Al Lingotto torinese, alla Fiera del libro che fu perfino del ‘nostro’ Verri, come ben si sa, se ce ne fosse bisogno, è stato ricordato da un paio di firme griffate d’impegno che vale più un manifesto con la rozza scritta “Salvini merda” (tipo quando a Berlusconi si scriveva Vaffancul’a mamm’t), che un ispirato articolo d’un Buttafuoco o un’argomentata opinione del giovane Giubilei.

Per quanto, insomma, sia stato giusto scegliere di tener fuori dagli spazi una delle micro-sigle editoriali nostalgiche, seppur avessero voluto pagar in forme d’oro, potrebbe esser almeno abbastanza sbagliato farsi sentire con tono drammatico, anzi da baroni, per dimostrare una specie di superiorità generale – almeno nel mondo della Cultura. Vedi il buon e, in tanti altri casi brillante, Raimo. Su tutti.

Ché qui, in buona e fragrante sostanza, invece, s’ha la dimostrazione di come esista ancora un impegno/ingaggio nel civile -chiaramente lontano tormenti d’anni luce dalla letteratura impegnata, dall’impegno puro e lontano dalle logiche degli interessi d’edizioni, giornali, committenti e gruppi vari.

Basti leggere, per dire, l’ultimo romanzo dello stesso Lagioia.

Quando, ben dovremmo aver inteso, che la letteratura è civile quando e se dimostra di fottersene dei distintivi.
Vale molto ma molto di più una pagina fascista di Malaparte, che una paginetta antifascista d’Antonio Scurati.