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E’ la verità.Tradizioni tradite… Si è perso tanto nelle feste per il Santo Patrono

A dirlo il pomaricano ‘cittadino del mondo Gianni Palumbo, con una lettera aperta, dal taglio antropologico nel solco della memoria e delle tradizioni, rivolta al comitato festeggiamenti del Patrono San Michele Arcangelo. Nulla contro i volontari che ne fanno parte. Anzi. Ne apprezza l’impegno senza sosta e i risultati raggiunti nell’organizzare la Festa, che cade a maggio. Ma è deluso e perplesso per tutti quegli aspetti che alimentano protagonismo individuale,che fanno dimenticare l’Altro- osserva Palumbo- il rapporto di fede e rispetto per il Santo Patrono. E ricorda sua nonna, che nel secolo scorso andava a piedi in processione quale segno di devozione, come rappresenta la foto in bianco e nero del servizio concessa dall’Archivio ”Domenico Notarangelo”. Palumbo cresciuto in ambiente cristiano, adesso si sente animista, ma continua a non capire la ”deriva” di gran parte delle feste patronali e alcune con aspetti promozionali social più vicine al calcio virtuale, all’effetto piromusicale che alla radice devozionale del Santo. Palumbo, facendo onore al suo cognome, cerca un colpo d’ala …di verità in sincronia (magari) con quelle di San Michele Arcangelo e conclude con una amara considerazione. ”…Oggi, invece, l’Altro è scomparso- commenta Palumbo- Resta solo il Noi, che celebra sé stesso attraverso rituali sempre più costosi e sempre meno significanti. La statua carica d’oro e danaro non rimanda più a nulla: è diventata un feticcio, uno specchio, un palcoscenico su cui la comunità mette in scena la propria identità. La tradizione merita rispetto. Ma merita anche verità. E la verità è che quando la fede diventa commercio, quando il sacro diventa spettacolo, quando l’apertura all’Altro si chiude in celebrazione del Noi, qualcosa di essenziale si è perso. Forse irreversibilmente”. Dibattito aperto e con la benedizione di San Michele Arcangelo…

L’INTERVENTO DI GIANNI PALUMBO
Una riflessione socio-antropologica
sulla devozione al Santo Patrono.
(Riflessione/lettera aperta al Presidente del Comitato Feste “San Michele Arcangelo” di Pomarico, don Glauco Carriero)
Nel mio paese, come in molti luoghi del Sud Italia, la festa patronale è un evento che scandisce l’anno, un momento atteso, preparato, vissuto con intensità. Si celebra San Michele Arcangelo, figura potente e arcaica, guerriero celeste contro il male, simbolo di purezza spirituale nella tradizione cristiana. La seguente riflessione concerne, in particolare, la grande festa di maggio, realizzata a seguito di un miracolo
del Santo che ha sollevato la comunità di Pomarico (Matera) dalle conseguenze di una carestia, alleviandone la sofferenza (sono diversi i luoghi nei quali oltre al giorno liturgico, che ricade a fine settembre, la festa di San Michele si celebra anche a maggio con analoghe motivazioni).
Eppure, osservando ciò che accade nelle settimane che precedono la festa e durante i tre giorni di celebrazione, emerge un paradosso che merita riflessione: dove finisce la devozione e dove inizia lo spettacolo? Dove si colloca il confine tra tradizione autentica e deriva consumistica?
L’asta della fede
Il “privilegio” di portare la statua di San Michele si determina proprio durante i primi passi della processione e prima che venga superata la fatidica soglia del terzo gradino, sulla scalinata di fronte la Chiesa Matrice, area che immette per le vie dell’abbandonato centro storico di Pomarico, la statua del suo protettore. Quest’anno tale “privilegio” è stato aggiudicato tramite asta al prezzo di 25.000 euro.
Venticinquemila euro per camminare sotto il peso di una statua, in quello che dovrebbe essere un atto di umiltà e servizio devozionale.
Non è un fenomeno isolato. In molti paesi del meridione, portare il santo in processione è diventato oggetto di competizione economica tra gruppi di cittadini, squadre che si organizzano e gareggiano non tanto in preghiera, ma in capacità di spesa.
Il senso originario della processione – l’atto di fede comunitario, la preghiera collettiva, il servizio disinteressato – si dissolve di fronte a queste cifre. Ciò che dovrebbe unire una comunità nella spiritualità diventa occasione di divisione economica: chi può permettersi una determinata cifra accede a un
“privilegio”, gli altri restano spettatori (comunque felici per averci provato, in attesa dell’anno successivo).
Ma i 25.000 euro dell’asta sono solo la punta dell’iceberg. Nelle settimane precedenti la festa, il comitato organizzatore gira, porta a porta, raccogliendo sottoscrizioni volontarie. Decine di migliaia di euro affluiscono così, attraverso contributi più o meno spontanei, più o meno sollecitati dalla pressione sociale di appartenenza alla comunità.

