Il cetaceo fossile rinvenuto il 27 dicembre 2000 sulle sponde della Diga di San Giuliano, noto come ”Balena Giuliana”, continua ad alimentare riflessioni dopo l’intesa tra Comune,
https://giornalemio.it/cronaca/balena-giuliana-fuori-dalle-casse-ma-ce-ne-vuole-siglata-intesa/ tra Comune, Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio della Basilicata, l’Istituto centrale del restauro di Roma e il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa. Si attende che i fatti, l’apertura delle casse dove sono custoditi i resti della ”riscoperta” di 14 anni fa, fornisca elementi utili per la fase di restauro, l’eventuale ricomposizione del grande cetaceo e la sua valorizzazione. Gianfranco Lionetti,studioso materano, che per primo effettuò la scoperta, durante una delle tante escursioni sostenute da passione e voglia di conoscenza sulla storia e l’archeologia del territorio, ricostruisce quella vicenda con un argomentato contributo pubblicato nell’estate del 2018 sulla interessante rivista ” Mathera” diretta da Pasquale Doria. Un ricordo che restituisce a quella scoperta verità, tempi, occasioni mancate, meriti e valutazione su quello che si potrebbe fare per valorizzarla. Buona lettura. E per quanti vorranno consultare per interno il servizio, con foto e grafici, non vi resta che cliccare sul sito web www.rivistamathera.it e cercare il n.4(anno II) della rivista, in attesa dell’apertura delle casse…

Il cetaceo fossile
del lago di S. Giuliano
di Gianfranco Lionetti

Molti lettori avranno letto o sentito parlare dei resti fossili da me rinvenuti, diciassette anni fa, presso il bacino lacustredi S. Giuliano e appartenenti ad un cetaceo, da alcuni inopportunamente e fantasiosamente rinominato “balena Giuliana”. Di recente mi è capitatodi leggere notizie bizzarre in merito alla futura collocazione del fossile in questione, alimentate dalla scarsa conoscenza della natura e dell’attuale consistenza dei resti. Altrettanto confuse sono per l’opinione pubblica le informazioni circa le dinamiche del ritrovamento. Qui per la prima volta ritengo giusto chiarire, spero definitivamente, tali aspetti.

Il bolo dei pesci

Le mie escursioni paleontologiche lungo le sponde del bacino di San Giuliano cominciarono circa trentacinque anni fa, quando conobbi un paleontologo interessato ai pesci fossili dei nostri sedimenti argillosi. Poco prima, in una cava di argilla posta lungo la strada
di Altamura, in territorio materano, era stato rinvenuto uno strato con ittiofauna fossile. Ebbene, il paleontologo mi chiese di verificare se in altri ambiti del territorio
materano fossero presenti fossili dello stesso genere. Da allora, ogni volta che le mie escursioni si svolgevano fra i calanchi, il mio occhio fu sempre vigile nella speranza
di cogliere indizi pertinenti alla richiesta dello studioso.
La presenza di pesci fossili è attestata da una loro traccia caratteristica: il bolo, cioè le sostanze di scarto che i pesci rigurgitano quando assimilano il cibo. Se si impara a
riconoscerlo ci si accorge che è un elemento fossile molto comune, nelle argille.
Al lago di San Giuliano ho dedicato centinaia di escursioni. Qui le mie ricognizioni hanno un duplice scopo, essendo finalizzate sia all’osservazione dei fossili che a quella di evidenze archeologiche. In un passato remoto le sponde dei fiumi furono i luoghi privilegiati
per le soste temporanee dei cacciatori-raccoglitori del paleolitico e per l’impianto di villaggi nei periodi successivi. L’incessante erosione dell’acqua rivela sempre qualcosa di interessante ma, qualunque essa sia, una volta privata dei sedimenti che la proteggevano, l’acqua stessa ne determina la dispersione o la distruzione. Questa considerazione – lo si comprenderà meglio nelle pagine successive – vale soprattutto per i resti fossili che,
quando vengono alla luce, concludono in un attimo la loro millenaria esistenza.
