Giacinto Pannella, detto Marco, classe 1930. Sorprende che il nome di battesimo non sia mai piaciuto al giacobino franco-abruzzese, venuto a mancare nel 2016.
Nella mitologia greca, Giacinto era un ADONE spartano. Amato dal dio Apollo, ma anche da Zefiro, dio del vento di ponente.
Malato di gelosia, Zefiro soffio’ su un disco lanciato sportivamente dal suo rivale Apollo, e ne devio’ la traiettoria fino a colpire a morte il principe GIACINTO (così nelle Metamorfosi di Ovidio).
Il fotogenico capostipite dei radicali avrebbe potuto impersonare, da giovane, tale efebica figura.
Pannella era un bisessuale manifesto, ed uno dei primi in Italia ad abbracciare in politica la causa, diciamo oggi “LGBT”. Per quanto si sia poi deciso a dichiararsi tale solo nel 2010.
Ad “uscire dall’armadietto..” (coming out of the closet), i radicali omosessuali furono sfidati dal FUORI!, ossia il “Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano!” che presidiava i loro congressi.

Il leader Angelo Pezzana strinse alleanza con Pannella nel 1974, e fu poi eletto – PRIMO GAY DICHIARATO – nel parlamento italiano, anche se per breve durata.
Il movimento mise così un piede nel sistema, perdendo tuttavia una parte del suo aculeo rivoluzionario.
I costumi nazionali venivano d’ora in poi erosi dall’acqua cheta dell’ingresso dei gay nello spazio pubblico, non meno che dagli eclatanti scossoni inferti dai radicali con i referendum su divorzio e aborto.
Sulle problematiche GENDER non ci fu referendum.
E se per sventura se ne fosse proclamato uno, lo avrebbero perso.
Si’ perché negli anni 70 per gli psicologi l’omosessualità era una DEVIANZA, e per l’austera sinistra comunista ancora un “vizio borghese”, per non parlare del corpaccione molle dei cattolici.
Dopo Pannella, la rosa nel pugno svela tutte le sue spine.
High-fidelity come uno stereo, Maurizio Turco ne ripete le movenze e la cadenza oratoria, senza averne la duttilità. (La prolissità di Marco – vedi le chilometriche interviste di Bordin – è poi per nostra fortuna irraggiungibile).
Emma Bonino era entrata negli anni ’10 in sciopero della parola rispetto al leader a cui era stata devota.
Lui la riteneva ormai parte della jet society, e lei soffriva del peso di un rapporto impari.
A Emma è rimasta quella smorfia che sembra dire: che ci faccio io in questo centro sociale? Non a caso si è unita allo scisma di Radicali Italiani.
Insieme al fumantino Taradash, che già da tempo era convolato nelle file berlusconiane (è però ammessa la doppia tessera).
Abbiamo già scritto del MISTERO BUFFO della differenza tra i radicali delle origini e l’attuale diaspora.
Come la discrasia tra l’esser “nonviolenti” e poi pronunciare con disgusto la parola “pacifisti“.
Anche ANTIMILITARISTA è diventato una parola tabù, laddove era su tutti i manifesti dei radicali di allora (vedi copertina di “Liberazione” nell’articolo precedente).
Mi appello all’acume dei lettori per avere dei lumi su questo nodo, che merita di esser sciolto una volta per tutte.
Si può essere nonviolenti e detestare il PACIFISMO?
Aiutino di Pannella: il nonviolento si batte per evitare la guerra, ma se poi scoppia, “ha il dovere di schierarsi” per difendere la parte offesa. (?)
Taradash invece se la cava così: siamo contro il militarismo, ma a favore dei militari (sic!).
La FAME A GAZA usata come arma di guerra, e loro approvano: ma quelli delle campagne contro la fame nel mondo erano solo dei giovanili sosia?
A Radio Radicale sono tutti allineati alle tesi di Fiamma Nirenstein. Il cui cognome si traduce dallo Yiddish “calcolo renale“, ma è un understatement: non so a voi, ma a me all’ascolto delle sue esternazioni un sordo dolore si ramifica in tutti gli organi interni.
Mi ha sempre commosso la dedizione radicale ai CARCERATI, compresi quelli al 41bis. Se solo un decimo di tale pietà andasse ai palestinesi spoliati di tutto..
Bei tempi quando il Pannella d’annata era un fenomeno a cui ognuno attaccava una etichetta nazionalpopolare:
“primadonna esasperata“;
“un soufflè dell’ego”;
“pifferaio magico”;
“disco rotto” (“nessuno ci dà spazio in Tv”, anche quando il Cavaliere gli aveva aperto le porte delle sue emittenti);
“istrione girovago del nostro teatrino politico”;
quando si mise alla testa degli inquisiti di Tangentopoli, persino: “maitresse dell’albergo della partitocrazia”.
Ed a volerla sparare ancora più grossa, direi VESCOVO LAICO dei diritti civili.
Perché si scorgeva nel nipote ribelle di un sacerdote dallo stesso nome una sotterranea vena religiosa, sfociata nel feeling ricambiato con il Dalai Lama nonché nell’amicizia con Papa Francesco.
Questa apertura mentale i posteri non l’hanno più.
Ed è tangibilmente PASOLINI a farci rimpiangere il modo vintage di essere radicali:
“dovete essere irriconoscibili..continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a IDENTIFICARVI COL DIVERSO; a scandalizzare; a bestemmiare“.
(Lettera al Congresso del Partito Radicale del 2-11-75, n.b. giorno della tragica morte del poeta).
(- Foto da Wikipedia -)

La mia fatica di Sisifo è stata occuparmi da sempre del fenomeno lingue.
Le ho studiate in Germania e Irlanda, per poi lavorare come traduttore.
Con tutta l’ammirazione per le virtù del medium, non sarò mai un giornalista, di quelli che dicono della loro professione: “Meglio che lavorare”.
Non fa per me la separazione ipocrita di fatti e opinioni.
Credo nella dialettica e nei dialetti, nella laboriosità del pensiero lento.
La forma è contenuto, e si lascia cesellare fino a dare il più grande risalto alle idee che, si spera, hanno in sé la verve per salvarci.
Ci vorrà del lavoro a riempire il baratro di apatia in cui è precipitato il pensiero.