Ce ne accorgiamo oggi, in piena epidemia da virus a corona, con gli anziani – i nostri archivi della memoria- che ci lasciano anzitempo o che testimoniano, come querce centenarie, che esperienza, storie e ricordi non possono finire nell’oblio. E il dialetto con le sfumature diverse dell’antica Lucania e della terra di Basilicata, con influenze da regioni vicine, è la chiave di lettura della nostra storia. A ricordarcelo Armando Lostaglio, figlio del Vulture, che narra di Franco Loi, poeta e critico, e scopritore della ‘nostra’’ poetessa Assunta Finiguerra. Ma ora che entrambi sono nel paradiso delle Muse a noi non resta che la loro e la nostra poesia.
La dialettologia come religione popolare

La scomparsa di Franco Loi, poeta e critico, scopritore della lucana Assunta Finiguerra

di Armando Lostaglio

La dialettologia come religione popolare, una musica arcaica. La recente scomparsa di Franco Loi riecheggia questo assunto. Poeta e critico, Loi ha rappresentato la forma più leale e forse primitiva di rileggere la realtà. Padre sardo, Loi era nato a Genova nel 1930, e già da bambino sarà milanese, città che guarderà sempre con sguardo disincantato: versi dialettali un po’ in contraltare al maggior poeta milanese Carlo Porta. Franco Loi sarà scoperto dal profondo poeta Vittorio Sereni. E, prima, una lunga militanza comunista, l’adesione al movimento della nuova sinistra, e con gli anni ’70 lascia l’attività politica, pur mantenendo una personale religiosità anarchico-libertaria. La sua prima produzione poetica nacque tutta in una breve stagione, nel decennio che va dal 1965, quasi “sotto dettatura” come amava definirsi. Il suo esordio risale al 1973 con “I cart” e l’anno dopo “Poesie d’amore”. Ma Franco Loi è stato anche critico letterario, interessanti le sue recensioni e riscoperte artistiche su importanti giornali letterari. A lui si deve la scoperta in ambito nazionale – ad esempio – della poetessa lucana Assunta Finiguerra (San Fele 1946 – 2009), poetessa aspra e dolce ad un tempo.

La critica, anche grazie a Franco Loi, ha continuato a tenerla in viva considerazione. Con una appassionata recensione della poesia in lingua lucana dedicata alla Luna, tratta dallo struggente “Tatemije” (Padre mio), viene pubblicato postumo, come il recente “Fanfarije” e “U vizzije a morte” (raccolta 1997-2009) edito da Confine, 2016. La poetessa Assunta Finiguerra rimane nota negli ambienti letterari, a partire dal gruppo dei poeti La Vallisa di Bari, di cui facevamo parte, fin dai suoi esordi poetici. E’ una figura di elevata valenza, una voce eretica e di immensa spontaneità linguistica, sanguigna e forte come la sua terra, l’Appennino lucano che sovrasta la sua dimora. E dal suo paese, la poesia di Assunta aveva irradiato di nuova luce, verace e aspra, il panorama letterario italiano. Franco Loi scrisse un’appassionata recensione delle poesie di Assunta, col suo senso del sacrificio, del dolore che ha accompagnato parte della sua vita. “Se avrò il coraggio del sole” (1995), “Puozze arrabbià” (1999, la Vallisa) “Rescidde” (Zone, 2001), “Solije” (2003), contengono versi autentici, immensi: anche per questo Assunta Finiguerra farà parte dell’antologia Nuovi Poeti Italiani curata proprio da Franco Loi (edito da Einaudi). Oltre dieci anni fa aveva spiccato l’ultimo volo dalle montagne di San Fele, in un afflato di odio-amore di impareggiabile ed istintiva pregnanza. Ci ha lasciato la sua grande energia fortemente radicata ad una visione antropologica della comunità lucana. Un suo ultimo lavoro che rilegge Pinocchio in lingua sanfelese, forse racchiude più di ogni altro la forza e l’inquietudine di una poetessa che cerca di uscire dai margini entro i quali una tradizione stantia tende a relegare gli impulsi culturali ed innovativi. Da “Puozze arrabbià” allo “Scricciolo” si racchiude, nel contempo, il meglio della sua visione poetica che fa della lingua madre lo strumento vitale per trasmettere i contenuti più profondi e reconditi con maggior efficacia.
La Lucania non ha più Assunta, ce lo ricordava il grande Franco Loi; tuttavia, conserva intatta la sua miracolosa poesia, drammatica e innocente per la sua radice popolare. Di quella che sarebbe piaciuta a Pier Paolo Pasolini. Al fianco della poetessa un intellettuale di antico lignaggio, Saul suo marito, che ci confidava di lei “è la mia luce…”. Di Assunta si ricorderà sempre quella sua inquietudine, malcelata e istintiva, degna di una figura che lascia un segno davvero indelebile nella cultura non soltanto lucana. E Franco Loi ne era fortemente convinto.