Come si curavano i nostri padri,gli abitanti dei rioni Sassi, descritti da Carlo Levi nel ”Cristo si è fermato ad Eboli”, citando condizioni igieniche precarie, mortalità infantile da febbre puerperali, tracoma e malaria curata dal chinino? Ricorrevano alla ”cassetta” dei medicamenti naturali frutto di millenarie esperienze, attingendo alla natura, al mondo minerale e vegetal e con tecniche di elaborazioni affinate negli anni. Medici? Diffidenza tanta, anche perchè non potevano pagarli, meglio i barbieri che -oltre a barba e capelli e cavare i denti- praticavano anche salassi applicando sanguisughe (u’ sanguitt, in dialetto materano) .

Per il resto erbe medicinali, piante e unguenti di origine animali e per i dolori si era avvezzi ricorrendo, per le coliche, alla consolidata ”papagna”. Un infuso dalla pianta di Papaver Somniferum, il papavero da oppio coltivato nel mondo contadino utilizzato, sotto forma di decotto, come sonnifero, antidolorifico e tranquillante. Ma senza esagerae nei dosaggi,sopratutto per i bambini, che rischiavano di passare dal sonno alla morte.

Di questo e altro tratta l’ultima paziente fatica di Nunzio Longo, farmacista, giornalista “La medicina popolare nei Sassi di Matera dalla mitologia medica alla biomedicina” ( edizioni Magister) che sarà presentato giovedì 12 dicembre, alle 18.00, nella Sala Levi di Palazzo Lanfranchi.

Con l’autore, dopo l’intervento della direttrice del Polo Museale Marta Ragozzino, il collega Pasquale Doria che con la rivista ‘Mathera’ ci offre periodicamente spunti di riflessione su stori, arte, personaggi e altri aspetti della memoria cittadina e del comprensorio.

E il libro di Nunzio Longo è un’altra occasione per guardare al passato, qualcuno lo farà con rimpianto, ma con la voglia di conoscere e approfondire sui saperi e sugli usi di una civiltà millenaria. Longo, che negli anni scorsi ha realizzato un pregevole lavoro sulle farmacie del Materano, ci tiene a evidenziare i diversi aspetti trattati nel libro.

‘” E in particolare-dice Longo- il passaggio dalla medicina popolare, empirica alla scienza . La papagna, per esempio, era tenuta molto in considerazione dalla gente dei Sassi perchè ritenuta efficace, come infuso,ma aveva molti effetti collaterali. Andavano evitati i dosaggi elevati per sedare i dolori , con il rischio che un neonato potesse anche morire.La pianta aveva una funzione apotropaica, perchè allontanava tutti i mali.Quindi ogni casa dei Sassi aveva la papagna, che aveva dei principi attivi , come tante altre dalla malva alla camomilla che servivano per preparare decotti, sciroppi e altri infusi. Il popolo utilizzava anche il grasso sotto epidermide della ”serpa cervona” , conservato in una cavea a mo’di bottiglia. Si attingeva per le medicine naturali anche dal mondo minerale. E la natura stessa che forniva gli elementi. La natura è un macrocosmo che veniva in contatto con il microcosmo dell’uomo. C’era una visione precisa e una corrispondenza analogica tra natura e organismo, tant’è che c’era un visione detta della ”signatura” delle piante. Colore, forma della pianta corrispondevano per esempio a parti del corpo come il gheriglio delle noce , che può essere paragonata al cervello, Ii pomodoro tagliato alle quattro cavità del cuore. Le noci erano utilizzate per le malattie nervose e il pomodoro per quelle vascolari”.

Ma c’è anche un aspetto curativo legato all’utilizzo degli alimenti , messo in luce negli anni Ottanta con gli studi sulla nutriceutica, una scienza nuova attivata dal medico statunintense Steven De Felice, che consiste nel ricercare dei medicamenti non dalle piante ma dagli alimenti. “Parliamo – precisa l’autore- per esempio dell’aglio che ha sette funzioni curative per la pressiome. Bastava masticarlo, mangiarlo e ci si preservava. La nutraceutica ha questa funzione . Oggi se ne parla. Ma i nostri abitanti dei Sassi già lo facevano. Nella ricerca ho posto attenzione, pertanto, al passaggio dalla medicina empirica – fatta da una lunga esperienza di ”prova e riprova” sulle piante che ha consentito di acquisire delle conoscenze – ai farmaci prodotti in laboratorio. Ci sono delle tappe che evidenziano questo passaggio.

