Se si è pronunciato per lo Stato Unitario contro un regionalismo poco affidabile e che,oggi, in epoca di epidemia da virus a corona covid 19 mostra limiti gestionali, paradossi e poche luci, il meridionalista tra Ottocento e Novecento Giustino Fortunato da Rionero(Potenza) va apprezzato e rivalutato per quanto seppe dire e fare, andando spesso controcorrente per coerenza morale e onestà intellettuale. Altro che paragoni con lo scrittore russo, autore di ”Guerra e Pace”, Lev Tolstoj. Mantenne equidistanza dalle diatribe locali, è il caso della conflittualità tra Rionero e Melfi per la terza provincia, (per riequilibrare le incongruenze di una Regione che ancora oggi resta una ‘disarmonica’ forzatura amministrativa, territoriale ed economica) e di altre situazioni sulle quali mostrò di essere aldisopra delle parti.

E una conferma di quanto volle portare avanti ”nonostante tutto e tutti”, anche quando fu costretto a seguito di un attentato a lasciare la Basilicata, viene dal recente lavoro di Giuseppe Mastromarino ” Il mondo di Giustino Fortunato nei suoi scritti e nel racconto di Giuseppe Catenacci e di Don Giovanni Minozzi”, pubblicato dalle Edizioni Giannatelli di Matera. Abbiamo letto il libro, in attesa di essere presentato, e ci ha colpito la poliedricità di don Giustino, che emerge dall’intenso carteggio con i suoi amici e su temi diversi, ma tutti trattati con impegno, serietà, coerenza, senza tacere alcun particolare. Colpisce, e lo avevamo appreso da altri scritti, la vicinanza con questa terra confermando, come è giusto amore e nome per la Basilicata, fuori dalle diatribe culturali sul toponimo Lucania che -ricordiamo- rappresenta solo una parte di una regione, divisa da sempre dalle appartenenze geografiche e culturali tra la Valle di Diano e il Sele da una parte, l’Ofanto e la fossa Bradanica dall’altra e in quella che fu la Magna Grecia tra Metapontino e area murgiana di Matera nella terra d’Otranto. Diatribe ”culturali’ e ”identitarie” a parte che continuano ancora oggi, ma non recepite nè dalla Costituzione e nè dallo Statuto regionale, il lavoro di Mastromarino – scritto con citazioni e riferimenti argomentati- offre ulteriori spunti di approfondimento sull’opere e la figura di Fortunato, attraverso il carteggio con Catenacci e Minozzi, la sintesi dei discorsi politici più significativi o tratti da ” Dopo la guerra sovvertitrice” oppure da ”Rileggendo Orazio”.

Abbiamo trovato interessanti i rapporti,e non solo epistolari, con altre figure importanti della Basilicata del tempo come Gaetano Briganti, Domenico Ridola, Francesco Saverio Nitti, Ettore Ciccotti, Raffaele Ciasca, Francesco Torraca e altri , come l’agronomo Eugenio Azimonti e Antonio Sansone da Laurenzana che diresse varie cattedre ambulanti. E poi i temi trattati: dalle calamità naturali ai trasporti dall’istruzione, ai rapporti con il fascismo, sulla guerra e sul gioco del lotto. Un tema di stretta attualità che riporta al ruolo di Stato ”biscazziere”. Fortunato, parlando di Napoli ne ” La città e la plebe” parlando di ‘Giuoco del Lotto” lo definisce come ”passione vecchia e indomata’ e aggiunge: ” è davvero una grande immoralità il lotto. E’ nella città quel che il macinato (triste tassa) per le campagne: la rovina economica e la corruzione morale delle plebi. La cosa più sconcertante è che esso è autorizzato dallo Stato”. E c’era e c’è anche il lotto clandestino…fino ad oggi con quelle giocate da banco ispirate dalla ‘Smorfia’ soppiantate dal web, dal Superenalotto, videopoker, slot machines e via scommettendo. Chissà come Giustino Fortunato avrebbe commentando le acute analisi sugli effetti della ludopatia e i metodi per tentare di contrastarla. Uno spaccato delle ”questioni” meridionali? Forse, anche.