Ma il lago di San Giuliano è soprattutto un luogo per chi è appassionato di natura; validissimo sia per le osservazioni floristiche che faunistiche. Uno degli ambienti
che ritengo più interessanti è quello delle garzaie dominate dalle tamerici.
In maggio, i prati lungo le rive del lago, in certi ambiti, si ricoprono di anagallidi a fiori blu e rosati, o sono tappezzati dal centauro maggiore e, dove la concorrenza per la conquista della luce non è aspra, si notano orchidee di diversa specie. In giugno, ai bordi della pineta che circonda il lago, è in fiore la broteroa che spicca per i suoi fiori blu e azzurri tra i cardi visitati dalle vanesse.
Se si è interessati alla fauna, e si cammina con un buon binocolo appeso al collo, si può avere la fortuna di osservare su uno dei suoi posatoi lo splendido martin pescatore, o un buon numero di coloratissimi gruccioni, equidistanti su un filo elettrico o sul filo spinato di una recinzione. In aprile, presso il lago, insieme ai gruccioni, giunge anche la vivace ghiandaia marina che nidifica nel cavo dei pali in cemento della rete elettrica o
nei muri di masserie abbandonate. A fine marzo arriva quella sorta di fantastico basilisco che è l’upupa. Che dire, poi, degli impalpabili codibugnoli che a stormi si
muovono fra i rami delle tamerici o delle gregarie cinciarelle, altrettanto soffici e quasi prive di peso, col loro piumaggio colorato di giallo e di azzurro? O, ancora,
delle sculettanti ballerine bianche che con i piro piro corrono lungo la riva a caccia di vermi ed insetti? Talvolta ci si può imbattere nella maestosa cicogna nera,
quando abbandona temporaneamente la forra rocciosa del Bradano. L’ausilio del binocolo può consentirci di scorgere, fra i rami delle tamerici parzialmente sommerse, le natrici tessellate che scelgono quella postazione sicura per termoregolarsi; oppure, in alcune insenature, le testuggini palustri che immobili, sul greto, si godono il sole. Anche per quanto attiene alla fauna mi limito ai pochi esempi citati.
Torno ai fossili e alle argille, che sono i protagonisti di queste pagine. In passato mi ero imbattuto in diversi giacimenti fossiliferi collocati in ambiti calanchivi posti sia nel materano che nel territorio di altri paesi della Basilicata. Per tanto tempo ho percorso le lame interposte fra Pozzo Misseo e vallone Capovento e quelle lungo le pendici sudorientali di Timmari, per quanto attiene all’agro materano. Giacimenti interessanti si trovano
anche nei sedimenti argillosi ubicati fra la Difesa San Biagio e il Vallone dell’Inferno, a sud di Montescaglioso; sugli affascinantissimi calanchi di Anglona; nelle campagne di Tursi; fra quelli di Pisticci e di Montalbano.
Ma il sito fossilifero che per me è divenuto un luogo di affezione è il lago di San Giuliano. Per ragioni di tutela eviterò di specificare l’esatta ubicazione dei suoi giacimenti. Le argille che connotano i poggi circostanti il lago sono dette “subappenniniche” e risalgono al pleistocene. Sono stratificate sulle calcareniti e possono essere coperte, a seconda delle zone, da sedimenti più recenti. Il loro colore è cangiante in funzione degli strati e del
grado di imbibizione e si presenta a volte bianco-giallastro, altre volte vira al grigio-azzurrino.

La scoperta

Era il 27 dicembre del 2000; un mattino di un inverno mite la cui luce rievocava certe giornate di febbraio, quando si avvertono gli illusori precordi della primavera. L’acqua del lago era bassa e ferma, distava dalle falesie argillose più di 30 metri. La riva orografica sinistra era asciutta e consentiva di percorrere chilometri senza dislivelli, in solitudine. Dallo Iazzo di Porcari mi spinsi fino ai ruderi di Masseria San Francesco su cui sostavano decine di cormorani e pochi aironi cinerini. I gabbiani lanciavano grida che rievocavano le diomedee citate da Omero nell’Odissea. A monte di Masseria San Francesco il letto di melma era segnato dalle orme dei palmipedi che sembravano disposte con arte, leggibilissime.
