La Libreria dell’Arco chiude perché, con la candidatura a capitale della cultura della Città, vanno alle stelle i fitti dei locali. Del resto, accade per tutti i buchi disponibili nel centro storico, nei Sassi e non solo.

E allora? E’ il mercato, bellezza! Il trasloco di libri per lasciare spazio ai tavoli dell’ennesima barosticceria.

Bisognerebbe chiedersi, a patto che si abbia la convinzione che i luoghi della cultura e i loro servizi debbano essere per tutti; a patto che non si rincorra l’idea che i palazzi storici, le piazze e tutto quello che comprende il patrimonio culturale, non siano altro che location, straordinari ed esclusivi “involucri” di eventi per l’intrattenimento e ristoranti, se una prestigiosa Libreria in uno spazio culturale “pubblico” come piazzetta Ridola, non sia una contraddizione evidente per il “mercato”. Potrebbe essere utile..

Un comune che si dà l’impegno di indicare all’Europa una strada per rivendicare una decente cittadinanza, non avendo noi alcun bisogno di diventare ancor più consumatori, clienti, spettatori; avendo invece un disperato bisogno di diventare cittadini, di avere strumenti per esercitare il senso critico. Un comune che dovrebbe addirittura suggerire, a un governo che voglia davvero coltivare la nostra civiltà e voglia farci rimanere umani, che la via maestra è finanziare la scuola e la ricerca e poi finanziare la produzione (e non il consumo) culturale. Un comune che ha come Sindaco una figura storica della cultura borghese cittadina, sa che, più in generale, abbiamo bisogno di rimettere in piedi davvero il patrimonio culturale. E poi aprire a tutti quel patrimonio.

Così come si rammenta a Renzi che con i soldi necessari a finanziare i bonus per i diciottenni si aprirebbero gratis i musei statali italiani per tre anni e mezzo, così diciamo a De Ruggieri che con i contributi elargiti al Presepe vivente e al capodanno della Rai, si metterebbero in cantiere a tempo indeterminato i Laboratori di quartiere, il decentramento democratico e il recupero delle attrezzature pubbliche mai completate o abbandonate nelle periferie. Abbiamo bisogno di conoscenza, di storia, di lucidità: perché è cultura quella che «permette di distinguere tra bene e male, di giudicare chi ci governa. La cultura salva»

Ma intanto la città si trasforma e il suo futuro macchiato da compromessi e interessi economici la ridisegna tutta.  La Matera nuova cui andiamo incontro è una città che dipende in modo quasi esclusivo dal turismo: le sue case si svuotano di residenti e si riempiono di villeggianti di pochi giorni, gli operatori turistici gestiscono i commerci vendendo i loro gruppi di visitatori a ristoranti e fissando i costi giornalieri dei B&B. Gli abitanti dei Sassi e del Centro storico si riducono di numero e di qualità diventando spesso lavoratori al servizio del turismo. Non vi sarà posto in città per altre professioni, che non siano soltanto impiegati insegnanti e terziario. Il turismo scaccia tutte le aziende!

La città verso cui vorremmo andare è una città gelosa del suo passato, della sua storia e della sua bellezza, consapevole che i danni prodotti dall’invasione turistica  potrebbero sfigurarla del tutto. Una Città i cui abitanti difendono il loro modo di vivere e di pensare contro l’assalto del pensiero di massa e contro le tentazioni di facile ma illusoria ricchezza, che sviluppano l’Università e favoriscono la residenza di studenti e docenti, i quali percorrono ancora i Sassi e la Gravina a piedi per goderne i paesaggi.

La riscoperta del vicinato è il ritrovamento del senso di comunità e di civiltà umana è quell’abbraccio naturale tra le persone e l’ambiente storico abitato. L’uomo ha bisogno di esistere e muoversi in un paesaggio familiare e amichevole sia dal punto di vista geografico sia da quello storico e sociale, è questo il senso e il richiamo alla cultura mediterranea.

Insomma, è dannatamente urgente per la Città darsi gli strumenti regolatori e programmatori. In ogni caso, non credo ci si possa fermare dinanzi al “Mercato” come davanti al dio terribile e incurante. Io ho smesso di interessarmi di pianificazione urbana da troppo tempo e -maledizione!- non vedo cittadini che criticano con competenza i limiti dell’Ufficio Tecnico municipale! Possibile che non esistano più strumenti che, direttamente o meno, siano utili a un minimo di programmazione delle scelte culturali di fondo della Città?

Possibile che non si possa approntare lo “studio di dettaglio”? Ovvero, un piano nel quale si delimiti l’area considerata “centro storico” , inserendo anche zone limitrofe con caratteristiche simili , classificando uno per uno gli edifici nelle diverse categorie, dall’edilizia non qualificata ai monumenti. Dalla classificazione potrà poi dipendere il tipo di intervento da realizzare sull’edificio o sulla zona, conservandone o cambiando anche la destinazione d’uso, e la esclusività delle tipologie di attività culturali o pubbliche decisa.

Dobbiamo ancora rassegnarci all’assenza di una cultura storica municipale, alla pressione di forze economiche esterne? Ai caratteri e alle culture dell’imprenditoria locale ispirate a un «diffuso anarco-abusivismo privato», accompagnato tuttavia anche da un «anarco-governo pubblico»? Le istituzione pubbliche, finora, non sono state da meno nel rendere il territorio un contenitore vuoto da riempire con qualunque manufatto incarnasse un incremento economico.

E se tutto resta com’è, che senso ha celebrare la scelta di Matera? E la spasmodica ricerca di finanziamenti pubblici a chi gioverà per davvero?

Facciamo ancora in tempo per cambiare strada.