MIGLIONICO – Nell’ultima stazione cinematografica, il titolare principe dell’attesa era un pittore dilettante. Nella vecchia stazione ferroviaria di Miglionico – uno dei tanti punti del mondo che ricorda i cicli della vita, i suoi cerchi (facenti andata-ritorno) – l’ospite è l’artista, materano d’origini, Cesare Maremonti. Grazie alla curatrice Teresa Colucci, Maremonti ha provveduto a portare creatività dove, anche qui: “v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri”.

Con l’esposizione “Arte in Stazione – Paesaggi anemici”, Maremonti ha incastrato le sue opere tra le stanze che furono funzionanti in una sosta di Ferrovia Calabro Lucana e oggetti originali dell’epoca. Aspettando la pubblicazione del libro d’arte, in arrivo a ottobre per la mostra di Milano organizzata dall’Adi (Associazione disegnatori italiani).

L’artista già da adolescente intraprende un percorso artistico variegato, ma sarà da adulto che perfezionerà il suo stile dopo una autorevole formazione accademica: si laurea in architettura a Firenze. Successivo ad un periodo di viaggi all’estero, Russia e Finlandia e soprattutto dopo una lunga permanenza in Olanda, sentendo il forte richiamo della sua terra, rientra in Italia. Oramai Cesare sembra essere stato contaminato da culture differenti che si rivelano apertamente nelle sue opere. Matera riaccoglie suo figlio come una madre amorevole.

Diverse le esposizioni di grande successo: Radici al quadrato presentata al Cenacolo degli Artisti di Matera piuttosto che Di-segni della memoria al Circolo La Scaletta e molte altre. Le sue sperimentazioni segniche, cromatiche e materiche vengono apprezzate da un pubblico abbastanza eterogeneo sia in Italia che all’estero come a Milano, Pesaro, Rimini, Torino e in Australia, Grecia, Polonia, Spagna e Turchia.

Maremonti nei suoi lavori propone “vedute” introspettive che raccontano la sua terra d’origine attraverso una serie di “attraversamenti” a ritroso, per giungere, dopo accurati “passaggi e paesaggi”, alle proprie radici attraverso la semplificazione delle forme. Una sorta di “nuovo suprematista” diremo, purché scelga la strada della libertà dell’arte come rispondente alla pura sensibilità artistica. Le memorie assopite da tempo si palesano e scuotono l’animo con giochi coloristici puri e assonanze evocative. Il mistero del luogo ha radici profonde per Cesare, forse nella sua infanzia e nel suo intimo, laddove vive l’energia pura e il segno autentico della sua arte, godibile attraverso la conoscenza di un viaggio interiore che allarga gli orizzonti e che privilegia l’incontro tra psiche e natura, ma anche tra luogo fisico e astratto, tra empirico e metafisico.

Il passato si fa presente attraverso grandi volumi geometrici costituiti da unità elementari primarie come rettangoli, quadrati e cerchi ovaleggianti riprodotti quasi in sequenze seriali. Alcune delle grandi tele hanno spesso un fondo monocromo, ma solcato da linee di colori differenti che nascondono tracce plurimateriche di un passato che ciclicamente continua a riappropriarsi del proprio spazio. Tali opere richiedono di essere percepite come ricerca dell’assoluto in un’atmosfera di silenzio quasi religioso. Come Kandiskiy che definiva la forma “confine tra una superficie e l’altra” racchiudendo pertanto il senso di un contenuto interiore, così Cesare ha la volontà di afferrare il senso ultimo della presenza di un luogo fisico calcato e setacciato da egli stesso, come in “camminamenti”, permeato dalla volontà di educare lo sguardo oltre la forma, il tempo e lo spazio.

Egli inizia a dare valore autonomo alle singole forme a volte prive di un netto contorno, componendo immagini bidimensionali e a tratti illusionistiche, ma pur sempre cariche di suggestioni. Altre volte, come in “Una casa sull’albero” la linea si muove nella tela quadrata appena sostenuta da un ritmo tratteggiato che riduce la realtà delle forme naturali in forme essenziali e sintetiche. In Cesare la natura è grande fonte di ispirazione primaria, ma essa poi quasi si fa astratta per suggerire il giaciglio su cui adagiare forme “antropizzate” o abitazioni segmentate o anfratti stilizzati.

Opere di certo fondate sia sulla logica matematica, scaturite dalla sua formazione accademica, sia su una concezione della creatività che coniuga l’esperienza e la consapevolezza col metodo scientifico della composizione, studiata e progettata già nella sua mente, per darsi alla rappresentazione astratta dei luoghi con l’eleganza “raffinata” di un ottimo esecutore. Pervaso di onestà intellettuale, di umiltà e naturalezza Cesare ha accompagnato ogni singolo visitatore tra le suggestive sale della vecchia stazione, tra la mobilia d’un tempo, tra vecchie biglietterie, sale d’aspetto e magazzini.

La sua pittura contemporanea, dunque, come cerniera o ponte tra l’emblema tangibile del progresso sociale e urbanistico lucano dei primi del ‘900 e le nuove tendenze artistiche del XXI secolo. Nel suo nuovo studio, ricco di memorie umane, il nostro artista potrà tranquillamente viaggiare e esplorare nuovamente la sua vocazione artistica alla scoperta dell’inesauribile mondo geometrico tra verità oggettive e non.

MILENA FERRANDINA e NUNZIO FESTA