Dall’immediato dopoguerra dopo l’interesse destato dal ”Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, agli studi di fondazioni statunitensi e del Piano Marshall, fino all’esperienza laboratorio di ”Comunità” dell’imprenditore ”illuminato” piemontese Adriano Olivetti, che consentirono a Matera- al cuore antico dei rioni Sassi, capitale della civiltà contadina- di riscattare quel giudizio di ”vergogna nazionale” di togliattiana memoria. Fino all’avvio di un percorso di trasferimento della gente dei tuguri e dei lamioni nei nuovi quartieri di Serra Venerdì, Lanera, Spine Bianche e del borgo La Martella, oggetto di studio di urbanisti, progettisti e sociologi. Un percorso in chiaroscuro, che invita a riaprire il laboratorio su analisi e progettualità, per non dimenticare e far tesoro di una esperienza davvero unica per tanti motivi.Il lavoro di tesi di laurea alla University London College dello studente inglese Patrick Mc Gauley ” Matera , 1945-1960 The history of a ”National disgrace”, tradotto dalla materana Marianna Manicone, arricchisce il dibattito della ”Settimana olivettiana, in corso al Teatro Ludovico Quaroni , promosso dalle Associazioni ”Adriano Olivetti” e ”Amici del Borgo” di La Martella.

MATERA 1945-1960: STORIA DI UNA VERGOGNA NAZIONALE
Di Patrick McGauley
Traduzione e adattamento a cura di Marianna Manicone
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Il lavoro di Patrick McGauley che presentiamo questa sera nasce come tesi universitaria e vede poi la pubblicazione all’interno di una collana di studi di italianistica presso l’Università di Cambridge. I due testi – la tesi di laurea ed il libro pubblicato – differiscono leggermente pur mantenendo la stessa struttura, la divisione dei capitoli e soprattutto la natura argomentativa del lavoro.
Attualmente il libro esiste solo in inglese, tuttavia speriamo che possa quanto prima vedere la luce anche in lingua italiana.
Il lavoro di traduzione si è svolto in due momenti diversi dando vita a due lavori diversi. In un primo momento, è stato chiesto di tradurre il testo, e in particolare alcuni passaggi del testo, ai fini della sua comprensione, per poterne cioè comprendere il tema e poter quindi lavorare sulla sua presentazione. Questa finalità – che non è evidentemente volta alla pubblicazione del libro – ha portato ad un lavoro di traduzione che fosse sì fedele al testo di origine ma che fosse più un suo adattamento.
La seconda parte del progetto, che mira appunto alla pubblicazione del libro in lingua italiana, ha previsto una traduzione più organica e strutturata, una traduzione letterale cioè fedele il più possibile al testo di origine non solo per il significato delle parole ma anche per rimanere fedele alla sua struttura, alla voce dell’autore e soprattutto alla natura del libro che è fondamentalmente un testo di tipo argomentativo frutto di un lavoro di ricerca delle fonti.
A prescindere dal tipo di testo che si traduce e dalle scelte operate dal traduttore, ogni testo, anche quello che apparentemente può sembrare più semplice e asettico, contiene degli ostacoli che allo stesso tempo costituiscono per il traduttore un problema da risolvere ed una sfida professionale. Come lo scrittore, anche il traduttore è alla continua ricerca della parola giusta, non solo per il suo significato intrinseco, ma per la possibilità di modificare attraverso la scelta terminologica sia il significato di quello che diciamo sia l’intensità di quello che diciamo.

L’altro aspetto interessante del lavoro del traduttore è la possibilità di riflettere non solo sugli aspetti meramente linguistici che contraddistinguono la lingua di partenza e la lingua di arrivo (le differenze grammaticali, lessicali o sintattiche), ma anche e soprattutto la possibilità di riflettere su tutti quegli aspetti metalinguistici e paralinguistici con cui ci si confronta più o meno consapevolmente durante la lettura di un testo: si tratta cioè di riflettere su tutti quegli elementi non scritti che accompagnano la comunicazione e che contribuiscono alla trasmissione del messaggio e alla sua interpretazione (il tono, il ritmo, le pause, il non detto, l’intenzione, l’ironia…) che afferiscono al contesto culturale cui quella lingua appartiene. Ecco perché la traduzione è un lavoro umano, che mai potrà essere sostituito completamente dagli strumenti informatici e tecnologici che pure sono utilissimi nel processo traduttivo.

Ovviamente anche nella traduzione del libro in oggetto non sono mancati passaggi complessi e riflessioni di questo tipo. Intanto una prima personalissima sfida è stata quella di riuscire a tradurre allontanandosi dalla propria materanità e da qualsiasi forma di localismo. Nel testo di McGauley, infatti, ci sono molti riferimenti a Matera, alla nostra storia, a concetti e luoghi che conosciamo, che ci suonano così familiari da essere portati a tradurre questi luoghi e questi concetti con una sorta di immediatezza e di naturalezza che però non risuonerebbero con la stessa naturalezza ad un lettore non materano. Questo può rendere quindi necessario ricorrere appunto all’adattamento ma anche a note del traduttore che possano ad esempio spiegare cosa sia la Civita o il Piano all’interno della struttura della città di Matera.
Il mio intervento nasce e si conclude con una riflessione sulla scelta linguistica dell’autore di tradurre la definizione di Matera “vergogna nazionale” con “national disgrace”, una scelta che non è – come spiegherà lo stesso autore – solo linguistica ma esemplificativa di tutto il tema alla base del libro.

