Non è difficile che, di tanto in tanto, a incupirci ulteriormente, arrivino, via WatsApp, prediche di moralisti, se non testi apocalittici, degni di san Giovanni Battista o di Girolamo Savonarola, tutti con un dito puntato contro una umanità deviata. Non mancano nemmeno, di quelli che, grazie all’isolamento forzato, fanno retoriche prediche sulla ritrovata vita familiare e sui valori che in essa si nascondevano, e finalmente sono venuti alla luce.

Sembrerebbe che il coronavirus sia un castigo di Dio, oppure un generoso regalo della Provvidenza, rivolta ad avere una umanità più buona, soprattutto più rispettosa dell’ambiente. La nota “verde” non deve mai mancare! A me, d’accordo con Manzoni, piacerebbe che il coronavirus fosse una buona scopa.

A dir la verità, parlare del dopo-coronavirus, mentre migliaia di persone muoiono, fa malinconia.

L’augurio più immediato e più assillante, perciò, è che la guerra contro il coronavirus si vinca al più presto. Ma, poiché molti, per quanto possa valere, si avventurano sul dopo, qualcosa vorremmo dire anche noi, anche perché fummo tra i primi a parlare del dopo-coronavirus come secondo dopoguerra. Esso ci porterà a fare i conti con una tragedia immane.

Non so se noi, personalmente, ci saremo. Molti avranno perduto una persona cara; altri avranno perso il lavoro; altri avranno chiuso l’azienda, piccola o grande che sia (dalla bottega al bar, al ristorante, all’albergo…). Sarà tempo di ricostruzione, riflessione, riadattamento alla vita. Il governo italiano, per venire incontro alle esigenze di tutti coloro che saranno stati danneggiati dal dilagare della pestilenza, ha stanziato, con tempestività, 25 miliardi. Altri arriveranno dopo l’ultimo deliberato di Bruxelles. Altri si vorrebbero. E’ scontato che il più andrà al Nord, dove i danni sono stati obiettivamente più vasti, sia per densità di popolazione, sia per la presenza di fabbriche, sia per ricchezza di vita in genere.

Tra le Regioni del Nord, il più dei contributi, giustamente, sarà assegnato alla Lombardia, al Veneto e alla Emilia Romagna, cioè alle Regioni più danneggiate, ma ieri più forti, che, per questo, in passato, più hanno presunto di sé. Sono state, infatti, le più caparbiamente e ostinatamente ferme a chiedere “l’autonomia differenziata”, che, tradotta per tutti, significa: “La ricchezza è mia, la produco io, ne faccio quel che voglio io”.

Perciò, da meridionali, anzi da italiani, passata la tempesta, una riflessione bisognerà pur fare. Non è giusto, non è logico, non è onesto pretendere di riservare a sé la ricchezza, chiedendo allo Stato massici interventi quando si sta male, si ha bisogno e si muore. Come è facile verificare, l’unico tasto su cui battono Salvini, Berlusconi e Giorgia Meloni, è quello degli sghej. Null’altro.

E’ inutile nascondersi il fatto che i 25 miliardi stanziati dal governo nazionale (e non dalle tre Regioni), e tutti gli altri di Bruxelles, significheranno meno risorse al Sud e nuove tasse pagate anche dal Sud. Coraggiosamente e caparbiamente, perciò, un fermo no va opposto alla autonomia differenziata, in qualunque forma essa, in futuro, venga proposta. Qui si parrà la nobilitate del governo Conte2 (se sarà ancora in vita); e qui, soprattutto, si parrà la nobilitate del PD e delle residue forze di sinistra.

Né basta. Come, dopo la guerra, ci si ricompose e, uniti, si gettarono le basi di uno Stato moderno e di una rapida rinascita, così dev’essere dopo il coronavirus. L’ha ripetuto, per la seconda volta il Presidente Mattarella.

Va finalmente preso atto, alla luce della tragedia che stiamo vivendo, che una Italia a due velocità, è tragedia che si aggiunge a tragedia. L’Italia a due velocità è tale nella salita, ma lo è anche nella discesa. Tra i guasti, va registrato persino un virus morale, razzistico. Mi domando a quali e quante accuse saremmo andati incontro, nella voce stentorea dei “governatori” del Nord (nessuno escluso), se il coronavirus fosse partito dal Sud. Presto si sarebbe rispolverata la storia di un Sud sporcaccione, ladro, sconsiderato, anarchico, violini e tamburelli e, a buon mercato, mafia e ‘ndrangheta.

