Melodie di porte che cigolano” di Gisella Blanco, con illustrazioni di Francesco Mitelli, Eretica Edizioni (Buccino, 2020), pag. 82, euro 13; “Quaderno croato”, di Vanni Schiavoni, Fallone Editore (Taranto, 2020), pag. 38, euro 10.

Ho voluto incastrare, in un momento di solitudini potenziali a volte e spesso potenziate, due libricini carichi di forza d’arte, colmi di poesia in quanto fatti di forme di versi e con spirito, si direbbe, salvato dalla furia del verso. Facendo dunque comunione.

Mi riferisco a “Melodie di porte che cigolano”, di Gisella Blanco, classe 1984 e “Quaderno croato” , di Vanni Schiavoni, nato nell’anno di lotta ’77 del secolo vero. Autori entrambi nati al Sud (Blanco a Palermo e Schiavoni a Manduria) e che il Sud entrambi hanno da tempo dovuto e voluto salutare.

La caffettiera e il bacio disegnati a viaggiare nel libro di Blanco sono la soluzione descrittiva più immediata dei componimenti. Io vedo l’intimismo di Gisella Blanco che qui scoppia. Si rinforza passo dopo passo, abbracciando un eros leggero e costante perfino nella calma della salvazione in solitaria e la solitudine vagliata dai battiti dell’ispirazione. Nei “pensieri scomodi”, però, ci sto fin troppo bene: allora eccoci che le rime di Blanco s’aprono a me: “(…) E’ terra che non comprendo / e scrivo con parole rabbiose / la mia incompiutezza di cristallo / che vale in dono seme fecondo / da spandere con premura / ove non cresce protesta ai cieli, / per lasciar germogliare / – d’abisso al domani – / nuove madri di futuro” (Appartenenza). Ed è posto il primo sentimento. Che “In questo dolore” si trasforma in continuazioni di sentimento. In una sorta di campana che tiene silenzio e parola: “(…) Stride rossastro e sordo / bruciore di assenza / addosso, / nell’istante che non sembra / spolvero dal volto lacrime di fuoco / che si nascondono fra i ricci / di capelli scivolati sulle gote / così non mi vedrà vergogna / agognare la sua trasparenza di rovi. (…)”. Tensioni sorrette con agitazioni di fascino dove “Hai sulle labbra ogni elemento / che serve”. Fra “Lenzuolo di rughe (…)”. Gisella Blanco ci mette la vanità negli occhi e fa sentire la paura di non cadere.

Scherzando, ma soltanto un poco col poeta stesso, dicevo che a Matera esiste “Via degli Schiavoni”. Eppure mai avrei immaginato che le transizioni e gli stanziamenti dei popoli fossero uno dei contenuti esaltanti il suo ultimo libro, le 12 poesie di “Quaderno croato”. Epperò qui il viaggio è soprattutto quello dell’autore, che evoca gli spazi temporali e sentimentali d’una Croazia ascoltata con lenti di sogno. Addirittura quando la pratica del reale arriva a farsi incoraggiamento con le destinazioni di versi spesso lunghi come l’emozione a far camminare un’emozione volutamente in sedicesimi. Spalato somiglia a Ragusa. Per la ragione del loro epico corpo. I due tempi della lettura dei luoghi sono un unico tempo della missione poetica, qui. La certezza che quella guerra balcanica tanto martoriante e vicinissima in tutti i sensi e in ogni senso a noi, deve necessariamente esprimere il fiato della presa diretta e del racconto puro, eleva la forza del verso che fa con la dannazione del male un nuovo possedimento da contendere alle bellezza assoluta del luogo. Ecco, insomma, la questione umana. Il popolo. Che deve spaccare quella certezza della guerra, delle guerre, con i rimedi offerti dall’”aria dimessa dell’isola”. I “nodi marinai” allacciano il “formaggio a pasta molle con la muffa”. E la mente m’è invasa da: “La donna col foulard vende ai passanti / la sentenza esatta / della sua bilancia che non sbaglia un colpo / dai tempi jugoslavi e pesa in once / o in grammi le nazionalità tutte indifferenti / tutte sempre oltre un qualche confine / ammasso di corpi e fango a immaginare / come si possa sopravvivere ai cedimenti / e a una disgregazione impercettibile che chiamano guerra patriottica.”.