Si chiama popolo l’insieme di persone che condividono lingua, origini, tradizioni religiose e culturali e ciascun “popolo” ha sempre avuto le sue icone, le sue figure simbolo attorno alle quali si concentra il succo della cultura di quelle genti. Antropologi e psicologi convengono che il simbolo agisca sulla mente dell’uomo come un farmaco: nel caos, nel dolore, di fronte alla caducità inesorabile della vita, il simbolo è rassicurante portatore di conforto. I simboli religiosi sono un valido esempio di questa proprietà confortante, ma non solo, basti pensare alla immagine di Che Guevara che in tutto il mondo è simbolo di riscatto e di lotta per la libertà, o al muro del pianto per gli Ebrei, all’aquila per gli Aztechi, al sole per altre culture.

Nelle case degli italiani, il secolo scorso accadeva di trovare, accanto alla Madonna, le immagini di Garibaldi e del Re baffuto, quali “icone” della comune appartenenza civile e religiosa; più tardi ci furono quelle di Papa Giovanni e di Kennedy, personaggi iconici che rappresentavano la comune appartenenza a una cultura, che erano anzi, come direbbe Malinowski, quei singoli aspetti capaci di evocare, come una sineddoche, l’insieme complessivo della cultura di quel popolo, in quanto “una icona è cifra analogica del tutto”.

Simbolo, insomma, è la rappresentazione di concetti che rinviano ai valori fondamentali della cultura di un popolo nella quale ciascuno si riconosce. Elias Canetti, in “Masse e potere”, dice che la massa si costituisce nel momento in cui cessano le differenze fra i suoi componenti, quando cioè essi si sentono uguali e uniti da un comune simbolo, e da ciò deriva a ciascuno un sollievo enorme. Al cospetto dei simboli, ciascuno li riconosce, riconosce se stesso e si sente confortato nella sua identità e nel suo essere conformato al gruppo cui appartiene. Il simbolo, l’icona, serve a sintetizzare l’ethos di un popolo. Se pensiamo a Notre Dame o alla basilica di San Pietro capiamo che la pietra di una cattedrale è lì a raccontare con la sua simbologia, la cultura del sovrano che l’ha fatta edificare e di conseguenza del popolo di quel dato paese. Così accade per tutte le culture che sono tante quanti sono i gruppi sociali che esistono al mondo che è abitato da un genere umano “così vario e folkloristico” (per citare una mia amica).

Oggi, però, accade che larga parte della popolazione a malapena sappia chi sia stato Garibaldi, poco sa della cultura cristiana, pur dichiarandosi cattolico praticante, e magari nulla affatto sa di Vittorio Emanuele  e tantomeno di Kennedy o del Che, mentre invece ha adottato come icona, cioè a simbolo del suo sentire di appartenere ad una “cultura”, nientemeno che Diego Armando Maradona, un semianalfabeta rozzo, sessualmente smodato e con problemi di tossicodipendenza, bravo però a giocare con la palla, il che lo rende degno di adorazione iconica di massa, molto più di Pasteur o di Sebin o di Marie Curie, tanto per non citare l’Italia con Leonardo, Galileo, Enrico Fermi o Samanta Cristoforetti.

Qualche tempo fa pochi si accorsero della morte di Azeglio Ciampi, partigiano, economista, capo del governo e presidente della Repubblica e pochissimi di quella di Margherita Hak, scienziata di portata internazionale, mentre enorme fu l’eco e il lutto per la scomparsa del povero Fabrizio Frizzi, icona della TV commerciale, sacerdote del consumismo, inteso nel senso che Bauman dava al termine quando lo definiva non come necessità di possedere un dato oggetto, ma come atteggiamento mentale volto al consumo senza fine.

Il confronto rivela la mutazione avvenuta nella società di massa nel processo di adozione dei simboli e delle icone che suscitano e radicano quel senso di appartenenza a una comunità.

Del Risorgimento e della Resistenza che sono le tappe fondamentali della nostra Repubblica, il diffuso sentire “popolare” non sa nulla e nulla celebra, avendo senso di Patria solo in occasione dei campionati di pallone, espressione di un mondo del business che investe molti denari nell’abituare fin dall’infanzia e sino alla assuefazione, sino alla dipendenza, le grandi masse a interessarsi di pallone, goleador e campionati. Avevo un amico, molti anni fa, che era orgoglioso di saper dire a memoria tutte le formazioni delle nazionali di calcio del mondo, tanto per avere un’idea della pervasività di una “cultura” uguale per tutti, che ci viene imposta a ogni latitudine: il calcio, un business, un enorme settore finanziario assurdamente assurto a “cultura”.

Il nocciolo della questione è evidente, la capacità antropologica del genere umano di adottare simboli a rappresentazione iconica della propria cultura, è stata manipolata dal mercato e dagli interessi commerciali. Al posto di Garibaldi e Papa Giovanni ora nelle case e nel cuore di tanta gente ci stanno Ledi Diana, Maicol Gecson, Maradona e per i più giovani, i Tronisti, quel tal Ebbasta, Ferragni e il suo tatuato consorte, gli “influezer” (sarà effetto di un qualche virus?), personaggi popolarissimi che hanno la dote – ma è più corretto dire il pagato incarico – di influenzare appunto, i comportamenti consumistici e il pensiero stesso di enormi fasce di popolo.