Camminavo con piacere invogliato dal clima gradevole e per la necessità di smaltire gli eccessi alimentari del natale appena trascorso. Ritornando riattraversai le intricate e misteriose garzaie di tamerici da cui giungevano i grugniti dei cinghiali; poi le rive spoglie disseminate di gusci delle gigantesche unio, le cozze di fiume che muoiono intrappolate nel fango, quando il livello dell’acqua cala rapidamente.
Superato lo Iazzo di Ferri, posto sotto il colle di Vultrino, e quindi la profonda insenatura contigua, percorsi la lunga parete argillosa che segue più a valle. Qui l’argilla forma caratteristiche, alte e instabili colonne che, in rari casi, ho visto precipitare improvvisamente. Negli anni precedenti, alla base di questa scarpata, avevo trovato il
più grande frammento di madrepora in cui mi sia mai imbattuto, pertanto, quando vi passo, osservo il terreno con molta attenzione. A circa metà della lunghezza della parete argillosa si attraversa una zona dove fino a qualche anno fa si trovavano piccoli gusci di molluschi
marini di varia specie e in ottimo stato di conservazione. Vi si rinvenivano anche placche di echinidi e i relativi aculei. Una volta vi trovai due o tre denti di un piccolo squalo. Ora il giacimento è stato totalmente asportato dall’erosione e solo ogni tanto vi si recupera qualche fossile, a parte le comunissime nasse e i “piedi di pellicano”. Su quella parete, inoltre, avevo rinvenuto numerosi boli di pesce che mi davano la certezza che un giorno mi
sarei imbattuto in uno strato con ittiofauna fossile. Con le ginocchia appoggiate al suolo, scrutavo con concentrazione fra i detriti vegetali accumulati dalle onde nella
speranza di recuperare qualche conchiglia superstite.
Superato questo luogo si giunge sotto lo Iazzo di Porcari dove la parete argillosa crollando trascina con sé pinastri e cipressi. Fu proprio sotto alcuni di questi alberi
collassati che scorsi qualcosa che attirò la mia attenzione: di primo acchito mi sembrava di avere davanti a me dei frammenti di arenaria meno cementati rispetto ai
soliti in cui ci si imbatte in quei paraggi. Andai oltre, ma dopo qualche decina di metri decisi di tornare indietro. Inforcati gli occhiali mi resi conto che quelli che avevo
appena visto non erano blocchi di arenaria: la loro consistenza era, invece, tipica del tessuto osseo: sotto i miei occhi avevo alcuni frammenti di grandi vertebre. Mi
guardai intorno e mi resi conto che quei fossili coprivano una superficie di pochi metri quadrati e che oltre alle porzioni vertebrali vi erano anche alcune estremità
dorsali di coste. Mi fu subito chiaro che si trattava di un fossile di cetaceo di cui l’erosione idrica aveva messo in luce i distretti ossei più superficiali.
L’emozione era grande. Presi il cellulare per chiamare il museo archeologico in cui lavoro. Parlai con la responsabile a cui riferii la novità e le chiesi il numero della soprintendente. Riferii anche a quest’ultima della scoperta di cui condivise l’emozione. Le dissi che quel
rinvenimento avrebbe fatto una buona pubblicità al nostro museo, che allora non era molto visitato. Si complimentò e mi raccomandò, com’è ovvio, il silenzio assoluto in merito alla scoperta, al fine di evitare depredazioni da parte di curiosi e collezionisti.
