SARZANA – La memoria condivisa non esiste, ma ci sono accadimenti dimenticati che meritano d’esser ricordati da tutte e tutti. E’ il caso della storia d’Andreino Pastine. Per la prima volta in assoluto, perché il merito va sempre dato agli studiosi e ai cultori delle verità storiche, è stato qualche giorno fa lo storico Piero Donati, dalle colonne della sua rubrica “Materia Facoltativa” del giornale on-line Cittàdellaspezia, a portare al presente una vicenda d’un passato visto e tenuto sempre più distante dalle facezie della quotidianità. Il cronista, però, qualche giorno fa, ha accompagnato al Cimitero di Marinella di Sarzana proprio lo storico Donati; per capirne di più, rispetto a questa pagina stracciata.

L’assunto di base è generale, comunque: i cimiteri sono luoghi della memoria e conservano spesso testimonianze di rilevante valore storico. Osservazione, e ne abbiamo avuto una verifica, incontrovertibile. In un angolo quasi celato alla vista del piccolo cimitero di Marinella di Sarzana, siamo in provincia della Spezia ma a pochi chilometri dal salto in Toscana e dentro un’ampia dimensione di vasto spazio geografico di Lunigiana, come a pochi giri di senso dalle tante marine (Sarzana, Luni, Carrara, Massa, Lerici). Senza dimenticare i fiati del fiume Magra che ascolta il Tirreno e il Mar Ligure. Che è punto da isole poco più in là dalle nostre orecchie. Ma vicino vicino alle intenzioni di fascino, ben compiute, di luoghi detti Montemarcello, Punta Bianca e così via.

Comunque, ecco una lapide infilata nel campo santo anni or sono riservato solamente ai dipendenti della Tenuta della famiglia Fabbricotti. Tra attività abbandonate ed edificazioni sempre di memoria giganti che fanno rimembrare i proprietari. Epperò questa sarebbe un’altra storia. Insomma davanti a noi troviamo una lapide in ricordo del ventiduenne Andreino Pastine, morto in combattimento il 7 aprile 1939, insignito di medaglia d’argento al valor militare per la “ripetuta insistenza” con la quale aveva chiesto di “prender parte all’operazione di sbarco” sul territorio albanese, nella località di Saranda, indicata col nome di Santi Quaranta.

Fra il 7 ed il 9 aprile di quell’anno – ci spiega nel merito Donati -, infatti, l’Italia fascista occupò l’Albania, con un operazione costò 93 morti, e fra essi il giovane Pastine, mentre non si conosce il numero dei caduti albanesi, la quale – aggiunge lo storico ligure – fino a quel momento aveva goduto di parziale autonomia, pur all’interno di un rapporto privilegiato con l’Italia: dal 1933, ad esempio, l’italiano era materia obbligatoria nelle scuole. Fino al 1943, Vittorio Emanuele III fu dunque contemporaneamente Re d’Italia e Re d’Albania”.

Ma la lapide, benché collocata dalla famiglia Pastine, assume il significato d’un atto ufficiale. Poiché riporta la motivazione della concessione della medaglia d’argento e poiché reca, in alto a destra, la raffigurazione del leone alato di San Marco, adeguandosi così alla retorica di regime la quale rivendicava la “italianità” della sponda orientale dell’Adriatico, in parallelo ad analoghe rivendicazioni su Nizza, la Corsica e Malta.

Non meno significativa la presenza – chiosa Piero Donati -, in alto a sinistra, di una croce: l’Italia fascista, dopo aver contribuito con le armi a saldare l’alleanza fra i reazionari e la gerarchia cattolica in Spagna, si impegnava così a diffondere il cattolicesimo anche in quelle parti dell’antico impero ottomano nelle quali la maggioranza della popolazione si professava musulmana”.