Le lezioni si chiudevano ufficialmente il 30 giugno, ma già dal 23, tra saggi di fine anno, esami delle elementari ( si sostenevano in seconda e alla quinta), recuperi di materie nelle medie prima delle pagelle o dell’esame di terza il ”rompete le righe” era un ”arrivederci” al 1 ottobre con grembiule, cartella, corredo, libro di lettura, sussidiario e l’immancabile visita in corso Umberto I, poi via del Corso, al ”pupazzo a molle” di Riccardone (cartolibreria Riccardi) o alla vetrina dei fratelli Montemurro per ammirare penne, vocabolari, astucci e via elencando. Nel frattempo i genitori, senza tanti complimenti, ti invitavano a trovarti un lavoro. ” A fatiè, do ‘mest da un maestro artigiano” nella gran parte dei casi. Poteva essere un meccanico, il barbiere, il gommista, l’imbianchino o dal muratore, solitamente un amico, un parente ”pregato” perché prendesse anche gratis a bottega, al lavoro, il ragazzo perché ”non stesse senza far nulla e per strada” e che alla fine ”imparasse un mestiere. E quello era un ”apprendistato” sul campo, sostituto negli anni dal nulla e da tutta una serie di vincoli normativi, che hanno accresciuto la crisi di tanti mestieri manuali e la scomparsa di ”buone pratiche”. A proposito di campi il nostro Franco Vitulli, ex tenente della Polizia Locale (un tempo vigili urbani) che ci ha fornito queste interessanti elaborazioni con l’intelligenza artificiale ricorda le sue estati di lavoro.” Mio nonno – ricorda- ci portava in campagna a Picciano a mietere il grano (a psè), a raccogliere pomodori e meloni”. Naturalmente sotto il sole. Ma il cibo era genuino e si imparavano tante cosa da madre terra, che ”campava” intere famiglie.

