Madri gotiche”, di Patrizia Busacca, a cura d’Alessandro Bencivenni, Linea Edizioni (Venezia, 2020), pag. 424, euro 16.00.

Le ricognizioni del caso fanno spesso passione di dolore.

Di recente, una cara amica scrittrice m’ha consigliato la lettura d’un libro d’un suo caro amico sceneggiatore. Con grande tatto, premessi i nostri difficili caratteri. Anzi, per l’esattezza, m’ha invitato a leggere il libro curato dal suo amico sceneggiatore come lei, scritto dalla moglie giornalista.

Prima d’iniziarlo, ho impiegato molto.

Di recente, infatti, quando mi capita d’entrare nell’acqua dei social, oltre le dediche e le confessioni anche che nascondono, vedo spuntare la storia d’una donna che ho conosciuto poco e per poco.

Allora ecco la ricognizione del caso. Scorticante. Ché la donna da me conosciuta lotta quotidianamente contro un tumore. E Patrizia Busacca, autrice del libro postumo “Madri gotiche”, moglie dunque d’Alessandro Bencivenni, dieci lunghissimi anni s’è scontrata col dannato cancro al seno. Il suo libro racconta parte del corpo a corpo. E oltre il sacrificio della resistenza umana riesce a dar spazio-voce a un altro racconto. Dove si guardano e si vedono stranamente la zia presa da una malattia mentale e sua madre.

Un’altra ricognizione del caso mi fa dunque conoscere che il “memoire” di Patrizia Busacca è stato presentato dalle parti della storica via Tomacelli, la strada del titolo del Manifesto “via Tomacelli: abbiamo un problema!” insomma. Che accomuna più punti umani di questi fatti, tra l’altro. Se riuscissimo a specificarne tutti i nomi taciuti.

Sta di fatto che la zia Lidia è stata passata dall’elettroshock, sembra ricordare Busacca. In un momento di descrizione dei tempi, dei quali appunto il libro è zeppo. Come pieno è di raccordi sentimentali. Di pulsioni da paure private e di torsioni colpose per il tanto gettonato giudizio pubblico sui malati di mente e sugli handicappati, ché qui c’è anche la vita d’un giovane diversamente abile appunto.

Sull’uscio della sua casa della sofferenza, comunque, a intervento suo passato e nella nube dell’attesa, Busacca ci dice: “(…) io non posso permettermi che vada così, perché ho una probabile scadenza e devo far girare le cose. Vivrò al meglio quel che resta del giorno. Dopo sarà quel che sarà. Guardo avanti e guardo indietro e visto che si sono presi poca cura di me nella mia infanzia, ho deciso di prendermi cura di una zia malata nel corpo e nella mente, anche se non so bene cosa fare per lei. Ma ho deciso di rompere il muro che certo non ha migliorato le vite di nessuno”.

La scrittura lineare fino all’estremo di Patrizia Busacca pare assicurarci che in questa trama di famiglia larga eppur coincisa dobbiamo trovare l’essenza del bene. Il male, qui datoci in barocco niente quindi sottotraccia insomma invisibile è già di per sé troppo vistoso nei corpi dei protagonisti della storia.

Busacca è stata davvero “donna dalle molte vite”, a riprendere le parole di cura e devozione di Bencivenni: giornalista di sport, spettacolo e cultura, arredatrice d’interni, artista, avendo creato decine di oggetti con un’antica tecnica di ricamo con le perle di vetro; rinata dopo le strane vite di tutta la sua grande famiglia. Epperò Patrizia Busacca non ha fatto in tempo a vedere pubblicato il suo libro perché il tumore, un carcinoma mammario duttale infiltrante, ha avuto la meglio sul suo corpo. Il travaglio era cominciato nel 2007. Con il passaggio negli States. Dove, all’Art Institute di Chicago per l’esattezza, appare il dipinto American Gotic, mutuato per il titolo del suo memoir famigliare. L’autrice affronta senza tristezza la malattia. Come la coppia dell’opera d’arte è in posa fiera nel quadro.

Il libro si chiuderà in un sogno. “Dopo sarà quel che sarà”.