HomeCulturaDa Kant a don Angelo: "sàpere àude"

Da Kant a don Angelo: “sàpere àude”

Osa essere saggio, Kant citava Orazio. Pensare secondo testa e coscienza. Incassando farisaici schiaffi.
Fino a dire che la legge scritta dai catoni di epoche scorse o dai Draghi odierni può stonare rispetto a una GIUSTIZIA EQUA, che è l’oggetto di queste righe.
Dalla storia di fine anni 70: le ultime propaggini del miracolo economico erano già finite con la crisi petrolifera del 73.
Un ambizioso “guappo” del PCI partenopeo, (poi eletto, anzi acclamato per ben 2 volte capo dello Stato), aveva tirato fuori dal cilindro la formula dell’EVASIONE DI NECESSITÀ.
Napolitano conosceva gli stenti nella città da cui traeva il nome.
Io giovane idealista senza i calli dell’esperienza pensavo a un partito tutto d’un pezzo, e fui turbato da quella concessione all’ITALICO ARRANGIARSI.
Mi pongo oggi ancora qualche dilemma, nel senso che se il principio è equo, perché il diritto positivo non lo accoglie?
Forse a chi srotola le pergamene del diritto manca la fantasia e la dialettica per realizzare un principio su cui avrebbero potuto ritrovarsi Kant e Tommaso d’Aquino?
Ma che parlo di diritto equo, dopo le devastazioni giuridiche delle leggi ad personam, la mano libera data a Total & company in terra lucana, l’autonomia differenziata, il tappeto rosso steso agli ultra-miliardari? Quanto sono desueto!
ECCEZIONI E STRAPPI ALLA NORMA sono diventati l’eclettica regola. Forte è la tentazione di gettarsi addosso la spugna. “Siamo tutti coinvolti” scrisse una volta Cacciari. Nelle vischiose transazioni a tutti i livelli del Palazzo in cui il filosofo era entrato.
Il maggior beneficio del NEO-LASSISMO amministrativo non va tanto ai trasgressori di necessità. Cresce piuttosto col patrimonio al proprio attivo e le complicità di cui si gode – vedi estese frodi al già iniquo bonus 110%.
Come nel Far West di Sassi e dintorni: ognuno si allarga a dispetto non dico di equivoche REGOLE – siamo specialisti a ricamarci le più convenienti -, ma della legge morale, che è ben altra cosa.
Cos’è la LEGGE MORALE? Un legno fracido dato alle tarme?
Dovrebbe presiedere alla difesa della vita umana e – imperativo categorico – di tutte le specie, anteponendola alle brame individuali e corporative. Privilegiare i BISOGNI PRIMARI, che mantengono e generano la vita.
Detto in zecchini di latta: non puoi allargare il tuo ristorante a dismisura in un Patrimonio dell’umanità, fino a rendere impossibile al vicino il semplice vivere nella casa dei padri.
Prima viene il bisogno di abitare, poi l’espansivita’ di un aspirante nouveau riche. Non compare nelle leggi, ma può ispirarle, perché scolpito nelle coscienze.
Importa poco se hai in qualche tiretto una foglia di fico di un ufficio compiacente – importa di più il senso di equità secondo la scala dei bisogni.
Non puoi riempire di sedie e tavolini una stradina o mezza piazza – uno spettrale deserto nelle ore non prandiali -, lasciando – bontà tua – alle auto l’altra metà, ed i PEDONI CHE SONO LA MAGGIORANZA si arrangino..
Ed in generale, ha ancora senso giudicare il singolo comportamento, magari appena sul crinale dell’illegalita’, isolato da tutto il resto? Bene o male vi è una riottosita’ che consegue alla cronica incertezza della legge o ai torti subiti.
Le pallide rimembranze di catechismo mi dicono che le porte, se di inferno, purgatorio o paradiso, si aprono non sulla base di un brusco gesto di stizza o una mancata ave maria, ma al prospetto di tutta una vita di peccati e di virtù nonché di dedizione e opere di misericordia. E di patimenti che le religioni sanno percepire, anche quando sono troppo fataliste per risolverli.
Don GIOVANNI MELE e il suo allievo don ANGELO TATARANNI hanno osato “sàpere”, si sono rimboccati le maniche, e svestendosi del proprio particulare hanno agito fornendo servizi come lo Stato non sa (più) fare.
Sacrificando anche la salute.
E per passare all’altra Tataranni, la pm televisiva, sarebbe quindi realistico ed equo nella nostra Giustizia fare un bilancio complessivo dei torti commessi e subiti in un arco di tempo dalla persona giudicata.
Anche considerando la sua posizione sociale di forza o debolezza, e – siamo o no in capitalismo – quanto utile ha tratto violando la legge.
Non ciò che possiede rende l’uomo ricco, ma ciò a cui sa rinunciare.(..) E possibilmente l’umanità vince se è capace di perdere”.
Non l’ha detto il poverello di Assisi, ma Immanuel Kant.

Stefano Matera
Stefano Matera
La mia fatica di Sisifo è stata occuparmi da sempre del fenomeno lingue. Le ho studiate in Germania e Irlanda, per poi lavorare come traduttore. Con tutta l'ammirazione per le virtù del medium, non sarò mai un giornalista, di quelli che dicono della loro professione: "Meglio che lavorare". Non fa per me la separazione ipocrita di fatti e opinioni. Credo nella dialettica e nei dialetti, nella laboriosità del pensiero lento. La forma è contenuto, e si lascia cesellare fino a dare il più grande risalto alle idee che, si spera, hanno in sé la verve per salvarci. Ci vorrà del lavoro a riempire il baratro di apatia in cui è precipitato il pensiero.
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