Cronache quotidiane”, di Giuseppe Di Matteo, prefazione d’Annibale Gagliani, postfazione di Darwin Pastorin, Les Flâneurs Edizioni (Bari, 2020), pag. 100, euro 10.00.

La prima pubblicazione che “si propone di riflettere, in versi, su questo periodo di pandemia-quarantena” è nata a maggio, a maggio appena passato, ed è firmata dal giornalista Giuseppe Di Matteo; a breve distanza, tra l’altro, dalla precedente silloge poetica “Frammenti di un precario”. L’editore pugliese del libro, pugliese d’altronde al pari dell’autore del volume stesso, in sede di promozione chiede: “Ma si stava davvero meglio? E in che modo la quarantena forzata ci ha cambiati?”. E aggiungerà: “Per tentare di fornire una risposta, Di Matteo ha provato a entrare nelle viscere del Belpaese (ex Belpaese, ndr) lasciandosi guidare dalla scia dei suoi frammenti, strumento di cui da tempo non riesce più a fare a meno. E così si scopre che l’Italia dell’era ‘avanti Covid19’ è un Paese ancora ostaggio di un virus non meno pericoloso, quello del razzismo (…)”.

In sede di prefazione, per annunciare meglio la scrittura di Di Matteo, Annibale Gagliani scomoda addirittura Ungaretti, Quasimodo e Flaiano. Ma il punto più alto Gagliani lo raggiungere spiegandoci però che in “Cronache quotidiane”, libro a respiri e mancanza di respiro, “i frammenti di senso sono pervasi d’attualità, agitati, come un rum in un bicchiere scheggiato, da istantanee di viaggio”. Un po’, aggiungeremmo, come nell’opera precedente di Giuseppe Di Matteo. A indicare, appunto, la presenza d’uno stile.

Mentre la postfazione siglata da Darwin Pastorin dirà anche che l’autore “si immerge nell’attualità e ci offre il suo sguardo, attento, severo, dolce, spietato, sulle vicende di ogni giorno. Su questo tempo presente, in cui ci sentiamo tutti coinvolti e smarriti. Sono i momenti, duri, della pandemia. E il poeta – fa notare ancora Pastorin – affronta le trappole, i nascondigli del virus, denunciando la nostra forza e la nostra debolezza, ci consola certo: invitandoci a pensare che a salvarci, infine, saranno amore e poesia, e nel contempo ci riporta nel labirinto di questi giorni, faccia a faccia con l’infermiera “stremata dal sonno dei giusti”, con i canti sul balcone, con la speranza dei tanti, infiniti “andrà tutto bene” e noi siamo lì “Tutti in fila / a un metro di distanza / come ai tempi della tessera / del pane. / Ci danno un pasto caldo / quando è ora”.

Pastorin, ancora, getta luce aggiuntiva sui temi scelti da Di Matteo, raccontandoci di “un poeta che ritorna sul lamento, sacrosanto, del precario, sugli ‘schiavi pagati a cottimo’. Sui morti per un pezzo di pane, per un misero salario: ‘Niente di nuovo. / Scarpe logore e cadaveri ammassati / sul fronte di chi muore per lavoro’. Non cerca scorciatoie, Di Matteo: va dritto al centro del dolore, delle storie, dando voce agli invisibili, ai dimenticati, agli emarginati. La sua è una poesia civile. Dura, coraggiosa, necessaria”. Che ci piace.