Ventitré modi per sopravvivere, di Ksenja Laginja, Kipple Officina Libraria, prefazione di Alex Tonelli, Kipple Officina Libraria (Genova, 2021), pag. 43, euro 8,00.

Tenere in frequenza di simbiosi il mondo della riflessione concettuale con il lirismo che non diventi mai sola profusione di linguaggio, è sempre molto difficile. In “Ventitré modi per sopravvivere”, dove visto il discorso filosofico sottotraccia – ma più che altro per dotazione di modestia e attenzione/cura della vita -, l’autrice genovese di nascita e romana d’elezione, Ksenja Laginja, riesce a fare (di) necessità del ragionamento una suite di poesia da leggere. E rileggere, evidentemente. Ché nella prima lettura alcuni dettagli possono in tutt’onesta sfuggire.

Al terzo passaggio di lettura, poi, anzi invece sappiamo l’intenzione. O per lo meno non ci facciamo incantare, ingannare, soltanto e solamente delle forme di componimenti lirici. Le poesie, lampi e tuoni, di questa plaquette sono infatti una contestazione della banalità, sia essa costituita di rime bimbesche sia da poetese della domenica pomeriggio o del post-lavoro se non proprio del bruto spazio malato e produttore di bruttezza del pensionamento.

Ci sono un parallelo esplicitato e uno implicito fra la riga di descrizione della forma scelta ogni volta del 23 a piè pagina con i versi sormontanti il ragionamento. Un ragionare incastrato. Ksenja Laginja s’è fatta insomma scegliere da questo numero per scrivere, evocando, la sua visione drammatica e sapienzale del mondo vissuto.

Abbiamo, dunque, fatto un principio di percorso e un’iniziazione della rivelazione in questi versi. La nostra preferita, proprio in quanto diverge un poco dal resto del frazionamento lirico fatto di cosmi e intenzioni d’intenzioni della storia dei numeri a spiegare proprio tutto, porta in capo il numero romano XII: “Ti insegnano ad amare / fino al giorno in cui tutto / verrà spazzato via e non potrai / disporti alla tassonomia / della casa, resta la calce / a suturare i buchi nel petto, / ci toccherà separarci / cedere il peso agli altri”.

Chi avrà la fortuna di sentire queste pietre rotolare sul manto delle voci, magari con il tappeto elettronico di Stefano Bertoli, vedrà un modulazione di sensazioni levarsi.