Sabato 27 u. s. è stato scoperto un monumento a Francesco Paolo Conte, per un atto di valore da lui compiuto il 24 ottobre 1928, quasi un secolo fa. Come in tutte le occasioni del genere, sono stati fatti discorsi commemorativi. Credo cha farà piacere, ai lettori di Giornalemio.it, leggere il racconto che ne fece, in una cronaca del tempo Padre Marcello Morelli, parroco di San Giovanni e parroco di Francesco Paolo Conte, affettuosamente chiamato Ciccillo.

La cronaca è nel n.12 di dicembre 1928, anno VII, del bollettino dei “Santi Medici”, i cui numeri e annate, numerosi, sono pressoché introvabili, anche in biblioteca. Padre Marcello non riuscì a inserirla nel numero di novembre, che, in data 24 ottobre, doveva essere ormai allestito e in fase di stampa. Ecco perché comparve il mese successivo, sotto il titolo di:

L’ ALLUVIONE.
La mattina del 24 ottobre u.s. – comincia il racconto – un violento nubifragio s’abbatteva sulla città, causando l’improvviso allagamento di Piazza Vittorio Veneto, nelle case sotterranee che s’allineano sotto casa Iacovone e di molte case del Basso, specie di sotto il Ponticello e di via Rosario. In uno dei sotterranei, rimpetto al tribunale, dalla violenza dell’acqua furono travolti un tal Domenico Rocco, che ivi vendeva il caffè, e il genero Eustachio Morelli, accorso in suo aiuto. In seguito a ciò, corsero al salvataggio cittadini e agenti di Pubblica Sicurezza. Il Cav. Tornaga, Commissario Capo di Pubblica Sicurezza, in un impeto di generoso eroismo, si gettava nelle onde tumultuose, ma, vinto dalla violenza del risucchio, fu travolto giù nel sotterraneo, dove lo seguiva l’agente Lapedota.

Fu un momento di tragica trepidazione, che indusse il giovane e caro Ciccillo Conti (sic), già del nostro circolo “Contardo Ferrini” e ora del corpo dei Metropolitani, qui in licenza, a buttarsi nell’acqua e trarre su un vecchio e una donna, che erano nella parte superiore del locale. Restavano giù, in balia delle acque, che salivano e stavano per sommergerli, il Cav. Tornaga, il Lapedota e la moglie del già travolto Domenico Rocco. Il povero Conti, volendoli salvare a tutti i costi, s’avventurò nel trabocchetto, che rapidamente l’inghiottiva. Per fortuna il nubifragio cessò, l’acqua rimise della sua violenza, onde il milite Carenza poté penetrare nel sotterraneo e trarre su i tre generosi e la vecchia Rocco. Il povero Ciccillo Conti, però, decedeva prima di giungere all’Ospedale.

Mentre questa scena si svolgeva in Piazza, sotto San Domenico l’acqua, precipitando a guisa di precipitose cascate, smantellava parecchie case e molte ne allagava, sotto il Ponticello asportava un buon tratto del lastricato della via che sprofondava di più di un metro e, invadendo la casa messa sotto la Farmacia Passarelli, per poco non affogava una famiglia composta della mamma e di quattro bambini, che furono tratti su in una sporta, per la finestra di detta Farmacia. Scene analoghe si svolgevano sotto il Liceo.

I cadaveri del Rocco e del Morelli furono rintracciati il giorno seguente in una delle cantine che si sprofondano sotto la Piazza Vittorio Veneto. Nel pomeriggio del 25 le tre salme furono portate al cimitero fra il compianto di tutta la cittadinanza. Il Signore abbia accolte nella luce le anime benedette di tre generosi tutti della nostra Parrocchia, che per loro ha pregato fervidamente.

Sua Eccellenza Rev.mo Mons. Arcivescovo (Raffaele Rossi), accompagnato dal parroco di San Giovanni, si recò immediatamente all’ospedale per confortare e incoraggiare i suoi poveri figliuoli e corse a benedire paternamente il Cav. Tornaga, col quale si congratulò dello scampato pericolo. Inoltre faceva subito distribuire ai più bisognosi una cospicua somma a mezzo dell’abate Morelli, che, da parte sua, con offerte personali e col concorso dei suoi figliani (sic) che hanno dato denaro e capi di biancheria, ha tentato di lenire lo strazio dei suoi figliuoli. troppo duramente privati”.

Mi si lasci, in conclusione, un commento e il ritorno a due mie antiche proposte, che segnalo al sindaco Bennardi, e alla cittadinanza, soprattutto ora che a monumenti si aggiunge monumento. In occasione della commemorazione della Grande Guerra 1915-18, facendomi forte delle direttive del Ministero degli Interni, proposi il restauro del Monumento ai Caduti (che comunque va fatta), di cui chiesi anche la ricollocazione al centro di Piazza Vittorio Veneto. Con un centro, la piazza diventava più piazza. E’ inutile dire che, a parte l’interesse del Distretto Militare di Potenza, il suggerimento fu fatto passare e passò sotto silenzio in Prefettura e sul Comune.

Al Comune feci a suo tempo anche un’ altra proposta. Per evitare un accavallamento di monumenti e palazzi diversi per stile e per storia, chiesi di portare la statua del “Bracciante” nell’atrio antistante all’ingresso del Comune, che a tutt’oggi funge da parcheggio. Avrebbe avuto la funzione di rotatoria. Seguì il classico silenzio. Nel silenzio cadde anche la giustificazione storico-sociale e ideale con cui accompagnavo la proposta. Il “Bracciante”, portato sul Comune –dissi – assumeva il ricco significato del popolo lavoratore che, grazie alla Resistenza e alla Repubblica, fa l’ascesa politica al Comune e l’amministra.

Ma era un motivo troppo difficile anche per gli amministratori del tempo, detti “di sinistra” e di lontana ascendenza comunista. Del che alcuni si vergognavano e facevano abiura. E andò così. Cioè non andò per nulla.

Il che non significa che il discorso non si possa riaprire. Chissà.