HomeCulturaIl flop dei PIN e dei PUK

Il flop dei PIN e dei PUK

La Giustizia, eterno busillis.
Facile che prenda le forme de “IL PROCESSO” di KAFKA, che solo per accidente non era nato in Italia. Con qualche nuovo inghippo digitale.
Molti di noi hanno gioito per il NO, come non capitava più da decenni per una consultazione elettorale.
Pochi si sono tuttavia espressi sullo stretto merito del quesito referendario.
Hanno subodorato una “sola”, e temuto gli uncini che il governo aveva attaccato in coda a questa testa di ariete.
E così il fiasco di riforme anticostituzionali ha fatto il bis. Renzi, già scottato una volta, si è tenuto defilato.                        Rispetto va tributato agli altri, gli intellettualmente onesti che credevano nella separazione delle carriere, senza secondi fini.
Perché nel Paese delle corti e dei cavedii, di bravi e grida manzoniane, anche la Giustizia – un Moloch se non altro per le sue dimensioni – non è immune da degenerazioni.
Il TERZO POTERE è un organo costituzionale che sarà quindi difeso meglio dalle sortite governative se si mettono tutte le carte sul tavolo.
Forse ci vuole un altro referendum per stabilire che i “giudici” (categoria in cui l’uomo della strada comprende anche i pm) siano UGUALI DAVANTI ALLA LEGGE, come tutti gli altri!?
Come non è successo in alcune sentenze del passato cucinate “in famiglia” dai togati.
In un procedimento, il pm aveva tradito le sue stesse indagini, confidandosi con l’avvocato difensore dell’imputato.
Tutto archiviato perché la rivelazione del segreto d’ufficio si era svolta “IN UN CLIMA GOLIARDICO”.
Quindi, se volete infrangere la legge, e avete un retroterra accademico, basta fare delle feste alla Delmastro, magari con feluche e cotillon, che ricordino i bei tempi dell’università.
In un altro caso, il pm commetteva dei reati al volante ed arrivava al processo imbottito di cocaina: tutto collegialmente assolto perché il poveretto era afflitto da dolore per la morte di un genitore.
(Fonte: Radio Radicale)
Il suo dolore era irriducibile a quello del “comune” cittadino, dei cui drammi e sentimenti “NON SE NE PUÒ FREGARE UN CANE”.
Anzi, nella vita reale solo un cane puo’ essergli pietoso.
Mai si esaurisce la vena melodrammatica che da noi va mediaticamente molto forte; è però molto selettiva nella scelta dei compatiti, meglio se commenda e famosi.
Si versano lacrime, le casalinghe del Sud per Bossi, il Manifesto per Cirino Pomicino
Simm’ itaglian, paisa’. C’è sempre un’ultima giuria che assolve, anzi santifica e “aggiusta” l’immagine a futura memoria.
In mancanza di un vaglio critico, la storia ufficiale italiana diventa storia dei santi.
A volte non solo il pubblico, ma le stesse parti del processo vengono fatte sedere a una distanza tale da non udire una parola del giudice, che quando recita a “BOCCA DELLA LEGGE” è uno Speedy Gonzalez.
Lo stesso vale per il lessico forense, atto solo a intimorire.
Prima regola della comunicazione, il togato dovrebbero domandare: MI UDITE BENE, voi che pendete dalle mie labbra?
Una volta gli oggetti della giustizia recavano dignità assai sacrale, oggi trasandatezza. Entrambi gli estremi sono repellenti.
E così VIVA L’EFFIMERO..: al cittadino arrivano dai palazzi della Giustizia avvisi di raccomandate più lubrici e leggeri di uno scontrino di supermercato, capaci di sfuggire di mano e volare via come piume alla prima tramontana.
Anche se comportano conseguenze meno leggere di una piuma.
Ma all’università si insegna di preferenza come intorcigliare le lingue, altro che minuzie..
A sua volta, il Comune affida le sue raccomandate ad una POSTA PRIVATA.
Che ha i battenti chiusi al primo pomeriggio- vige o no il diritto alla pennichella? -, e al sabato, proprio quando chi lavora avrebbe il tempo di ritirarle.
La stessa digitalizzazione è diventata una vera mania.
Inviare gli atti, ad es. per un ricorso amministrativo, è ormai una corsa ad ostacoli, una lotta con PIN e PUK che fanno flop.
Non era più sicura la consegna manuale degli atti, ci chiede l’avvocato Michele Sellitri.
Molti rinunciano ai ricorsi, o li ritirano in itinere, a causa di questi intoppi.
Nella pubblica amministrazione tutti parlano di organici – anche qui la puntura di spillo ai sindacati è d’obbligo – nessuno di produttività degli stessi, se non per i fatidici BONUS-CARAMELLA.
Ma i servizi pubblici saranno gli ultimi a cambiare.
Troppo forte è la paura di ritorsioni che turba i sonni di chi fa la voce grossa con i poveri cristi (vedi decreti sicurezza), e mette la coda tra le gambe davanti alle corporazioni grandi o piccine.
Cosa pensare di una casta che avverte paura fisica di esser lasciata a terra dai…taxisti, e invece di razionalizzare il settore, regala licenze a chi già ne ha fatto bottino?
Un po’ di passi a piedi a questi gioverebbero per ritornare alla realtà.

Stefano Matera
Stefano Matera
La mia fatica di Sisifo è stata occuparmi da sempre del fenomeno lingue. Le ho studiate in Germania e Irlanda, per poi lavorare come traduttore. Con tutta l'ammirazione per le virtù del medium, non sarò mai un giornalista, di quelli che dicono della loro professione: "Meglio che lavorare". Non fa per me la separazione ipocrita di fatti e opinioni. Credo nella dialettica e nei dialetti, nella laboriosità del pensiero lento. La forma è contenuto, e si lascia cesellare fino a dare il più grande risalto alle idee che, si spera, hanno in sé la verve per salvarci. Ci vorrà del lavoro a riempire il baratro di apatia in cui è precipitato il pensiero.
RELATED ARTICLES

Rispondi

I più letti