Sapevo che erano giorni particolari, a metà tra il natale e il capodanno, e che il sopralluogo della soprintendente non si sarebbe verificato subito. Il mio primo pensiero fu quello di coprire con erba e rami quelle evidenze affinché altri non le notassero. Nei giorni successivi decisi di coinvolgere un amico sensibile e discreto nella sorveglianza del sito. Mi rivolsi a Matteo Visceglia che da anni gestisce il centro di recupero dei rapaci di
San Giuliano. Matteo venne a prendere visione del sito in compagnia di una sua collaboratrice. Chiesi loro di aiutarmi a controllare la zona e di badare che i resti fossero
sempre ben nascosti e protetti. Subito dopo comunicai ad alcuni colleghi la notizia del rinvenimento. Condussi sul luogo solo un collega: il fotografo del museo Mario Calia, che realizzò la prima documentazione fotografica del fossile . In quel periodo le stampe fotografiche riportavano la data di scatto stampigliata sul retro. Quelle scattate dal collega risalgono al 17 gennaio del 2001, cioè ad una ventina di giorni dopo il rinvenimento.
I giorni passavano e dalla soprintendente non ricevevo ancora notizie, in merito al sopralluogo. Pensai di attivarmi in maniera autonoma, per favorire il rapido
recupero delle evidenze in questione. Mi recai presso l’Ente Parco della Murgia Materana dove parlai col presidente, che conoscevo in quanto ero stato membro
del Comitato Tecnico Scientifico dello stesso Parco.
Gli chiesi se l’Ente poteva finanziare il recupero delle parti emerse del cetaceo. Mi fu riferito che forse si poteva attingere ad una somma di otto o dieci milioni di lire (l’euro era in corso da poco tempo, pertanto ci si esprimeva ancora secondo il vecchio conio). Dissi al
presidente che pensavo di contattare un vecchio amico docente di geologia all’università di Bari. Pochi giorni dopo interpellai l’amico geologo, gli raccontai del fossile e gli chiesi, nel caso fosse stato necessario, se poteva organizzarsi con alcuni suoi studenti per il recupero.
Ovviamente gli parlai anche dell’eventuale sostegno finanziario da parte dell’Ente Parco.
Quando riferii alla soprintendente di questa mia iniziativa fui subito stroncato: mi fu detto che soggetti esterni alla soprintendenza non potevano occuparsi di
questa faccenda. Era evidente che la mia sollecitudine non era stata gradita.
Passarono tre anni in attesa di un eventuale riscontro
da parte della soprintendente. Nei miei diari di escursione verificai che in quei tre anni avevo effettuato, a mie spese e durante il mio tempo libero, 272 sopralluoghi di
controllo finalizzati a proteggere come meglio possibile i resti fossili. Intanto il livello del lago, in conseguenza delle piogge, aveva ripreso a salire. Presto il fossile
si trovò sott’acqua. Sapevo che l’acqua avrebbe distrutto tutto quanto era già emerso e che avrebbe prodotto nuova erosione, scalzando e disintegrando altri distretti ossei. Ero completamente solo di fronte ad un muro di gomma che faceva rimbalzare le mie sollecitazioni e non potevo trovare altre strade per il recupero del fossile, essendo vincolato dal fatto di essere un dipendente della soprintendenza. L’acqua rimase alta per i tre anni
successivi, come è possibile verificare dai dati in possesso dell’Ente Irrigazione che gestisce il bacino.

La “riscoperta”
A questo punto mi sembra utile delineare con chiarezza e precisione gli accadimenti del 2006 che spesso sono stati riportati in maniera frammentaria e confusa, ma che hanno avuto un notevole peso nei successivi sviluppi. Il 6 agosto del 2006, un sabato mattina, mi recai per l’ennesima volta sul sito del rinvenimento. Nei sopralluoghi precedenti avevo registrato che il livello dell’acqua calava rapidamente. Quella mattina, superata l’insenatura posta sotto lo Iazzo di Porcari, mi accorsi che alcuni grossi massi di arenaria, che consideravo come riferimenti per la valutazione del livello dell’acqua, erano completamente emersi. Ero a circa cento metri dal punto dove avevo trovato i primi resti. Procedendo notai che il letto argilloso era cosparso di tantissimi frammenti ossei: erano i frantumi di tutto ciò che era emerso sei anni prima. I singoli frammenti avevano subito gli effetti della fluitazione pertanto apparivano arrotondati dall’erosione, come ciottoli. Camminai ancora un po’ e vidi quanto non mi sarei mai aspettato: una serie di vertebre in connessione anatomica . Erano dodici e fra l’una e l’altra si interponeva il calco del disco intervertebrale costituito
da un sedimento compatto e fine di colore giallognolo.
