Sconfinare. Viaggio alla ricerca dell’altro e dell’altrove”, a cura di Donatella Ferrario, AA.VV. (Arslan, Borgna, Khouma, Lucas, Magris, Tolentino Mendonça, Rumiz, Yehoshua e un ricordo di G. Pressburger, prefazione di Furio Colombo, postfazione di Nello Scavo, Edizioni San Paolo (Cinisello Balsamo, 2018), pag. 222, euro 16.00.

La superba antologia di scritti “Sconfinare”, che la curatrice dell’opera, la giornalista Donatella Ferrario, destina ai nostri studi è necessità di lettura, obbligo per la crescita, materiale per la mente, ragionamenti contro l’involuzione culturale.

L’introduzione di Ferrario, oltre ovviamente a omaggiare Pressburger, scomparso prima che il libro fosse pubblicato, omaggia le illuminazioni dell’altro grande assente, prematuramente deceduto anch’egli, Alessandro Leogrande. E continua spiegando che il viaggio nello sconfinamento inizia a Milano con Pap Khouma, che è arrivato in Italy trent’anni addietro.

Poi ci si sposterà a Trieste, con gli illustri Claudio Magris e Paolo Rumiz, passando insomma dal Caffé Tommaseo. Lisbona, invece, è segnata dal teologo e poeta José Tolentino Mendonça. Mentre lo psicologo Eugenio Borgna è ‘incontrato’ nel suo studio di Novara. Prima di passare allo sguardo e agli sguardi del mitico fotoreporter Uliano Lucas. A Padova ecco, invece, il dialogo interiore e verso l’altro tra Italia e Armenia, grazie alla scrittrice Antonia Arslan: tra Oriente e Occidente; Abraham Yehoshua appare addirittura dal Museo Nazionale dell’Ebraismo di Ferrara.

Con i miei compagni di viaggio ho superato i confini. (…) Mi sono contaminata”, scrive Donatella Ferrario.

Obiettivo del libro – dirà poi –: quanto è mobile il termine confine, quando è vasto il suo orizzonte semantico”. Perché, ovviamente, dobbiamo sempre vedere il confine come ponte.
Il tempo presente è spietato. Anzi, troppi protagonisti di questi nostri tempi stanno costruendo un mondo spietato. Si pensa alle barriere.

Ma Magris nel suo saggio cita almeno i confini dell’Italia orientale, adesso vicino a Trieste, che da spazi d’odio sono diventati “pacifici, aperti e liberi”.

Il “milanese” nero Khouma ricorda la partenza dal Senegal, l’attraversamento del Mali e della Costa d’Avorio ecc. Che straniero significa “semplicemente il fatto di uscire dalla propria casa, si comincia da lì”. Esempio, ancora, “Quando ero giovane, a Dakar, l’appartenenza era quella del quartiere. Chi vi abitava ne faceva parte, indipendentemente dal colore della pelle, nera o bianca, o dall’etnia”.

In Costa d’Avorio con costanza gli rimembravano di non esser in Senegal… E nell’intermezzo, Donatella Ferrario sottolineerà opportunamente: “L’apertura fa crescere come una pianta rigogliosa: il restare arroccati, asserragliati, rende aridi, ci esclude”.

Rumiz appartiene alla frontiera e la frontiera appartiene a Rumiz. Con, in, verso un tempo fermo, fermato. Alla stregua degli scacchi bloccati.

I confini ti sembrano offrire la garanzia che al di là ci sia qualcosa di diverso”, insegna Rumiz. Un Paolo Rumiz che poi, fornendoci un altro insegnamento magnifico, preme sul discrimine fondamentale tra il muro e la frontiera; il primo, orribile. L’essenza stessa del respingimento. La seconda, fascinosa, da valicare, quindi indubbiamente attraente.

La scuola dell’attesa, invece, per Mendonça. Come un “laboratorio dell’arrivo” (formula letteraria stupenda, tra l’altro).

Ogni sezione del libro è composta da una scrittura saggistica dei “compagni di viaggio” della curatrice del volume agganciata a un’intervista agli stessi.

Ogni angolo di visuale ci rendere una parte di mondo, di mondi.

Dovremmo esser più abituati ai caravanserraglio delle migrazioni, piuttosto che al rifiuto dell’accoglienza delle marce per estrema indigenza.

Da un spicchio di sud del mondo, da uno dei tanti altri margini degli imperi, non possiamo che sperimentare il rispetto delle differenze. Che dovrebbe esser il concetto invero più scontato.