A fine 2019 un “nemico invisibile” travalica frontiere e oceani. È un nemico nuovo. E coglie un po’ tutti impreparati. Ribalta la storia, annulla certezze, svela al mondo la fragilità umana. Di lì a poco uno scenario spettrale si allunga. Strade vuote. Medici e infermieri costretti a lavorare come in guerra. Si muore senza neppure il conforto e la carezza dei propri cari. Un’ecatombe. Si cerca di reagire. Ognuno lo fa modo suo. Antonio Grasso, scrittore e giornalista (già autore di una irriverente raccolta di battute e aforismi dal titolo “GRASSO CHE COLA”, Zaccara edizioni – 2014), ha scelto di farlo con le armi spiazzanti dell’ironia. Del riso. Ha scelto di esorcizzare la paura, rovesciando lo sconforto in sfrontatezza.”

Inizia così una nota che ci ha inviato, da San Mauro Forte, Mimì Deufemia con cui recensisce il libro del proprio concittadino e giornalista Antonio Grasso: “2020= Quarantena“.

Le riflessioni così proseguono:

“Jorge de Burgos, il frate cieco vegliardo dell’abbazia ne “Il nome della rosa” (1986), lo avrebbe sicuramente tacciato e mandato al rogo. Come le streghe. Il frate, infatti, odia il riso. Lo odia perché lo teme. Ma teme, soprattutto, la derisione di ciò di cui si ha paura. Esattamente il contrario di ciò che fa Grasso con la pandemia. La sua è una risata catartica e liberatoria rispetto al messaggio disarmonico dei media e degli “attori decisionali”.

Alle narrazioni confuse e contraddittorie che hanno generato smarrimento. Al pendolo dell’ansia passato dall’apocalisse al semplice raffreddore. All’insensatezza di chi, sull’angoscia diffusa, ha cercato di lucrare consensi. Attingendo alla banca dell’umorismo a piccole dosi, l’autore fotografa una tragedia epocale. Le mascherine, le zone rosse, gli ospedali sotto pressione. L’eterno dilemma fra la difesa delle salute e il profitto.

La psicosi collettiva che diventa, in breve, una seconda malattia. La religione laica del distanziamento. Grasso racconta tutto in modo dissacrante. Sor-ride della morte. Lo fa col coraggio di chi sa di poter apparire cinico ed irriguardoso. Ben sorretto dalla consapevolezza che il pianto e la rabbia possono solo moltiplicare le ansie e le angosce.

Al contrario dell’ironia. Che, usata con delicatezza interiore, diventa un antidoto alla sofferenza collettiva. L’ironia legata a doppio filo alla coscienza della morte come fenomeno terreno. Sor-ridere della morte senza oscurarne il dolore che l’accompagna.

Questa la sintesi dello sforzo intellettuale di Antonio Grasso nel suo “2020 = QUARANTENA”, diario semiserio della pandemia che ha sconvolto il mondo (Borè Editore).

Così facendo egli si ritrova in buona compagnia con frate Guglielmo da Baskerville. Che alle tesi oscurantiste di Jorge da Burgos risponde: “Io credo che il riso sia una buona medicina, come i bagni, per curare gli umori e le altre affezioni del corpo, in particolare la malinconia”. Una delle medicine per sconfiggere il “mostro” e riscoprire il gusto di parlarsi, di riabbracciarsi, di stare insieme. E, soprattutto, per non dimenticare.”