L’acqua lambiva ancora le vertebre e tra essa e le vertebre si scorgevano altri blocchi di sedimento giallognolo identico a quello che sostituiva i dischi intervertebrali.
Sei di quelle vertebre si mostravano in buona parte erose. Guardavo sbigottito quello che avevo davanti quando mi accorsi che dove io non avevo ancora posato le
scarpe vi erano le impronte di qualcuno che prima di me era stato presso il fossile. Era evidente che un’altra persona mi aveva preceduto. Scattai tante fotografie.
Nel pomeriggio il telefono di casa squillò. Era la direttrice del museo Ridola. Mi chiamava da Metaponto dove era in vacanza. Mi disse che al museo si era recato
qualcuno che aveva visto i resti della balena che io avevo segnalato anni prima. Mi chiese inoltre di recarmi sul luogo del rinvenimento il giorno successivo, la domenica, insieme ad alcuni carabinieri. Si può avere contezza di quanto ho appena affermato dal resoconto che
l’agricoltore Vincenzo Ventricelli – così si chiama chi mi aveva preceduto quella mattina – aveva fatto nei giorni seguenti ai giornalisti.
Ora, ricorrendo alle dichiarazioni rilasciate dallo stesso Ventricelli, voglio raccontare cosa successe quella mattina di sabato 6 agosto 2006. Comincio con un articolo di Chiara De Stefano tratto da “Repubblica”, risalente al 23 agosto 2006. Vi si racconta che il Ventricelli «è corsoa darne notizia (del rinvenimento) alla Soprintendenza ai beni archeologici della Basilicata e ha scoperto che da cinque anni i funzionari erano a conoscenza dell’esistenza
del fossile…». Vado oltre: «(il Ventricelli) ha chiamato la Soprintendenza ai Beni archeologici dicendo “Venite ho trovato qualcosa che mi sembra importante.” Ma prima nessuno gli ha dato ascolto. Poi qualcuno tra le carte del museo Ridola di Matera ha scoperto che di quel reperto già si conosceva l’esistenza da almeno cinque anni». Segue un passaggio importante: «Vincenzo è subito corso a denunciare l’incredibile episodio ai carabinieri. Non era infatti riuscito a parlare con nessun funzionario del museo di Matera. “Sono tutti in ferie” si era sentito rispondere al telefono. Senza nemmeno immaginare che negli uffici
della Soprintendenza della Basilicata sapessero già dell’esistenza della balena…Soltanto ora, dopo la denuncia di Vincenzo, la Soprintendenza ha deciso di intervenire».
In un altro articolo egli racconta che: «… riuscimmo comunque a metterci in contatto con la soprintendente dott.ssa Patruno la quale disse di essere in vacanza. Io chiesi allora a chi si potesse denunciare la scoperta, se ci fosse qualcuno di reperibile. Lei mi rispose che avrei dovuto aspettare il suo ritorno dalla villeggiatura, cosa che non mi piaceva affatto… non mi arresi. Ci dirigemmo tempestivamente presso il comando dei Carabinieri di Matera e
lì lasciammo dichiarazione nero su bianco. Uscimmo dal comando e pochi minuti dopo ricevetti una telefonata; la dott.ssa Patruno sembrava di colpo interessatissima alla
cosa». In un articolo del “Quotidiano” del venerdì 25 agosto 2006, a firma di Piero Quarto, si riporta una intervista all’archeologo Antonio De Siena a cui, nel frattempo,
era stato affidato il compito di recuperare i resti fossili in parola. Trascrivo letteralmente la sua risposta così come appare nel virgolettato: «In questo caso non direi proprio possa parlarsi di scoperta. In realtà conoscevamo l’esistenza di questo fossile che però si trovava sommerso dall’acqua e dalla terra. Nell’ultimo mese è successo che il
livello dell’acqua alla diga è calato e una parte del fossile è stata così liberata».
