Tutte queste voci che mi premono dentro”, d’Andrea Di Consoli, Editoriale Scientifica (Napoli, 2021), pag. 152, euro 13.00.

Ho letto questo libro con la furia del desiderio. Aggredendo la foga della conoscenza. Ma, soprattutto – in verità -, perché ogni volta che so d’un libro d’Andrea Di Consoli voglio (appunto) immediatamente capire che mi darà di nuova e ulteriore formazione. Ma ho sbagliato. Nel senso che avrei dovuto darmi calma, al di là della posa di trovare il passo nella punta delle dita e una assicurazione rassicurante di tossine ingerite. Dunque rimedierò, rileggerò subito. E, ho capito, alcune parti di questa raccolta di scritti tenuta insieme dal titolo “Tutte queste voci che mi premo dentro”, li rivedrò anche in altri momenti della mia vita.

Intanto direi, comunque, che alcune righe m’erano già note. Ché io, certo, quasi quotidianamente leggo Di Consoli sui social ect. Allora nei suoi articoli, tipo in questi, vedo quel suo adorabile tono spregiudicato e sfrontato. Gli scrittori, conviene lo stesso autore in qualche maniera, devono osare. Oppure sono praticamente inutili. E nulla lasciano, aggiungo. E non li cerco, affondo.

Epperò la prima fotografia è di memoria. E viene addirittura prima delle memorie qui utilizzate in forma letteraria dallo scrittore, poeta, giornalista, autore televisivo, radiofonico. Da Andrea. Rispetto al libro di cui parlo, ovvio, l’aggancio sta alla fine: la morte d’uno dei suoi primi, il più importante forse, riferimento romano di Di Consoli: Franco Scaglia. Insomma ci rivedo mentre fumiamo prima della sua presentazione a Policoro, una quindicina d’anni fa oramai, del suo capolavoro, romanzo indimenticabile adesso della “letteratura meridionale”, “Il padre degli animali. Parlando della morte, fumiamo. Della paura della morte.

Però ripartiamo, per evitare la commozione più spicciola. Il libro ha tanti spunti. Nonostante sia ‘solamente’ una collezione di scritti, racconti sentimentali di viaggio. Dal punto di vista dell’oggetto editoriale, un legame fra Fabrizio Coscia e Andrea Di Consoli, nato ai tempi della direzione di questa casa editrice (come prescindere dal citare la pubblicazione del poeta lucano Michele Parrella, di quell’epoca) del nostro. Epperò è il soggetto libro, che serve a me. E che dovremmo presentare, a risarcire un’indimenticabile dimenticanza garantiva da anni a uno dei nostri maggiori autori, anche in tutti i paesi della Basilicata.

Il primo capitolo, dedicato in qualche modo al contro-vertice di Genova del 2001, ma che in realtà è la formula definitiva con la quale possiamo definire l’impegno, poi sempre più maturato ovviamente, dello scrittore in rapporto a politica e letteratura, è un vero spasso. Ché, di certo, alla fine, quando arriva il presente del figlio a porre la domanda fatidica, si fa spasso pure più commovente. Perché Di Consoli in questa inquadratura di memoria dice che per quanto le ingiustizie del mondo gli facciamo schifo, lui è destinato a diventare penna controcorrente oltre che politicamente “riformista”.

Poi il racconto del rapporto, dopo l’arrivo a Roma per andare a studiare da Walter Pedullà, con il poeta basilisco lì di stanza, Vito Riviello. Le notti a discutere. La morte del poeta di Potenza, che fece con la lingua italiana molto di più di quello che qualcuno produsse con la molotov lanciata a caso.

Saba. Con tanto di quasi abbraccio del paese natio, Rotonda, portato a Trieste dal sindaco in persona del paese potentino. Dopo i primi successi d’Andrea Di Consoli. Come anche prima della grande chiusura nei suoi confronti. Tanto che proprio questo libro intanto è presentato a Napoli. E non mi risultano ancora inviti a Di Consoli dalle lande intente a ricordare tutt’altro e tutt’altre e altri.

Per non entrare in tutto, dirò infine che due punti m’hanno fatto piangere. Anzi tre. Il solito discorso sul tabagismo e quindi sull’ipocondria. Il legame di stima e confidenza genuina con l’altra voce del Sud, Arminio. Il manicomio d’Aversa.

Con ovvia predilezione a quest’ultima potente e preponderante soggettività. In attesa quelle carte, a questo punto, diventino libri del futuro. Suo. Del nostro Di Consoli. Ma non solo.