HomeCulturaJane Goodall, la scimpanzé gelosa, e come non prendersi troppo sul serio

Jane Goodall, la scimpanzé gelosa, e come non prendersi troppo sul serio

Guarda, guarda – un altro pelo biondo…non è che avete fatto altre “ricerche” con quella libertina di Jane Goodall?!” Il lutto che sentiamo per la scomparsa di Jane Goodall il primo ottobre scorso non ci impedisce di commemorarne lo spirito e l’humor, oltre che la bontà d’animo e l’intelligenza.

Tutte queste virtù – fortunata l’umanità che le sapesse combinare più intensamente – non sono antinomiche. Ma chi era l’inglese Jane Goodall?
Nacque a Londra nel 1934. Mossa solo dalla sua passione per gli animali, inizialmente senza titoli accademici, Jane parti’ per la Tanzania, ove lavorando nel parco nazionale Gombe Stream divenne sul campo etologa ed antropologa. Da bambina, trascorreva il suo tempo libero giocando con i cani di famiglia. Al momento ludico la giovane Jane associo’ l’osservazione. Intui’ quindi la compresenza nei cani di personalità distinte, di sensitivita’ e intelligenza comunicativa.
All’età di 23 anni, fu persuasa dal paleoantropologo Louis Leakey a condurre ricerche inedite di primatologia, rivoluzionarie per quell’epoca.
Jane assegnò ad ogni scimpanzé un nome, non un numero, come era stata la norma per una scienza imperialista, ingombrata di preconcetti antropocentrici come tante ragnatele fossili.
Goodall riuscì a dimostrare che il ricorso agli utensili non era prerogativa dell’uomo.
Inoltre, che gli scimpanzé, differenziatisi dall’uomo tra i 6,5 ed i 9,3 milioni di anni fa, (ed aventi, come sappiamo oggi, in comune il 98% del nostro genoma), intrattengono relazioni sociali complesse, che gli consentono di praticare la caccia come gioco di squadra. Ed ahimè anche di condurre guerre cruente tra i diversi “clan“. Goodall che li amava non taceva questo aspetto “umano“, anzi fu una dei primi a scoprirlo. Amore e oggettività scientifica non si escludono! E non tutta la vibrante vita naturale che favoriamo deve essere dipinta a tinte rosa. Capito’ che nel 1987 il vignettista americano Gary Larson fece uscire sulla rivista Far Side un disegno di una coppia di scimpanzé intenti a spulciarsi.
Alla scoperta di un pelo biondo, la femmina sospetta il consorte di esser nuovamente stato oggetto delle “ricerche” di Jane.
Jane era nel cuore della foresta vergine, e non ne seppe nulla. Solo al suo ritorno negli USA si avvide che i collaboratori della sua associazione stavano per intentare causa a Larson per diffamazione.
Jane scoppiò a ridere. Non solo disapprovo’ il loro puritanesimo, ma si adoperò per fare conoscenza di Larson, tanto da poi invitarlo a farle visita in Africa.
Non solo: Larson gli consenti’ di stampare delle magliette con la impertinente vignetta, da cui derivò – quale benvenuta eterogenesi dei fini – una manna per le casse dell’associazione animalista.
Analogamente, Goodall riprovo’ la sua vena ilare confessando che da ragazza era tanto innamorata di Tarzan da rammaricarsi che l’uomo scimmia si fosse innamorata della Jane sbagliata. Anche con un pizzico di lucida frivolezza, questa donna di scienza ci ha insegnato che scienza e humor, ricerca e passione, umanesimo e amore per le altre specie viventi non si contrappongono!
E come mi pare di aggiungere, anche la manifestazione del lutto non deve essere simbolicamente lugubre, ma di fronte al dolore si possono trovare le parole per ravvivare lo spirito che esalta la vita.
Funesta è piuttosto la deriva devastante a cui il complesso militare-industriale sta (materialmente!) trascinando il pianeta, come era già presente a Jane:
Siamo la specie più intellettuale in circolazione sul pianeta ma non siamo intelligenti: se sei intelligente non distruggi l’unica casa che puoi possibilmente abitare“.

Stefano Matera
Stefano Matera
La mia fatica di Sisifo è stata occuparmi da sempre del fenomeno lingue. Le ho studiate in Germania e Irlanda, per poi lavorare come traduttore. Con tutta l'ammirazione per le virtù del medium, non sarò mai un giornalista, di quelli che dicono della loro professione: "Meglio che lavorare". Non fa per me la separazione ipocrita di fatti e opinioni. Credo nella dialettica e nei dialetti, nella laboriosità del pensiero lento. La forma è contenuto, e si lascia cesellare fino a dare il più grande risalto alle idee che, si spera, hanno in sé la verve per salvarci. Ci vorrà del lavoro a riempire il baratro di apatia in cui è precipitato il pensiero.
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