Dalla “Gazzetta” del 25 agosto 2006 traggo parte di un altro articolo a firma di Franco Di Pierro: «L’operazione cetaceo viene gestita in prima persona dal dott. Antonio De Siena, direttore del Museo archeologico di Metaponto. “Eravamo a conoscenza” – dice – della presenza di questo importante fossile da almeno quattro anni grazie alle segnalazioni di un validissimo collaboratore della Soprintendenza. Ora che il caso è esploso siamo meno tranquilli, a preoccuparci è l’ingordigia del mercato clandestino, quei resti pietrificati dell’animale preistorico potrebbero diventare oggetto di interessi commerciali».
In un ulteriore articolo pubblicato sulla “Gazzetta” firmato da Pasquale Doria, è scritto:« In termini di massima amplificazione se ne è avuta notizia (della scoperta) l’estate scorsa. Ma la verità è altra, perché la prima segnalazione del fossile risale alla fine del 2000. Il merito è
di un dipendente del museo archeologico, Gianfranco Lionetti, più conosciuto in città per la sua profonda conoscenza del territorio». L’articolo procede con una intervista a Matteo Visceglia definito in quello scritto, a buona ragione, come «noto naturalista che all’epoca dei fatti seguiva da vicino le sorti dell’Oasi di San Giuliano».
Il Visceglia, che ho già citato nelle pagine precedenti, dichiara all’intervistatore: «Del resto Lionetti ha fatto esattamente il suo dovere, come avrebbe dovuto fare qualunque cittadino consapevole e, quindi, era suo compito informare le autorità competenti». L’articolo più significativo in cui, con assoluta chiarezza, si racconta della scoperta del fossile è stato scritto da Renato Sartini. È comparso nel “Venerdì di Repubblica” del 26 gennaio 2007. Anche qui, col virgolettato, vengono riportate le testuali parole di Antonio De Siena. Ne copio il tratto saliente: «Sapevamo già da qualche anno che nella zona della diga c’era quello scheletro”– racconta Antonio De Siena, direttore del museo archeologico di Metaponto e coordinatore della Soprintendenza archeologica per gli scavi di Matera – “Più vertebre erano state segnalate nel 2000 da Gianfranco Lionetti, uno dei nostri assistenti, insieme ai frammenti di un probabile osso mandibolare”.

Finalmente i pesci

In conseguenza del grande clamore suscitato dall’intervento di giornalisti e televisioni locali, nel settembre del 2007 furono avviate le prime operazioni di tutela e recupero. Il prelievo dei resti superstiti del cetaceo fu effettuato a più riprese. L’ultimo cantiere risale alla fine del 2011. Nei primi giorni di dicembre del 2007 vennero alla luce, sotto le vertebre, altri distretti ossei pertinenti alla cassa toracica, al cinto scapolare e agli arti anteriori. Di fronte a tali evidenze il responsabile scientifico dello scavo chiese agli operai di cantiere di scavare tutt’intorno ai nuovi reperti affinché fosse possibile sviluppare un’idea approssimativa della superficie su cui giacevano. Fu in questo momento che sul lato occidentale, a circa ottanta centimetri di profondità rispetto allo strato in cui erano inglobate le vertebre, fu rinvenuto un reperto che giustificava pienamente l’esistenza dei boli da me localizzati in quella località negli anni pregressi: si trattava del calco perfetto dello scheletro di un pesce
di una cinquantina di centimetri. Negli interventi successivi non si rinvenne nulla di simile. Solo nell’ultimo scavo, risalente al novembre/dicembre del 2011, quando si lavorò per il prelievo dei miseri resti del cranio, nel volgere di pochi giorni si recuperarono altri venticinque calchi di pesci, tutti di modeste dimensioni, e quello di un crostaceo in ottimo stato di conservazione. Alcuni di quei calchi riproducevano l’intero scheletro, altri ne rappresentavano piccoli settori, ma comunque erano tutti perfettamente leggibili.