Durante la processione stessa, poi, la statua si trasforma in un ricettacolo di ricchezza materiale: banconote legate con lacci e fatte scorrere attorno ai ceri, ori di famiglia incastonati nella struttura portante, gioielli donati “al santo” in segno di devozione. L’immagine è eloquente: San Michele che procede letteralmente carico di denaro e metalli preziosi, ricoperto di offerte visibili, ostentate.
Il contrasto con il passato
Mia nonna, insieme a tante altre donne fedeli, partecipava alle processioni a piedi scalzi (oggi è fatto residuale, puntiforme, con qualche unità che continua a camminare scalza e stiamo assistendo alla estinzione del fenomeno), la ricordo perfettamente. Era un gesto tipico delle donne devote di un tempo:
camminare scalzi sull’asfalto caldo, sul selciato del centro storico, offrendo la propria sofferenza fisica come atto di fede. Un sacrificio personale, intimo, che non costava nulla se non la propria umiliazione volontaria. Era accessibile a tutti, ricchi e poveri, e proprio per questo autentico.
Oggi quello stesso spirito devozionale si è trasformato in contributo economico. La devozione si misura in euro donati, in capacità di partecipare finanziariamente all’evento, in visibilità sociale attraverso offerte pubbliche (anche in passato le offerte devozionali, in oro o in danaro, esistevano ma erano decisamente meno cospicui, in parte finalizzati ai legati perpetui o temporanei e in parte finalizzati al
reinvestimento in attività sociali e supportate da una fede silenziosa e ancestrale).
Lo iato teologico: la fede come apertura all’alterità e ricerca dell’Altro.
Qui emerge uno iato profondo, una frattura che va oltre la semplice critica sociologica e tocca il cuore stesso della questione teologica: la fede autentica, in qualsiasi tradizione religiosa ma particolarmente nel
cristianesimo, è essenzialmente apertura all’Altro, riconoscimento di una trascendenza che eccede l’orizzonte dell’io e della comunità chiusa in sé stessa.
L’atto di fede genuino implica un movimento centrifugo: uscire da sé, dalla propria autosufficienza, dalla propria misura umana, per riconoscere una dimensione che ci supera e ci interpella. È un gesto di spoliazione, non di accumulo. Di kenosis, svuotamento, non di ostentazione.
Quando la processione diventa, invece, un momento in cui la comunità celebra principalmente sé stessa – la propria capacità economica, la propria coesione sociale, la propria identità locale – si assiste a un movimento opposto: centripeto, autoreferenziale. Non ci si apre all’Altro trascendente, ma si riafferma
il Noi immanente e l’alterità frammentata. Il santo diventa pretesto, non destinatario. La statua è lo schermo su cui si proietta non la ricerca di Dio, ma l’affermazione della comunità.
La dottrina cattolica distingue accuratamente tra venerazione e idolatria: le statue non vanno adorate in sé, ma venerate in quanto rappresentazioni, segni che rimandano ad altro. Il loro valore è simbolico, meditativo. Sono finestre, non muri.
Ma quando una statua diventa oggetto di contesa economica da venticinquemila euro, o molto di più, quando viene letteralmente ricoperta di ori e denaro, quando attorno ad essa si costruisce un apparato finanziario di decine di migliaia di euro, quella distinzione teologica si assottiglia fino a svanire. L’oggetto
materiale assume un valore autonomo, intrinseco, che non rimanda più a nulla al di fuori di sé. La statua non è più segno dell’Arcangelo Michele, ma è diventata essa stessa il centro del culto.
Si crea così un cortocircuito: ciò che dovrebbe essere trasparenza verso il divino diventa opacità,
superficie riflettente che restituisce solo l’immagine della comunità che la venera. Non si guarda attraverso la statua verso Dio, ma si guarda la statua stessa, carica dei propri doni, testimone della propria generosità, specchio della propria identità collettiva.

