Luogo comune: gli italiani sono un popolo anarchico. Ma MACHIAVELLI era anarchico??
Un ex-expat come me non ha più en gros il migliore dei rapporti con la connazionalita’.
E forse perciò vedo gli italiani, grandi maneggioni a parte, lillipuzianamente despoti per una metà, e sottomessi e rassegnati per l’altra.
“Sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare“. (Il principe, Cap. XVIII)
E così ognuno, che abbia una opinione di sé, forma e coltiva il suo GIARDINETTO DI POTERE, in barba a ualsiasi fair play democratico.
“Cj stè sautt schkott j abbautt“. Insomma, chi sta sotto patisce e scoppia, si diceva una volta nei Sassi, che più verticali di così non potevano essere.
Tanto poco anarchici sono gli italiani, che non gradiranno il seguente ballon d’essai.
Si sa in genere per quali scorciatoie si arriva a tagliare il traguardo dell’ambito POSTO FISSO.
Se almeno si potesse stabilire che diventi meno rocciosamente fisso, ed assicurare l’alternanza, anche tra le generazioni.
Il nipote d’Italia deve avere la sua chance, per non essere appeso ai cordoni del borsellino di nonno o zio.
Questo sì, un bel emendamento alla Costituzione.
Giuristi democratici, questa volta ingarbugliate un po’ le carte per la giusta causa di un referendum o una iniziativa di legge di questo tipo: AMPIO ACCESSO A IMPIEGHI PUBBLICI.
Una staffetta delle figurative mezze maniche, detto senza offesa.
Ne guadagnerebbe la prossimità dei cittadini allo Stato, ed il senso di responsabilità, che sono sempre stati ai minimi nel paese in cui Goethe vide fiorire i limoni.
Meno sudditi, più cittadini che mettono mano alla cosa pubblica con un ruolo più o meno grande.
Sia chiaro, non siamo illuministi al punto tale da voler promuovere IL MERITO: viene e verrà ahinoi sempre all’ultimo posto. Ci vorrà – nulla è escluso – un triplo salto mortale con avvitamento per cambiare l’aria indolente, quando non futilmente agitata (verso il cittadino, si intende, questo molesto..), che investe chiunque varchi la soglia di un ufficio pubblico.
E non da ultimo l’avvicendarsi alle scrivanie di Stato sarebbe un modo per redistribuire competenze e risorse pubbliche
I SINDACATI, che hanno il merito di aver contribuito alla vittoria del No, vuoi vedere che questa volta vedrebbero come fumo negli occhi il “lavorare meno, lavorare tutti”..
Eppure chi avrebbe detto che nel nostro secolo CIPPUTI si sarebbe occupato di gender e LGBT, com’è successo nella Cgil di Gandini. E fa onore alla locale Camera del Lavoro la parte avuta nei Matera Pride.
Ci sono quindi altri modi di essere sindacato, per esempio cominciando ad occuparsi di ambiente, e non solo in funzione dei posti di lavoro.
La Repubblica fondata sul LAVORO ONESTO E PULITO (in senso ecologico), questo sì un nobile emendamento che potrebbe piacere a quei giovani che hanno dimostrato fiducia nella Costituzione.
Perché se un lavoratore per campare è associato a una attività che produce armamenti, emette veleni nell’ambiente, sotterra rifiuti tossici, avrà comunque problemi con il suo carma o la sua coscienza, che dir si voglia.
Non da meno chi si dondola con gusto su uno scranno improduttivo o la volpe che si diletta nell’arte di mistificare l’informazione.
Ora l’onda del referendum è ancora alta e gagliarda.
Chi ha votato No al Nord l’ha fatto per difendere la Costituzione, al Sud la propria già precaria condizione sociale, a rischio di ulteriore devolution, insomma di tagli a welfare e sanità.
Un argine si è alzato contro la protervia di quelli a cui non basta avere alla bisogna le spalle coperte dai migliori collegi difensivi. Vorrebbero anche sancito in eterno il privilegio di farla franca.
In questa cuccagna di spese pazze per il riarmo, in cui i casi Lockheed (1976, tangenti a generali e ministri su commissioni per aerei militari americani) si moltiplicheranno.
Non sono tuttavia tanto illuso da replicare a manovella i bei titoli dei giornali di avantieri. Vedo piuttosto la dura realtà istituzionale che poco rispecchia i nobili principi della Carta.
Avremo occasione di ritornarci, e ad aprirci gli occhi, se non la reprensibile morale, almeno il realismo adamantino del «Segretario fiorentino».

La mia fatica di Sisifo è stata occuparmi da sempre del fenomeno lingue.
Le ho studiate in Germania e Irlanda, per poi lavorare come traduttore.
Con tutta l’ammirazione per le virtù del medium, non sarò mai un giornalista, di quelli che dicono della loro professione: “Meglio che lavorare”.
Non fa per me la separazione ipocrita di fatti e opinioni.
Credo nella dialettica e nei dialetti, nella laboriosità del pensiero lento.
La forma è contenuto, e si lascia cesellare fino a dare il più grande risalto alle idee che, si spera, hanno in sé la verve per salvarci.
Ci vorrà del lavoro a riempire il baratro di apatia in cui è precipitato il pensiero.