produsse l’aratro ), osservato diligentemente il terreno lì presso, vide così una antica lamina di bronzo, la quale aveva una iscrizione Greca in una facciata, e un’ iscrizione latina nell’altra. La scoperta di Lemma, fece rumore, e l’archeologo Montalbanese,il sacerdote Nicola Maria Troyli, osservò la lamina e consigliò di andare a scavare nel luogo e nelle vicinanze, ove era stata rinvenuta, perché probabilmente avrebbe potuto trovarsene un’altra, sicché dopo circa venti giorni, cioè i principi di quaresima, e propriamente a Marzo, dello stesso anno 1732, si andò con ansia, di scoprire e fare gli scavi, vicino il luogo dove era stata ritrovata la tavola, e non solo le previsioni del Troyli si avverarono appieno, ma i desideri di tutti vennero coronati da brillante successo perché fu trovata l’altra lamina, scritta, però, da una sola parte”.
Nicola Maria Troyli le conservò gelosamente e dopo qualche tempo, divenuto amico del Presbitero Alessio Simmaco Mazzocchi, le mandò da lui a Napoli, perché ne conosceva la competenza ed era convinto che le avrebbe studiate e poi avrebbe divulgato il frutto dei suoi studi.
Rondinelli scrive ancora: “A Napoli apprese che un frammento di una lamina, rinvenuto da qualche tempo e da persona ignota, era stato venduto per avidità di denaro a tale Ficoroni di Roma.”
Costa proprio tanto prendere atto della verità storica?
VINCENZO MAIDA .
