“Andreuccio caro, ti devi mettere davanti allo specchio e maritarti con il tuo viso bambino”.
In questa accorata sollecitazione della anziana Bettina al protagonista sta forse la chiave di lettura più genuina di questo bel romanzo. Andrea dopo quaranta anni, si allontana da Genova per un viaggio solitario verso Sud, e decide di trascorrere un’intera estate a Rotondella, il paese lucano della sua infanzia. Qui, come Bettina intuisce al primo sguardo, assieme alle “radici” Andrea sta cercando il bambino – smarrito nelle pieghe turbolente del tempo – che in quelle stradine attorcigliate si affacciava alla vita; e sta cercando l’uomo – smarrito nell’impatto prosaico con la corruzione, la malafede, il cinismo che sembrano governare ogni evento. La disillusione dell’uomo è palpabile, l’espressione “maritarsi” con se stesso è profonda ed illuminante, la simbologia del male incurabile, efficace.
“È possibile la pace? Ora, con queste mura, con queste case, con me stesso?” La consapevolezza del conflitto interiore è simultaneamente motivo e compagno del viaggio di ricomposizione che Andrea intraprende, da solo, slegandosi temporaneamente dal presente, portando molte donne nel cuore, ma una sola nella mente: la madre, della quale Bettina e pure Vittoria, la professoressa, sembrano essere la reincarnazione, mamme putative, porto di rimessaggio, efficace balsamo per la mente, viatico interiore per “aggrapparsi a tutte le cose che potevano sintonizzarlo con l’anima di quei luoghi restituendogli il senso di appartenenza”. E da ogni angolo del paese, da ogni scampolo d viaggio, da ogni pagina erompe un ricordo denso di emozioni, che sono la tessitura viva della mente. Nella mente e nel cuore c’è la figlia, messaggera obbligata di continuità esistenziale, del riproporsi di nomi e di vicende, di citazioni di vita, come se il vivere fosse fatto di frammenti dai quali occorre ricomporre il senso di un puzzle che scolora. L’aria che si respira in questi fogli è dolente; l’atmosfera, quella di alcuni romanzi di Cesare Pavese.
“Ricercare la bellezza nei musei quando incontrava il lato plumbeo dell’animo umano”, è una delle regole di sopravvivenza che Andrea svela di condivide con la figlia: La Basilicata, Rotondella – benché velata dalla polvere e dalla ruggine delle saracinesche abbassate, le sue case abbandonate, le usanze scordate, gli anziani con gli occhi luccicanti di nostalgia, e le terre delle lotte bracciantili e della protesta di Scanzano contro il deposito di scorie, e la sua vecchia casa ancor piena di oggetti cari che assumono la semplice sacralità dell’opera d’arte – tutto ciò, storia e suggestioni, qui, hanno per Andrea la stessa funzione di un museo, gli riconsegnano, cioè, a pieno, quel potente balsamo per la mente che è “la bellezza”.
Di contro Bruno ci porta a Taranto e alla Genova della scuola Diaz del 21 luglio 2001,
consegnandoci la percezione spaventevole della violenza: quella di chi delinque e fa contrabbando, e quella di chi la malavita dovrebbe combatterla, sfogate entrambe su inermi cittadini, l’uno per piazzare stecche di sigarette, l’altra per dare una lezione definitiva a chi ancora crede ci si possa opporre al liberismo globalizzato, a chi ancora crede nella catarsi di un paese sbandato. E ci porta a Rotondella a guardare le barre di Uranio depositatevi dagli USA mezzo secolo fa, quelle che nessun governo si può permettere il lusso di rispedire al mittente, malgrado la diffusione di malattie tumorali in quel circondario.
In queste pagine impariamo che “Girovagare nelle affollate stanze interiori” è causa e insieme è il frutto della ricognizione dell’esistenza, colta nella sua caducità, nel suo essere ponte simbolico – il Morandi fra due mondi, Carlotta fra due Andrea – ponte fra l’argilla di un corpo che si polverizza e la tenera forza di un corpo nuovo che sgambetta e domanda del mondo.
Il romanzo è in tutte le librerie, edito da Edigrafema.

(w/cody)*