Abbiamo incrociato per caso uno stimolante e acuto post di Luca Delgado che affronta il tema dell’uso della nostalgia nella comunicazione propagandistica della destra, anche quella in pseudo-vestito-nuovo-vannacciana, per far passare le proprie ricette remigratorie (“Vent’anni fa, trent’anni fa, si stava meglio. Quando non c’erano gli immigrati“). Spacciando l’idea che un tempo il nostro Paese fosse l’Eden. Ma ovviamente non era così e avverte che c’eravamo un bel pò di gente all’epoca per non ricordare: “le autoradio che portavamo a spasso per evitare che ce le rubassero, i tossicodipendenti che ti venivano incontro come zombi, bagni pubblici con cucchiaini piegati e lacci emostatici con l’AIDS che dilagava, quando sparivano le ruote delle auto lasciate su quattro mattoni, la mafia che faceva saltare le autostrade e la camorra lasciava un morto al giorno per strada, quando i sequestri di persona duravano mesi e intere famiglie vendevano tutto per riavere un figlio, quando il Sud perdeva ragazzi sui treni dell’emigrazione e gli italiani all’estero venivano trattati da sporchi delinquenti e invasori……” e così via ricordando. Non certo roba bella da rimpiangere. Ma, negli anni sessanta/settanta oltre alla Democrazia cristiana che governava c’era anche un’altra grande realtà politica che dominava la scena: il PCI, che non ha però mai governato, contrariamente alla vulgata della destra che vorrebbe i comunisti responsabili di tutti i mali d’Italia. Ma bastava la sua grande forza elettorale e la capacità di mobilitazione per convicere i padroni del vapore a fare le concessioni per quel welfare che tanto benessere ha garantito alle classi più disagiate con una più equa redistribuzione della ricchezza prodotta. Un dato di fatto oggettivo. E allora Luca Delgado partendo dalla notizia secondo cui sarebbero tantissimi gli italiani che pensano che a metà anni settanta si fosse molto, ma molto più felici di adesso, arriva alla conclusione, provocatoria….ma mica tanto, che: “L’Italia ha nostalgia del comunismo. E non lo sa.” Di sicuro l’Italia avverte la assenza di una opposizione chiara e netta che possa costituire una alternativa allo stato delle cose che vanno sempre peggio. E quella comunità di allora, così colpevolmente depauperata, quanto utile tornerebbe in questa contingenza. Ma ecco il suo acuto svolgimento:

“Il 68% degli italiani pensa che nel 1975 le persone fossero più felici di oggi. Due italiani su tre. Naturalmente la nostalgia è una gran bastarda perché il passato ha questo enorme vantaggio sul presente e ci fa dimenticare le malattie, le paure, i problemi mentre ricordiamo le estati, le canzoni, nostra madre giovane, e soprattutto noi stessi che avevamo venti, trenta o quarant’anni di meno. La destra questa cosa l’ha capita benissimo e la nostalgia la usa continuamente. Da Vannacci a Salvini è tutto un parlare di storia, identità, tradizione, famiglia, comunità, di un mondo che in qualche modo ci sarebbe stato portato via.
E funziona, alla grande, perché se il presente ti fa schifo è molto più facile prometterti di restituirti il passato che provare a costruirti un futuro. E allora sapete che vi dico? Parliamo di nostalgia pure noi. Però invece di rimpiangere il tempo in cui c’erano meno stranieri, le donne stavano più a casa e i gay possibilmente non si vedevano, io vorrei ricordare un’altra Italia. Quella delle Ferrovie dello Stato. Quella dell’ENEL, dell’Alitalia, dell’IRI, delle Poste e telecomunicazioni pubbliche, della Sip, delle case popolari, dello Statuto dei lavoratori, della sanità pubblica, delle pensioni, del posto fisso, delle ferie pagate e perfino di quella parola meravigliosa che abbiamo smesso di usare, villeggiatura.