In sostituzione di icone religiose, sociali, politiche si sono adottati prodotti commerciali: Maradona e gli altri che ho nominato, altro non sono che prodotti di una industria instancabile che fa del consumismo e del culto del mercato l’unica radice comune a ogni popolo, appiattendo le diversità e omologando verso il basso i costumi, le abitudini e soprattutto la mentalità. Questa azione omologante si sviluppa ad ampio raggio su tutte le manifestazioni del genere umano, basti pensare a come la tradizionale festa di Ognissanti, che fu inventata nell’anno 835 d.C. come cristianizzazione di diverse ricorrenze pagane – i Celti chiamavano questa data di passaggio fra una stagione e l’altra Samhain, mentre i Romani la chiamavano Pomona -, ora sta scomparendo con tutta la sua magica tradizione e la forte impronta religiosa, sostituita da… un fenomeno commerciale detto Halloween; basti pensare a come il presepio e la nostra Befana sono ormai rimpiazzati da Babbo Natale, che era un pupazzo pubblicitario della Coca Cola (tipo la Mucca Carolina) lanciato negli anni ‘30 in USA per vendere meglio quel prodotto. Babbo Natale e Halloween sono uguali in tutto il mondo, parificano, omologano, appiattiscono ogni differenza, sostituendo con i loro simboli commerciali le più antiche tradizioni locali le cui diversità, storie, memorie, scompaiono per sempre travolte da simboli di plastica creati dal mercato “santo e regolatore”.

Ironizzando sulle follie di piazza in tempo di Covid a Napoli e in Argentina per la morte di Maradona, scrivevo sui social che non mi resta che dissociarmi dal genere umano. Il proponimento è evidentemente un ossimoro: homo sum et nihil humani a me alienum puto, diceva Terenzio qualche secolo fa, Nulla di umano può essermi estraneo, faccio dell’umorismo nero per sottolineare che il mercato, in pochi decenni, si è intrufolato nelle menti delle masse e procede a sostituire i simboli della tradizione dei popoli con icone commerciali che rimandino al consumo di prodotti e a cancellare il più possibile le differenze fra i popoli e fra gli individui stessi. Non potendo raggiungere gli interessi diversissimi di miliardi di persone, si cerca di far adottare a tutti gli stessi comportamenti e anzi gli stessi pensieri, per ottimizzare il livello degli acquisti e della produzione. Un popolo di consumatori con i gusti “appiattiti” e uniformi consente di raggiungere un mercato sempre più ampio con il medesimo prodotto, ottimizzando i rendimenti.

Passo fondamentale, quindi, è uniformare il pensiero, le coscienze, i gusti e pilotare i desideri per meglio collocare non il prodotto che il singolo desidera, ma quello che il singolo è stato abituato sin da piccolo a voler (a dover) desiderare. Mi avvilisco quando sento uomini fatti dire che il sogno della loro vita è una Audi coi cerchi in lega abs commonreil e tutte le altre parole d’ordine dello spot. Da essere umano, creato a sua immagine o, secondo altri, all’apice della scala evolutiva, mi avvilisco, mi deprimo: i sogni di un essere umano ridotti a un pezzo di latta con le ruote, a un prodotto industriale !!

E Maradona, con i suoi eccessi enfatizzati da una pubblicistica finanziata dal business del calcio, è un prodotto industriale come il Dixan, un simbolo commerciale come Babbonatale, con la funzione “simbolica” di unire e confortare masse di persone che quel simbolo amano, che nel suo mito si identificano, trovano identità e la ragione fondante dell’essere popolo. In Italia non più Ognissanti né san Martino con la sua estate, ma il Black Friday, una ricorrenza inventata in USA per pubblicizzare la Macy’s, una catena di negozi di abbigliamento, un’occasione in più per indurre il “popolo” a consumare, una delle tante “feste del popolo” del consumismo, dopo sanvalentino, la festa della mamma e del papà e dei nonni, per vendere ancora e sempre di più prodotti per la maggior parte non indispensabili, buttando via quelli “vecchi” benché ancora perfettamente funzionanti, ma non più alla moda.

Francamente, non potendo dimettermi dal genere umano, questo tipo di “frastuono di popolo festante” me lo vorrei risparmiare. Ma come si fa? Dovrei trasferirmi in una bella casetta sui monti, ma non ci posso andare perché ci troverei quelli che sentono il bisogno irrefrenabile di andare a scivolare sulla neve, un bisogno primario (certo, come no), che dopo aver letto le avventure di Fantozzi ancora mi fa ridere. Mi tocca quindi restare qui e cercare di omologarmi alla cultura di plastica del calcio e della pubblicità e, dimenticando di essere umano, correrò ogni giorno nei centri commerciali e certamente sarò più felice.