Alla luce di queste considerazioni, urge ricomporre l’unità nazionale in senso economico, demografico, sociale, culturale e, infine, morale. Va, perciò, riconsiderata tutta la questione delle Regioni. Non si può permettere, a sanguigni “governatori”, spesso incompetenti, senza alcun supporto scientifico, non si può permettere – dicevo – di entrare a gamba tesa, in competizione con lo Stato. Si vuol dire, con forza, che va tolto loro ogni potere legislativo e autonomo, assegnandogli, come voleva Togliatti, solo funzioni esecutive ed amministrative. Uno Stato sbrindellato, in cui ci sono tanti a fare leggi su propria misura, è uno Stato che non funziona e non può funzionare.

Insomma, per dirla forte, vanno riprese le preoccupazioni che furono di molti padri della Patria, che – da Benedetto Croce al citato Togliatti, a Francesco Saverio Nitti -, in sede di Assemblea Costituente sollevarono molti dubbi sulla creazione delle Regioni, la cui istituzione, del resto, non per nulla fu rinviata al 1970, cioè con ritardo di ventidue anni. Né è secondario il fatto che, eliminando tanto peso finanziario, qual è il costo delle pletoriche Regioni, si arriverebbe presto, e in gran parte, al risanamento del deficit nazionale.

In questo ambito, e con perfetta coerenza, diventa indispensabile riaprire, in termini netti, il problema dell’equilibrio territoriale. Si è stanchi di sentire dappertutto, al Nord come al Sud, la lamentatio di un Sud che si va spopolando e di un territorio, quello meridionale, che, anche per mancanza di abitanti, si va sgretolando. E’ da scommettere che i danni immani del coronavirus sarebbero stati meno tragici, se non ci fosse stata la concentrazione della vita nazionale tutta nelle Regioni del Nord. Del resto, se il Sud non ha avuto gli stessi danni materiali del Nord, e se questa volta è stato più fortunato, è successo solo perché, per sua sfortuna, e nonostante forme di deplorevoli jacqueries, la popolazione è meno concentrata, come, ovviamente, meno concentrata è la vita in termini di treni, strade, autostrade, fabbriche, opifici… Il che, peraltro, porta, come conseguenza, anche la povertà di servizi, quali sanità e pubblica istruzione.

Altro che maggiori capacità e onestà del Nord! E’ come dire che il coronavirus, come la guerra, ha fatto scoppiare, anche in termini di malattia e di morte, le storture di un Paese, che non è più un “Bel Paese”.
Va quindi considerato che, come è fondamentale una revisione e un radicale ridimensionamento del ruolo delle Regioni, altrettanto fondamentale è un piano per il Sud, che sia una nuova Cassa per il Mezzogiorno.

Questo significa che, all’interno della ricostruzione, il rapporto va rovesciato. Il movimento Sud-Nord, finora seguito, va capovolto in direzione Nord-Sud, in un’ottica e secondo una filosofia necessariamente diversa. Si ricordi che, se il problema del Sud, nel secondo dopoguerra, fu posto come problema prioritario, fu perché l’obiettivo era quello di uno Stato sociale, cioè uguale e giusto.

Operavano allora, e operarono nella stesura della Costituzione, il solidarismo cattolico e il marxismo socialista. Ciò portò alla riforma agraria, alla scuola materna statale, alla scuola media unica, alla nazionalizzazione della energia elettrica, alla creazione di numerosi ospedali di zona, alla politica della casa e, per Matera, allo sgombero dei Sassi e alla costruzione di case dello Stato per circa 20.000 abitanti! Si pensi alla industrializzazione della Val Basento e allo Statuto dei Lavoratori!

Purtroppo, dopo le deviazioni del craxismo, dopo “Mani pulite, e dopo la caduta del muro di Berlino, venne il mito del liberismo a tutto tondo, cioè selvaggio, nella convinzione, fatta girare come uno slogan, che “il privato è bello”. Non servì che qualcuno mettesse in guardia contro il pericolo insito nella “economia di mercato”, che significava individualismo, guerra di tutti contro tutti. Si ebbe la privatizzazione delle poste, delle ferrovie, nella sanità, nella scuola… Abbiamo affidato a un comico, senza cultura politica e senza cultura economica, forse senza cultura in genere, le sorti del Bel Paese. E l’abbiamo fatto brutto.

Se così è, e se veramente si vuole che il coronavirus funzioni da scopa, bisogna, perciò, che esso raccolga tutta la spazzatura che nella cultura e nella politica italiana si è raccolta dagli anni 1980. Togliendo tanta incrostazione e tanta sozzura, si ritroverà il fondo lucido del socialismo e del solidarismo cattolico. Ma ci vorrà coraggio, perché ci saranno troppi che si opporranno.

E’ vero, perciò, che un progetto di questo genere ha bisogno di altra classe politica, di altro livello culturale e morale, di nuovi “padri della patria”, di nuova fede. Una volta si diceva: “Avanti i giovani!”.

A guardarsi intorno, oggi, si incontrano Salvini, Renzi, Giorgia Meloni, Di Battista… Vien voglia di dire, come disse il buon Cicerone: “Avanti i vecchi”. E’ triste, ma vero.