Un’Italia a trazione comunista. Oddio, che cosa ho detto “comunista”. Prima che arrivi quello bravo a spiegarmi che la Democrazia Cristiana ha governato l’Italia quasi ininterrottamente per decenni, dico che lo so, grazie, il PCI al governo nazionale non c’era. Ma il PCI era un partito gigantesco che in alcuni comuni arrivava al 70% di voti, insieme ai socialisti, ai sindacati e a un movimento operaio che rappresentava milioni di persone. Chi comunista non era doveva fare i conti con il lavoro, con gli operai, con le fabbriche, con le piazze, con una parte enorme del Paese che pretendeva salari, pensioni, case, scuola, sanità e diritti. Il paradosso della storia italiana è forse tutto qui: la destra continua a raccontarci che tutto quello che è andato storto negli ultimi decenni sarebbe colpa dei comunisti, mentre quello che rimpiangiamo dell’Italia di allora esisteva proprio perché esistevano i comunisti. Non avevano instaurato il comunismo, certo, ma erano un gigantesco contrappeso a quelli che poi hanno privatizzato il Paese e ci hanno ridotto come stiamo. Dall’altra parte del padrone c’era qualcuno. Quella rivoluzione non riusciva a togliere la villa al ricco per darla al lavoratore, ma faceva in modo che anche il lavoratore potesse comprare una casa, che potesse avere figli senza paura e che potessero andare all’università, che se si ammalava venisse curato, che avesse una pensione e soprattutto che ad agosto potesse caricare famiglia e valigie sulla macchina, andare per più di questi sette miserabili giorni al mare e sapere che al ritorno il suo posto di lavoro sarebbe stato ancora lì. Poi certo, c’erano gli sprechi, il clientelismo, i carrozzoni pubblici, e sarebbe ridicolo raccontare quegli anni come il paradiso terrestre, ma la risposta a quelle storture non fu ripararle. La risposta fu che bisognava prendere tutto quello che apparteneva alla collettività e darlo al privato che avrebbe fatto meglio per definizione. E così eccoci qua, poveri come la merda.
Abbiamo privatizzato, liberalizzato, esternalizzato, precarizzato, abbiamo inseguito per decenni l’America e adesso che bello, abbiamo aziende come Peroni, Perugina, Ducati, Galbani, Indesit, Plasmon che non sono più italiane, abbiamo Netflix, Amazon, le Nike ai piedi, gli studenti che si armano ed entrano nelle scuole con l’intento di fare una strage.
Il comunismo ha fallito, certo. Invece il Capitalismo, wow che trionfo! Comunismo. L’Italia ha nostalgia del Comunismo. E non lo sa. Non del Comunismo di cui parlavano la DC prima e Berlusconi poi per spaventare l’italiano medio. Non l’Unione Sovietica, i gulag, la fila per il riso, ma un’economia nella quale lo Stato può possedere ciò che è strategico, può assumere quando lo decide insegnanti, infermieri, tecnici e ricercatori, può costruire case, può garantire servizi anche quando non producono profitto e soprattutto può prendere molti più soldi da chi possiede enormemente di più per restituirli, sotto forma di scuola, sanità, trasporti, pensioni e welfare, a chi possiede enormemente di meno. Date a uno precario da 20 anni un posto fisso e poi vediamo se stanotte non si mette sotto le lenzuola a fare un figlio e se domani mattina non cerca una casa da acquistare. Vi lamentate che ci sono troppi stranieri nelle classi, ma vi rendete conto che non ci stanno più italiani?
Io rivoglio una società nella quale essere liberi non significhi soltanto poter scegliere quale sushi ordinare stasera, ma poter scegliere se fare un figlio, comprare una casa, lasciare un lavoro di merda, studiare in una vera università pubblica e non in una privata online, ammalarsi senza paura di non avere soldi per andare da un privato e andare in ferie senza chiedersi se a settembre esisterà ancora la propria vita. Se dobbiamo avere nostalgia, almeno scegliamo bene che cosa rimpiangere. Io non rimpiango un’Italia con meno stranieri. Rimpiango un’Italia con più Stato, più salari, più welfare, più sindacato, più sicurezza e una sinistra forte. Comunismo, gioia e rivoluzione. E la fila che voglio vedere non è ovviamente quella per il riso, è quella sull’Autostrada del Sole perché i lavoratori stanno andando felicemente in villeggiatura.“

Iscritto all’albo dei giornalisti della Basilicata.