Ha lasciato un grande ricordo nella storia religiosa e sociale di Matera diventata dopo la sua morte ” Civitas Mariae” e ricordare quel Pastore piemontese, che nella Città dei Sassi, si spese con entusiasmo, fede e tanto impegno, è senz’altro un esempio di come si possa volere bene a una città e a una comunità che ti hanno adottato. Lo facciamo nel giorno della nascita, quel 18 aprile 1902, come ricordano Eustachio ”Nino” e Francesco Vinciguerra nell’argomentato libro ”MaterAnnali” con tanti momenti che ricordano l’opera del grande Arcivescovo, fino a quel 14 febbraio 1954 con l’ultimo saluto sotto la pioggia battente.

DAL LIBRO MaterAnnali
1954
Muore improvvisamente l’Arcivescovo Cavalla
Vincenzo Cavalla, nacque a Villafranca d’Asti il 18 aprile 1902 da Francesco, calzolaio, e da Agnese Mezzadonna. Entrato nel Seminario Vescovile di Asti nell’ottobre 1913, nel mese di luglio del 1925 si laureò in Lettere e Filosofia mentre il 6 settembre dello stesso anno, nella Cappella del Vescovado di Asti, fu ordinato sacerdote da Mons. Luigi Spandre . Cavalla conseguì inoltre la laurea in Teologia presso la Facoltà Teologica di Genova. Trasferitosi a Roma, arricchì il suo bagaglio culturale con studi specialistici in Sacra Scrittura grazie anche a esperienze avute in Egitto e Palestina . Per volere di Papa Pio XII , Vincenzo Cavalla divenne arcivescovo di Matera e Acerenza l’8 settembre 1946 . Impegnato, iperattivo e sempre presente , l’Arcivescovo nel 1949 avviò le pratiche per la fondazione del “Villaggio del fanciullo”, istituì il Convitto Arcivescovile, favorì incontri tra i politici dell’epoca per la formulazione e la realizzazione della legge sul risanamento dei Sassi e nel 1952 indisse il Congresso Eucaristico. Vincenzo Cavalla, colto e raffinato, fu un vescovo caritatevole che cercava di soddisfare le esigenze di chiunque bussasse alla sua porta. Con la lettera pastorale del 9 aprile 1950 , Mons. Cavalla diede uno scossone a tutti (cattolici, preti, vescovi, politici, lavoratori): «La carità non è fatta solo di pane. C’è tanta povera gente che non ha abiti sufficienti da indossare, per vestirsi, calzarsi, coprirsi. Ci sono tanti poveri bambini stracciati, seminudi che fanno pietà, che non possono venire in Chiesa perché senza indumenti decenti, che per questo rimandano la prima Comunione, la santa Cresima. Anche questa è una grave indigenza di molti che bisogna lenire e venire incontro con un’opera di alto senso cristiano. Anche roba usata, inutile per gli uni, servirà per gli altri. Per alcuni l’alloggio è oggi un grave problema. Alcuni ne mancano affatto: i senza tetto! Noi nella nostra Lucania abbiamo delle case che sono tuguri e anche peggio: grotte, caverne, tane. E la gente vi sta per necessità, per incuria, per ignavia. La salute ne risente terribilmente: mortalità, specialmente infantile, e tubercolosi che dilaga; e in molti casi ne risente la moralità, con 5, 8, 10 persone che convivono, dormono in una medesima stanza. Vi sono infermità gravi, dolorose assai quando si è inchiodati a un letto per lungo tempo, per mesi e anni. Giovani vite minate dal male che non perdona, invecchiate anzi tempo. Vi si aggiunge talvolta l’isolamento, la trascuratezza, l’abbandono da parte di chi dovrebbe aver cura. Casi veramente pietosi. Visitiamo gli infermi, confortiamo, contribuiamo a farli stare bene nel corpo e nello spirito. La salute è una cosa molto importante. Facciamo del nostro meglio per accrescere questo bene che è di primo ordine, anche sovrannaturale. I carcerati sono per lo più poveri disgraziati che nelle loro carceri, come in un purgatorio, espiano le loro pene, si purgano dei loro peccati. Perciò meritano tanta compassione. Eppure si è abituati a non pensarci, a dimenticarli, e a disprezzarli. Non va bene» .

Mons. Cavalla il 14 febbraio 1954 ebbe una giornata intensa conclusa con la amministrazione delle Cresime. «Quella domenica a pranzo si sedette da solo. Prima, con la fedele domestica, aveva recitato la preghiera. Aveva appena spezzato il primo boccone di pane, quando, all’improvviso il male lo assalì e decisamente ne fiaccò le forze. Un ictus per trombosi cerebrale. Sulla porta della cucina la domestica, pronta per servire la minestra, vide l’Arcivescovo prostrato sulla poltrona. Diede l’allarme. Intorno a lui, che appena respirava, si fece un gran movimento. Venti minuti, furono un’eternità. Impotenti i medici gli girarono intorno, pur apprestandogli tutte le cure necessarie. Ogni tentativo fu inutile. Il Vicario Generale gli amministrò il Sacramento degli infermi. E poi un respiro più lungo, e la fine. Mons. Vincenzo Cavalla, Arcivescovo di Acerenza e Matera, tornò agli Angeli, alle ore 14 del 14 febbraio 1954» . Morì lasciando sgomento il suo popolo che si strinse fortemente intorno a lui. In migliaia vollero rendergli l’ultimo omaggio .

«La pioggia batteva l’erba corta della prima metà di febbraio. Un corteo salmodiante, lungo, di folla varia, si snodò lentamente, a Matera, il 17 febbraio 1954. Accompagnava, al Camposanto, il Vescovo, vestito violetto. Era morto tre giorni prima. Sedeva a mensa. Era mezzogiorno. Fu colpito da male irreparabile. Tacitamente, riempì di lacrime gli occhi aperti all’amore verso tutti, e, dopo aver reclinato il capo sulla destra, attese la beata speranza. La bara scoperta, ravviluppata nel cellofan, era portata a spalla dai sacerdoti. La pioggia continuava a scendere sul selciato, unendo il rumore alle meste voci della gente in preghiera» .

Mons. Cavalla fu sepolto temporaneamente nel cimitero; il 2 giugno però le sue spoglie furono traslate e tumulate nella Cappella del Presepe in Cattedrale. Due anni dopo, il 14 maggio 1956, a Matera si svolse il II Congresso Eucaristico Diocesano; «nel primo giorno del convegno viene celebrata la messa da requiem per l’Arcivescovo defunto Vincenzo Cavalla che è stato l’iniziatore della serie dei Convegni Eucaristici a Matera. Nella Cappella del Presepe c’è lo scoprimento del monumento marmoreo, opera del Prof. Giuseppe Albano dell’Istituto Superiore di Belle Arti di Firenze. Il mezzobusto in bianchissimo marmo di Carrara, sullo sfondo un medaglione in rosso di Levanto, tutto poggiato a un lastrone in forma di lapide, coglie e immortala l’espressione viva dell’amato Arcivescovo» .
LE FOTO DEL SERVIZIO SONO DELL’ARCHIVIO VINCIGUERRA