Un bilancio su cosa rimane del cetaceo di S. Giuliano

La possibilità che un organismo si fossilizzi dipende da condizioni casuali molto particolari e da fattori molteplici, pertanto è da considerarsi un evento raro. Per comprendere lo stato di conservazione del cranio del nostro cetaceo è necessario avere contezza di come sia
fatto un mammifero marino caratterizzato da una testa enorme.Un grande cetaceo che si nutre di microorganismi ha una testa sproporzionata rispetto al resto del corpo. Questo genere di mammiferi deve ingurgitare una notevole quantità di acqua con tutto il nutrimento, poi l’acqua viene espulsa e i fanoni, che fungono da setaccio, trattengono il krill di cui queste balene si nutrono. Ci sono animali assolutamente diversi dai cetacei che si
alimentano in modo simile. Si pensi allo squalo balena o alla manta, fra i pesci. Anche questi animali sono di grandi dimensioni per il fatto di avere una bocca sproporzionata. Fra gli uccelli, il succiacapre o caprimulgo, ad esempio, vola con la sua grande bocca aperta per nutrirsi di insetti. Un simile espediente, come si può notare, è stato escogitato più volte nel corso dell’evoluzione della vita sul nostro pianeta. In attesa di una precisa definizione della specie del fossile di San Giuliano sarebbe più opportuno parlare genericamente di cetaceo. Si tratta certamente di un misticeto, cioè di una balena fornita di fanoni e non di
denti, come i capodogli, le orche, i delfini, quindi, nella fattispecie, non si tratterebbe di un predatore che insegue e uccide con le fauci armate di denti le sue prede, ma di un divoratore di piccoli organismi. Gli odontoceti hanno i denti tutti della stessa forma, conici e ricurvi, simili a quelli dei rettili. Un odontoceto di dimensioni comprese fra i 13 e i 16 metri, cioè di dimensioni prossime a quelle del cetaceo di San Giuliano, avrebbe più di 40 denti lunghi fino a 16 centimetri e con un peso dicirca 500 grammi. Un apparato dentario di tal genere, e di questa mole, lascerebbe tracce evidenti in un fossile come il nostro. I fanoni sono lunghi astucci cornei dalla sezione triangolare con i margini interni sfrangiati per
filtrare e trattenere gli organismi planctonici. Fino alle soglie del Novecento rientravano nei prodotti derivanti dalla caccia ai misticeti perché, opportunamente modificati, venivano trasformati in oggetti vari, fra cui lestecche per i busti femminili.
Misticeti ed odontoceti differiscono non solo in relazione alle caratteristiche peculiari della loro bocca,come ho già detto, ma anche per la dieta, l’ecolocalizzazione, i grassi corporei e per gli oli contenuti nel loro tessuto adiposo. Il peso specifico del grasso che riveste
il corpo dei cetacei può avere un ruolo importante in merito alla fossilizzazione. In proposito si tenga conto che le balene franche, ad esempio, per il minore peso
specifico del loro grasso, quando muoiono galleggiano pertanto è più difficile che il loro scheletro subisca un processo di fossilizzazione.
Del cetaceo di San Giuliano possediamo solo la parte centrale dello scheletro, cioè solo una piccola parte della cassa toracica e parte degli arti anteriori. Le cause che hanno generato questo stato di conservazione sono di due ordini in quanto attengono al modo in cui l’animale si è fossilizzato e ai tempi lunghi del suo recupero. Questi due fattori hanno provocato il degrado di numerosi distretti ossei. Nelle figg. 9a e 9b (Vedi servizio su Mathera) proponiamo lo scheletro del cetaceo nella sua interezza e quindi i
segmenti scheletrici superstiti del nostro cetaceo. È da notare che alcune delle vertebre toraciche, poco meno della metà di quelle che ho evidenziato, potrebbero essere in condizioni tali da non poter essere ricomposte. Il cranio di un misticeto può misurare fino a un terzo della lunghezza totale dell’animale. Le sue parti più robuste sono le ossa occipitali e le due branche mandibolari. Tutte le altre ossa formano una struttura che delimita le fauci. Il neurocranio, deputato ad accogliere e proteggere l’encefalo, è piccolo rispetto all’intero
scheletro della testa. Per la loro morfologia, le ossa dello splancnocranio (quelle che nel nostro cranio costituiscono lo scheletro della faccia) a seconda di come avviene la fossilizzazione possono rimanere schiacciate dai sedimenti che le ricoprono. Nel caso di San Giuliano tutte le ossa craniche sono state polverizzate dal peso dei sedimenti e dalle condizioni chimico-fisiche in cui si è verificata la fossilizzazione, quindi non esiste la possibilità di ricomporle, né di determinare la specie dell’organismo a cui appartenevano.