Nel 1803  farmacista tedesco Friedrich Sertürner estrasse dalla pianta di papavero la morfina, che è il primo componente di origine vegetale. E’ la morfina, he  è il più importante antidolorifico, analgesico, che si usa ancora oggi. Si era partiti dalla ”papagna” della esperienza popolare , che poi ha avuto un riconoscimento scientifico . Questo passaggio è importante. Alla fine del secolo XIX il positivismo ha dato impulso a questo processo nel senso che il laboratorio ha portato a sintesi, è riuscito a copiare le sostanze che si possono copiare dalla pianta. Attenzione, però, perchè a questo punto c’è una biforcazione: le piante hanno un principio attivo, ma hanno un fitocomplesso, che è riproducibile ancora oggi. E’ la differenza tra la pianta e una sostanza.

Il fitocomplesso contiene tanti principi attivi. Se parliamo,per esempio, di vitamina C, contenuta negli agrumi, noi possiamo ottenere 500 mg in una compressa. Ma per assimilare mezzo grammo dovremmo mangiare alcuni chilogrammi di agrumi, ma l’organismo non ce la fa e rigetta il surplus”. Per farla breve ci sono i pro e i contro ma è preferibile, aldilà delle singole situazioni, assimilare in maniera naturale le vitamine e variando la dieta. Concetto che impone di cambiare abitudini e stili di vita. Quando si pensa alla medicina popolare si pensa a fattucchiere, masciare e ad altri personaggi detentori di esperienze empiriche con un tocco di magia, svilendo un patrimonio culturale millenario.

Ma quale era il rapporto tra gli abitanti dei rioni Sassi, della civiltà contadina, con la medicina ufficiale e in particolare con medici, speziali e farmacisti. ” La medicina popolare – conclude Nunzio Longo– è andata avanti per millenni fino agli anni Cinquanta, con lo sfollamento dai rioni Sassi,e con la presenza delle varie Casse e Istituti di assistenza ( Enpas, Inam ecc) c’è stato l’avvento dei farmaci. Va detto che la gente dei rioni Sassi credeva poco nella medicina ufficiale e preferiva, piuttosto, rivolgersi a persone di fiducia ed erano forti delle loro credenze. C’era un detto che sintetizzava questo modo di pensare: vai da” patito e non dal medico”, da chi ha sofferto quella malattia e non dal medico. E poi non avevano nemmeno soldii. Nel tempo si è passati dalle credenze alla conoscenza. E’ questo è stato il passaggio importante. Tutto è diventato scienza. Perchè la papagna faceva passare il dolore? I contadini lo sapevano in maniera empirica, ma poi la scienza ha approfondito è ha individuato i principi attivi migliorando le cure, che hanno potuto contare via via su innovazione e tecnologie per la diagnostica e le tecniche di intervento”. Il libro tratta di altri aspetti come l’effetto placebo , legato ai riti della fascinazione (l’affosc(i)n in dialetto materano) che vedevano il ”guaritore” compenetrarsi nei dolore della persona che aveva un problema fino ad apporgli, nei casi più gravi, un empiastro o altra applicazione medicamentosa nella parte dolorante. Con due effetti: uno era placebo, rassicurante, l’altro dato dalla persona e quindi l’empatia. Tutto questo creava una temperie psicologica con un rilascio positivo sulle endorfine, di sollievo. L’effetto placebo applicato anche oggi con la ritualità oraria dìdella compressa , ma con un effetto curativo ridotto. Nel libro ci sono anche riferimenti su aspetti legati alla medicina archeologica e antropologica, con il riferimento a crani perforati provenienti da scavi o a studi ottocenteschi come quello effettuato con le teorie lombrosiane di antropologia criminale sul cranio del ”brigante” materano Eustachio Chita. Curiosità ma anche stimoli per la ricerca. In passato nel periodo Neolitico, per esempio, e poi nelle civiltà colombiane si pensava che la trapanazione del cranio potesse favorire la eliminazione di emicranie e dolori specifici facendo uscire gli spiriti maligni. Metodica applicata e ripresa ” in vita” dal bibliotecario olandese Bart Huges e poi dallo scrittore Joey Mellen, convinti che la trapanazione del cranio favorisca una migliore circolazione sanguigna e una migliore azione del cervello. Teste fresche o calde?