C’è una insostenibile leggerezza nella indifferenza generale in cui sta montando una pericolosa campagna d’odio nel nostro Paese e che rischia di riportarci indietro “in un tempo che abbiamo sempre pensato non si sarebbe mai potuto ripetere” come dice oggi preoccupata la ministra Lamorgese.

Odio gli indifferenti” scriveva giustamente un grande italiano, Antonio Gramsci. E lo scriveva nel lontano 1917, sulla rivista La città futura, in un articolo in cui spiegava come mai l’indifferenza delle persone sia uno dei mali più gravi della società. Gramsci questo lo scriveva quando ancora non era terminata la Prima Guerra Mondiale e le tensioni politiche e sociali erano forti. Parole che continuano ad avere valore ancora oggi, oltre quel contesto storico in cui furono pensate e scritte. Troppe brutte cose -come vediamo anche di questi tempi- succedono nell’indifferenza generale, con il rischio di avvedercene solo a posteriori, quando ormai è troppo tardi.

Ed una sferzata al clima di odio che sta permeando pericolosamente la nostra quotidianità e alla sostanziale indifferenza con cui viene vissuta e subita è venuta oggi anche dalle parole della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, in una intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica.

Essa dice chiaramente che sì è di fronte ad “Un’emergenza culturale e civile. Che mette in discussione le ragioni stesse del nostro stare insieme”, perché “la mancanza di igiene e la progressiva assuefazione all’odio ha già prodotto un effetto esiziale: l’indifferenza. Che è qualcosa di persino peggiore del negazionismo o del riduzionismo. O, se si vuole, ne è la conseguenza”.

Le nette parole della Lamorgese sono state rilasciate a fronte delle lettere di minaccia inviate nei giorni scorsi al fondatore e al direttore del quotidiano di Largo Fochetti, Eugenio Scalfari e Carlo Verdelli.  “Un fatto di estrema gravità”, perché afferma “il gesto, in sé, indica insieme un’emergenza e un fallimento”.

E allora per la ministra “è stato superato l’argine” e “a forza di non far caso alle enormità che ascoltiamo o a quello cui assistiamo (…) questo Paese rischia di ritrovarsi in un tempo che abbiamo sempre pensato non si sarebbe mai potuto ripetere” e l’indifferenza a questo strato di cose “è imperdonabile”.

Che Paese vogliamo consegnare ai ragazzi e ai giovani che domani saranno la sua classe dirigente? Intorno a quali regole dello stare insieme vogliamo ritrovarci, riconoscerci?” si chiede/ci chiede!

Per poi aggiungere che: “ il problema non è a chi tocca oggi. A quale testata giornalistica, a quale singolo giornalista, a quale esponente politico, a quale cittadino. Penso che quelle lettere, quelle minacce, parlino a tutta l’informazione italiana. Alla sua indipendenza. Alla funzione che assolve”.

Una funzione che sottolinea “ancor più decisiva in un tempo dominato dalle fake news, quelle su cui si costruisce poi un umore, un discorso pubblico fuorviante. E che per questo non si possa e non si debba tacere”.

Parole importanti, importantissime, proprio perchè provenienti da un esponente del governo del Paese (e non sempre da ministri si ascoltano parole siffatte) e che riappacifica tanti con quelle istituzioni spesso usate per scopi diversi dai valori di quella Costituzione su cui pur si è giurato.

Vivere significa partecipare, diceva Antonio Gramsci (1891-1937), fondatore del partito comunista in Italia. Un italiano che fu messo in carcere dal fascismo per impedire al suo cervello di funzionare. Operazione vana. I sui scritti sono studiati in tutto il mondo.

Ecco il testo completo che richiamavamo all’inizio di questo articolo: 
“Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che ‘vivere vuol dire essere partigiani’. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città.
Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.”