Della colonna vertebrale ci manca tutto il tratto cervicale e, forse, la parte iniziale e finale del settore toracico. Nulla si è conservato del rachide lombare, sacrale e caudale. A proposito della cassa toracica, oltre all’esiguo numero di vertebre, sono sopravvissute solo poche coste, forse quattro delle ventiquattro-trenta che ne fanno parte.
La porzione meglio rappresentata dello scheletro del nostro cetaceo è costituita dal cinto scapolare e dagli arti anteriori di cui si conservano le ossa maggiori,
cioè le scapole, gli omeri, le ulne e i radî. I cetacei nella loro lunga evoluzione che li ha trasformati in organismi marini, avviatasi nel cretaceo, hanno visto i loro
arti anteriori trasformarsi da estremità di sostegno del corpo in organi natatori, mentre i loro arti posteriori si sono ridotti fino a non essere più visibili esteriormente
o sono scomparsi del tutto. La forma e le dimensioni delle “pinne” possono contribuire alla classificazione del nostro reperto.
Valorizzazione

In funzione di quanto ho appena detto, i resti del
cetaceo non sono in quantità tale da consentirne la ricostruzione poiché sarebbero troppi i distretti ossei da realizzare in materiali sintetici per completarne lo scheletro. Se ne potrebbero ricomporre i soli segmenti ossei sopravvissuti ed evidenziare semplicemente in un pannello lo scheletro completo. La nostra città, con l’approssimarsi del 2019, è sotto i
riflettori per cui una grande quantità di gente viene a visitarla attratta soprattutto dai suoi monumenti rupestri. L’allestimento di uno spazio museale in cui si parli della geomorfologia del territorio potrebbe essere più che opportuna in questo momento, anche per valorizzare il fossile di S. Giuliano. In questo luogo si potrebbe parlare della formazione delle murge e delle gravine, quindi del calcare e della calcarenite, dei depositi argillosi e dei
sedimenti marini e alluvionali più recenti. Si potrebbe così far notare come l’uomo, nel territorio materano, dal neolitico abbia considerato la calcarenite come una risorsa scavando nel suo spessore i fossati per tutelare gli armenti e tante altre strutture pertinenti agliabitati; vi si potrebbe rimarcare come lo sfruttamento di questa roccia ha caratterizzato ogni forma di antropizzazione connotando la città e il suo territorio con i suoi
numerosi insediamenti rupestri. Vi si potrebbe evidenziare, inoltre, come la nascita e la forma della città sianostate condizionate dalle sue risorse geologiche: si pensi
ai lastricati delle strade e delle sue gradinate realizzate con la roccia calcarea; agli edifici costruiti con i conci di calcarenite; alle tegole dei tetti, le grondaie e i pavimenti ricavati dalle argille. In una simile esposizione i fossili provenienti dai differenti strati geologici potrebbero avere un ruolo primario, a partire dalle rudiste che costituiscono i fossili guida dei calcari cretacei a finire ai resti della fauna quaternaria con cui ha convissuto l’uomo del paleolitico. Ovviamente in tale spazio il cetaceo di S. Giuliano, e i calchi dei pesci recuperati durante ilsuo scavo, troverebbero la loro giusta valorizzazione.