Una pagina della storia d’italia, quelle delle foibe,e dei regimi filocomunisti dall’ex Jugoslavia di Tito all’Albania di Hoxa, tenuta nascosta per troppo tempo, per motivi di opportunità interna…ed internazionale con il clima di guerra fredda tra Paesi occidentali schierati con la Nato e quelli dell’ Est con il Patto di Varsavia. Le denunce, i crolli dei muri e di alleanze consolidate, le analisi storiche hanno portato da un decennio buono a scoprire la tragica realtà sulle sorti delle nostre popolazioni ‘isolate, cacciate o trucidate’’ dalle terre irredente comprese tra Trieste (divisa in due), l’Istria, la Dalmazia e le truppe rimaste bloccate dopo l’armistizio dell’ 8 settembre 1943, che pagarono con la vita la decisione dell’Italia di cessare la guerra con l’alleato tedesco e di passare con gli alleati. E così in tanti furono trucidati in maniera violenta e gettati in profonde gole carsiche, le foibe. Giovanni Mercadante ci racconta, con tutte le perplessità del caso, l’eccidio di 130 carabinieri reali trucidati e infoibati nel 1943 a Selenizza (Albania). Ci fu anche un traditore, di origini albanesi…

L’eccidio di Selenizza in Albania ancora irrisolto

Un contingente di circa 130 Carabinieri Reali trucidati e infoibati nel 1943 – Il commento dell’ex Gen. dei Carabinieri Raffaele Vacca

Un caso storico ancora oggi irrisolto è l’eccidio di Selenizza, un paese vicino a Valona (Albania). Un giovane ex Carabiniere segue con passione e determinazione questa vicenda. Un tormento che non gli dà pace. Perché tanto silenzio su un accadimento così cruento?

Attraverso queste colonne percorreremo un pezzo della microstoria che coinvolse l’Arma dei Carabinieri all’epoca dell’occupazione dell’Albania.

I fatti risalgono a febbraio 1943, allorquando la caserma dei Carabinieri di Selenizza che presidiava una ricca miniera di bitume, il cui materiale spedito in Italia veniva trasformato in acido solforico, fu assalito da partigiani albanesi. Sebbene gli attaccanti fossero di numero elevato, i Carabinieri resistettero all’offensiva, mentre la caserma purtroppo fu completamente distrutta.


Giuseppe Mancini
Ricercatore storico

Di lì a poco tempo dopo, ovvero il 31 marzo, il Col. Luigi Bertarelli, Comandante della Legione di Valona, inviò sul luogo la 17^ Compagnia dei
Carabinieri al comando del Ten. Col. Giuseppino Ricci, con lo scopo di riprendere possesso delle miniere di Selenizza e di ristabilire il controllo del territorio.

La colonna, ben armata con autoblindo e mitragliatrici, giunse sul luogo il giorno dopo, l’1 aprile. Poiché l’ingresso alla miniera era anticipato da due collinette asimmetriche, una a 125 metri di quota e l’altra a 177 metri, il Comandante Ricci dispose ad alcuni suoi uomini di salire in cima a quella più bassa e poi sull’altra per avere il controllo dell’area. Fino a quel momento gli uomini in avanscoperta non avevano segnalato nulla di anomalo.

Purtroppo appena gli uomini di Ricci giunsero sulla prima collinetta, questi furono investiti da una violenta raffica di proiettili. Gli assalitori, appostati dietro le due alture, manifestarono tutta la loro potenza di fuoco con armi pesanti e con uno schieramento, si stima, di circa 800 partigiani.

Il contingente italiano, colto di sorpresa, cercò disperatamente di fronteggiare la situazione, purtroppo senza successo.
Il Col. Bertarelli, nel 1960, nel suo diario personale, non riusciva ancora a spiegarsi chi avesse tradito la missione partita in gran segreto.

Tuttavia, è lo stesso Bertarelli che si autoconvince; nella Legione dei Carabinieri erano arruolati anche degli albanesi, tra cui un tenente che sebbene non scoperto a quell’epoca, fece una brutta fine durante il regime comunista: il suo nome è Tashim Spahium.

Nello scontro, tra i militari italiani ci furono 16 feriti e 17 caduti.
Tutti i superstiti furono fatti prigionieri. Ma solo i Carabinieri furono trattenuti, spogliati, torturati, e condotti nella vicina grotta dei Pipistrelli dove furono infoibati, qualcuno ancora vivo.

Giuseppe Mancini di Udine, ricercatore storico, ha ricostruito tutta la tragedia compilando un lungo elenco dei Carabinieri trucidati; documentandosi attraverso gli archivi pubblici e privati ha messo a disposizione anche foto di alcune vittime: Tommaso Medale; Alvise Vidale; Secchi Valentino.

Il Col. Ricci, altrettanto torturato, fatto a pezzi e buttato nella stessa fossa. Probabilmente furono ammazzati in quella fossa circa 130 Carabinieri. Purtroppo il numero preciso non lo sapremo mai, molti di loro poco più che ventenni.

Il giornale “Il Piccolo” di Trieste con un articolo pubblicato il 6 novembre 1992 a firma del giornalista Pietro Spirito, denunciava il grave fatto di sangue.

Dopo circa un anno, la Procura di Bari, su segnalazione di un imprenditore italiano informato della vicenda, aprì un’inchiesta, come viene riportato in un articolo del Corriere della Sera del 28 marzo 1993 a pag. 15.

All’interno della grotta furono recuperati solo 22 corpi e solo uno identificato grazie alla piastrina. Il suo nome era Annibale D’agnano nato nel maggio del 1923, quindi appena 19enne. Era un Carabiniere ausiliario alla sua prima chiamata alle armi, come quasi tutti i suoi compagni assassinati. Quando fu recuperato, il sottufficiale che prese in mano quei poveri resti, commosso sussurrò: BENTORNATO A CASA.

Sembra che, stando alle ricerche fatte da G. Mancini, i resti di quei 22 corpi furono traslati nel Sacrario militare d’Oltremare di Bari.

Giuseppe Mancini è depositario di una cospicua documentazione fatta di ricerche e foto sulla vicenda.

Non intende abbandonare le sue indagini per dare giustizia a quei corpi abbandonati in terra straniera.

Di un caso simile si è occupato il sottufficiale dei Carabinieri classe 1962 di Viterbo, Antonio Magagnino con l’interessante libro “L’eccidio della colonna Gamucci”. Un fatto di sangue quasi speculare accaduto sempre in Albania, dove oltre un centinaio di Carabinieri Reali caddero uccisi barbaramente per mano di partigiani comunisti albanesi appartenenti al 2^ Btg. della 1^ Brigata al comando del criminale di guerra Capitano Xhelal Staravecka, nel pomeriggio del 4 novembre 1943, a Guri I Muzakqit nel bosco alle pendici del Monte Panit Nord Est di Labinot.

L’ex Gen. dei Carabinieri Raffaele Vacca, oggi in pensione, così commenta:
“Questo libro riporta alla luce, tra l’altro, uno dei fascicoli volutamente nascosti meglio conosciuto come “l’armadio della vergogna” del Tribunale Militare di Roma, dal momento che, alcuni storici, considerano uno dei più crudeli perpetrato contro militari italiani durante la 2^ Guerra Mondiale”.
Giovanni Mercadante