La trasformazione del sacro in spettacolo
Negli ultimi decenni, questa trasformazione si è progressivamente accentuata, stante anche a quanto ho visto e alle testimonianze che ho raccolto. Ciò che era rito religioso – momento di sospensione del quotidiano, di apertura al mistero, di riconoscimento comunitario nell’Altro trascendente – è diventato
evento, performance, spettacolo.
Il sacro autentico genera silenzio, raccoglimento, timore reverenziale. Crea uno spazio vuoto in cui può risuonare qualcosa che eccede la dimensione umana. Lo spettacolo, invece, riempie ogni spazio: di luci, di suoni, di movimento, di emozioni controllate e prevedibili. Non lascia vuoti, non genera domande, non apre a nulla che non sia già contenuto nell’esperienza immediata.
I fuochi d’artificio, le luminarie, la banda musicale, l’asta competitiva, gli spettacoli musicali – tutto questo costruisce un evento totalizzante che satura l’esperienza. Non c’è più spazio per l’interrogazione, per il dubbio, per il senso di inadeguatezza di fronte al mistero. C’è solo la certezza della festa riuscita,
dello spettacolo ben organizzato, della comunità che si riconosce nella propria efficienza organizzativa.
C’è poi una questione teologica ancora più sottile, legata all’economia della salvezza. Nella tradizione cristiana, la grazia è dono gratuito, non meritato, non acquistabile. La salvezza non si compra, non si guadagna attraverso transazioni economiche. Il rapporto con Dio non è commerciale.
Eppure, in queste pratiche riaffiora una logica antica, quasi precristiana: do ut des, io do affinché tu dia.
Dono ricchezza materiale al santo affinché mi protegga, mi benedica, interceda per me. È una logica di scambio, di compensazione, di equilibrio contabile. Io (collettivo) verso 25.000 euro, tu santo mi devi
qualcosa in cambio.
Questo rovescia completamente la logica evangelica del dono gratuito, della grazia immeritata, del servizio disinteressato. Trasforma la relazione con il divino in una transazione mercantile, in cui le parti contraenti si misurano reciprocamente i debiti e i crediti spirituali.

La domanda sorge spontanea: dove vanno tutte queste risorse? Nessun giudizio negativo o
“complottista”, sia chiaro, perché la gente del Comitato che organizza la festa è fatta da brave persone.
La risposta è nota a chiunque abbia assistito a una festa patronale: fuochi d’artificio, luminarie, bande musicali, addobbi, rinfreschi, musica commerciale. Uno spettacolo effimero che, per la festa a cui è rivolta la mia riflessione (che è contestualmente una lettera aperta al Presidente del Comitato feste), dura tre
giorni e poi svanisce in esplosioni colorate e luci intermittenti.
Quegli ori di famiglia, quelle banconote legate ai ceri, quei 25.000 euro dell’asta potrebbero sfamare famiglie in difficoltà, sostenere malati, finanziare progetti educativi, aiutare chi vive in necessità socioassistenziale in maniera insufficiente (da aiuti statali). Invece si convertono in secondi di fuoco pirotecnico e serate illuminate.
Anche qui emerge un contrasto teologico fondamentale. Il Vangelo è esplicito: il culto autentico a Dio passa attraverso il servizio al prossimo, particolarmente ai più deboli. “Quello che avete fatto al più
piccolo tra questi miei fratelli, l’avete fatto a me”. L’amore per Dio si misura nell’amore concreto per l’altro essere umano, non nell’ostentazione rituale.
Spendere decine di migliaia di euro in luminarie mentre nel paese stesso ci sono famiglie in difficoltà economica è una contraddizione che nessuna giustificazione tradizionale può sanare. Non è questione di modernità contro tradizione, ma di coerenza tra ciò che si professa e ciò che si pratica.

German-born photographer and scholar Max Hutzel (1911-1988) photographed in Italy from the early 1960s until his death. The result of this project, referred to by Hutzel as Foto Arte Minore, is thorough documentation of art historical development in Italy up to the 18th century, including objects of the Etruscans and the Romans, as well as early Medieval, Romanesque, Gothic, Renaissance and Baroque monuments. Images are organized by geographic region in Italy, then by province, city, site complex and monume

