Ad ottant’anni dalla morte di Antonio Gramsci, la situazione di crisi in cui viviamo, somiglia abbastanza a quanto egli scriveva nei suoi appunti di prigionia, ovvero di un mondo dove il nuovo non si è completamente manifestato ed in cui il vecchio continua a dare segni di vitalità inaspettata.

A tracciare un simil quadro di questa crisi, che vede sempre più naufragare l’idea di un mondo armonicamente unificato e governato dalle magnifiche virtù del libero mercato e una globalizzazione che si sta rivelando un “ritorno” ad un mondo infuocato dal moltiplicarsi di guerre locali, con una povertà sempre più diffusa, migrazioni inarrestabili e regimi postdemocratici con leader improbabili al comando (tesi a ripristinare antiche egemonie o ad affermarne di nuove), è un libro collettivo edito dalla Feltrinelli dal titolo “La grande regressione” (pp. 235, euro 19,00).

Un vero e proprio volume-affresco composto da quindici interventi di altrettanti intellettuali di diverse nazionalità ritenuti in grado di dare forma allo spirito di questo tempo nelle rispettive realtà, scevro da qualsiasi nostalgia per il tempo che fu e che prova a rappresentare il limbo nel quale viviamo.

Gli interventi che fanno parte della raccolta appartengono a filosofi, economisti, sociologi, storici che nel tempo hanno espresso punti di vista non sempre coincidenti sul capitalismo . Trattasi, infatti, di:  Arjun Appadurai, Zygmunt Bauman, Donatella Della Porta, Nancy Fraser, Eva Illouz, Ivan Krastev, Bruno latour, Paul Mason, Pankaj Mishra, Robert Misik, Oliver Nachtwey, César Rendueles, Wolfgang Streeck, David Reybrouck e Slavoj Zizek.

Una scelta evidentemente funzionale alla eterogeneità dei temi che interessava trattare: il populismo, le migrazioni, la crisi della democrazia, le disuguaglianze sociali, il ritorno della guerra come mezzo regolatore delle relazioni internazionali. Temi ed interventi tenuti insieme da un filo conduttore scelto a posteriori,  ovvero la “sussunzione” del Politico  nell’economico realizzatasi con la globalizzazione.

Quel dominio dell’economia sulla società che Karl Polany (a cui si fa richiamo nell’introduzione) richiamava negli anni trenta nel suo saggio (La grande trasformazione) sulla nascita del capitalismo. Quell’egemonia del mercato sulla politica  non più metafora ma amara realtà.

Ed ecco che  la “grande regressione”  evocata nel volume si materializza nella cancellazione del welfare state e della capacità della sinistra politica – fatta coincidere con il Politico – di garantire lo sviluppo capitalistico attraverso i diritti sociali di cittadinanza aventi l’obiettivo di assicurare la pace sociale.

Una regressione che Arjun Appadurai (antropologo e sociologo indiano) legge attraverso l’emergere di un populismo caratterizzato da un rapporto inedito tra leader e popolo. Populisti (scrive) ben consapevoli che la sovranità nazionale non sarà mai più recuperata per la irreversibilità della globalizzazione, capaci di conquistare il consenso attraverso il carisma o la capacità di parlare lo stesso linguaggio del popolo, eppure impossibilitati a mantenere le loro promesse elettorali.

Quindi, il populismo contemporaneo, sia nella versione di destra che di sinistra (come scrive lo studioso indiano Pankaj Mishra) si propone essenzialmente di incanalare elettoralmente la rabbia popolare, per conquistare potere personale o di gruppo.

In questa interessante raccolta di riflessioni sul nostro presente, dissonante rispetto agli altri contributi è sicuramente quella dell’economista inglese Paul Mason che,  partendo dal legame tra populismo e razzismo prova a delineare una alternativa allo stato di cose, una possibile diga alla “grande regressione”. E lo fa evocando una suggestiva prospettiva postcomunista, di individui connessi in rete a propri “simili” seppur dislocati in altri confini nazionali, di una crescita della produttività grazie alla rivoluzione delle macchine informatiche e, quindi, di una possibile riappropriazione dei mezzi di produzione, con lo sviluppo di iniziative economiche e sociali “postcapitaliste”.

Orizzonte indubbiamente suggestivo, forse a grande impatto utopico, come un nuovo sol dell’avvenire ….comunque al momento offuscato da una coltre di nebbia  di distrazione di massa. Ma mai dire mai…

Per chiudere, una curiosità: stranamente in tutti gli interventi del volume i cambiamenti climatici vengono puntualmente evocati, eppure, rimangono sempre sullo sfondo, quasi considerati come un “fattore naturale”, e non anch’essi quale complemento inscindibile della “grande regressione” evocata.