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Filazzola: Luna e calanchi nel paese di don Carlo? Una identità e una storia tradita

L’artista lucano che sulla storia di don Carlo ha dipinto, approfondito, riportato e divulgato, tra gli ambasciatori più autentici di un meridionalismo militante, che è andato oltre le celebrazioni e offerto spunti di riflessioni per difendere identità, storia, percorsi culturali di quella esperienza, proprio non ci sta alla rappresentazione di un mondo che non appartiene al Levismo. Nicola Filazzola è stato in questi giorni all’evento ‘’La Luna e i calanchi’’ e ne è rimasto deluso. Si attendeva, negli anni, che ci si soffermasse per riflettere, rileggere, trasmettere ai giovani e non quello che ha trovato, detto e lasciato in eredità Carlo Levi. Scuote la testa e allarga le braccia sulla paesologia. ‘’ Non vorrei sbagliarmi- conclude Nicola Filazzola- ma credo che l’Amministrazione di Santo Stefano Belbo, il paese di Cesare Pavese, non permetterebbe di vivere il ricordo dello scrittore de “La luna e i falò” allo stesso modo con cui Aliano ricorda Carlo Levi nel suo programma “La luna e i calanchi”.

LA RIFLESSIONE DI NICOLA FILAZZOLA
UN BRUTTO AFFARE
Sembra, il nostro, sempre più un difetto di fabbrica quello di riuscire a trasformare, con una disinvoltura che non ha eguali, le cose serie, i momenti di maggiore spessore della nostra storia in scatole vuote, in insopportabili manifestazioni dove a farla da padrona, a trionfare non è lo spirito degli uomini e delle vicende che hanno permesso alle comunità di appropriarsi del proprio destino, ma il banale, l’accentuazione dello scollamento dalla realtà.
Il rifiuto di leggere quello che è stato il tragitto umano, politico, sociale di una popolazione e trarre da esso forza e impulso capaci di riempire il presente di fatti e non di vaniloqui, di artifizi, di fumi è diventata una questione morale.
In questi giorni, nel nome di Carlo Levi, si è consumato tra le piagge di Aliano qualche cosa che nulla c’entra con la figura che visse qui la triste esperienza del confino. Un nome, quello del pittore e scrittore qui arrivato con le “mani impedite”, che doveva, che poteva servire a fare di questo paese il luogo dove discutere, approfondire temi come lo spopolamento dei comuni, lo stato di salute del Mezzogiorno, il Mediterraneo, le condizioni dell’agricoltura nel sud, il petrolio. Un terreno di studi che avrebbe rafforzato Aliano e non tradito il pensiero di Levi. Una qualche cosa, insomma, capace di fornire quelle idee di cui si avverte tutta quanta l’urgenza. Si è preferito fare, invece, ciò che Levi non volle fare: girare la testa dall’altra parte. Perché le cose prendono una via diversa da quella naturale che i fatti suggeriscono, rimane un mistero.
A dare man forte alle iniziative messe in campo dall’Amministrazione comunale ci ha pensato il “paesologo” che vuole fare di Craco la “capitale del nulla” (l’esperto dei borghi scrive anche versi; un minuto dopo un terremoto, una alluvione, una catastrofe è già pronta la poesia), il suo merito è quello di saper edulcorare tutto e questo piace agli amministratori del posto e a quelli a loro più prossimi. Riesumazione dell’antico masciaro, del vecchio stile di vita in contrapposizione alla volontà di allargare gli interessi, la conoscenza, così indispensabili se si vuole essere protagonisti e non amene comparse di una estate rovente.
Non vorrei sbagliarmi, ma credo che l’Amministrazione di Santo Stefano Belbo, il paese di Cesare Pavese, non permetterebbe di vivere il ricordo dello scrittore de “La luna e i falò” allo stesso modo con cui Aliano ricorda Carlo Levi nel suo programma “La luna e i calanchi”.
Nicola Filazzola
23/8/2026

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