L’ironia teologica
C’è un’ironia profonda in tutto questo, soprattutto quando il protagonista è San Michele Arcangelo.
Nella tradizione cristiana, Michele è il combattente contro Satana, l’essere di pura essenza spirituale, il simbolo della giustizia divina che antepone lo spirito alla materia.
Eppure, viene “onorato” con accumuli di ricchezza materiale, con gare economiche, con ostentazione di denaro. Se dovessimo immaginare cosa penserebbe il Cristo dei Vangeli – quello che rovesciò i tavoli
dei mercanti nel tempio, quello che disse “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli” – di fronte a una statua carica di banconote portata in processione dopo un’asta da 25.000 euro, la risposta appare piuttosto chiara.
San Michele stesso, con la sua spada fiammeggiante contro l’empietà, cosa farebbe di fronte a questa scena? La domanda non è retorica: pone in evidenza quanto queste pratiche si siano allontanate dai principi che dichiarano di celebrare.

Sono (diventato) ateo (non agnostico), ma nella mia infanzia sono cresciuto in un ambito di cultura Cristiano cattolica (per di più in famiglia ci sta uno zio sacerdote, missionario in America latina per oltre 50 anni), e benché la mia formazione adolescenziale e soprattutto adulta sia stata condizionata da uno
stampo marxista, consapevole del mio bagaglio, variegato e ampio, ho sempre immaginato la necessità di unire giustizia sociale e dignità spirituale della persona, e ho partecipato con rispetto e attenzione alcuni
riti che hanno coinvolto genuinamente anche la mia famiglia. Ho una mia spiritualità che definirei piuttosto “animista”, più simile a ciò in cui credevano i nativi americani che al Dio della tradizione giudaico-cristiana, ma ho profondo rispetto per le tradizioni autentiche, quelle che portano significato, memoria, identità. Tuttavia, una tradizione mantiene valore quando preserva i suoi principi fondanti.
Quando invece muta in rituale svuotato, perpetuato più per inerzia e dinamiche di gruppo che per autentica spiritualità, è lecito interrogarsi. Senza nessuna volontà di polemica, lo ribadisco, ma come necessità di riflessione.
Questi gesti – l’asta, le sottoscrizioni, i doni pubblici – sono diventati anche atti di visibilità sociale.
Chi dona dimostra la propria appartenenza alla comunità, il proprio status, la propria “devozione” misurabile (a Pomarico fino al secondo dopoguerra i doni devozionali erano prevalentemente riservati al ceto sociale di derivazione nobile e/o borghese, poco o nulla ai contadini). È un teatro dove la fede è il pretesto, non il contenuto.
La comunità non si riconosce più nell’Altro trascendente, ma in sé stessa. La festa non apre a una dimensione che eccede l’umano, ma celebra l’umano stesso: la capacità organizzativa, la coesione sociale, l’identità locale. Il riferimento verticale al divino si è appiattito in un riferimento orizzontale alla comunità.

Una domanda aperta
Non si tratta di condannare chi partecipa in buona fede, né di negare il valore aggregativo di questi momenti. Ma è necessario chiedersi: questa è ancora devozione religiosa o è diventata altra cosa? Un evento folkloristico, una sagra commerciale, un’occasione di competizione sociale mascherata da spiritualità?
I piedi scalzi di mia nonna (e di tante altre donne del ceto rurale) avevano più dignità spirituale di un’intera processione carica d’oro. E forse, nel silenzio di quella sofferenza offerta senza spettatori né compensi, c’era più autenticità che in centomila euro di fuochi d’artificio esplosi, luminarie e spettacoli
musicali in nome di un santo che, se potesse, probabilmente si ribellerebbe a tutto questo.
Quel gesto – camminare scalzi – era apertura all’Altro. Era riconoscimento della propria fragilità, accettazione della sofferenza come partecipazione a un mistero più grande. Non chiedeva nulla in cambio, non ostentava, non competeva. Era pura offerta, puro riferimento a qualcosa che trascendeva l’io e la comunità.
Oggi, invece, l’Altro è scomparso. Resta solo il Noi, che celebra sé stesso attraverso rituali sempre più costosi e sempre meno significanti. La statua carica d’oro e danaro non rimanda più a nulla: è diventata un feticcio, uno specchio, un palcoscenico su cui la comunità mette in scena la propria identità.
La tradizione merita rispetto. Ma merita anche verità. E la verità è che quando la fede diventa commercio, quando il sacro diventa spettacolo, quando l’apertura all’Altro si chiude in celebrazione del Noi, qualcosa di essenziale si è perso. Forse irreversibilmente.
Pomarico, 11 maggio 2026
Gianni Palumbo

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