“Sto dentro all’elenco, a Roma, da dove mi chiamano per fare il cinema… ne ho fatti tanti, che non mi ricordo più quanti sono … e adesso sto facendo quello di Giemmsbond”, dice l’anziana signora come me seduta alla panchina sotto la pensilina dell’autobus. Eh sì, c’è chi ormai ci campa dalla turistificazione dei Sassi e chi ci guadagna, sia pure nell’estrema precarietà propria del fenomeno.

E anche da noi, del resto il cinema si evolve, si innova e lancia la sua idea di sviluppo territoriale per la promozione dell’industria cinematografica, una nuova modalità di fare cultura e spettacolo che associa la produzione cinematografica alla promozione e valorizzazione del territorio, generando occupazione e puntando sui giovani talenti. L’idea di cinema diventa così un processo di ingegnerizzazione, un processo industriale che si autosostiene e i costi sono contenuti, si genera occupazione locale e si mettono alla luce le eccellenze paesaggistiche, storiche, culturali e naturali di un territorio che diventa uno dei protagonisti del film.

Le Majors cinematografiche – quelle americane dettano legge – atterrate a Matera sembra stabilmente,  sono ormai consapevoli che un cinema dai costi folli oggi non sia più sostenibile e puntano sul sostegno ‘infrastrutturale’ dei territori e finanziario degli enti locali i quali, allo stesso tempo, credono che puntare sulle bellezze del territorio mettendone in risalto le peculiarità possa innescare un meccanismo virtuoso dove l’investimento iniziale generi ricadute importanti per il territorio stesso: mediamente, i fondi erogati dalla mano pubblica ritornano nelle economie locali con una ricaduta, per ciascun euro investito, di 1,5-3 euro. E poi tutto ciò riguarda la possibilità di dirottare verso il territorio nuovi o più consistenti flussi turistici e di denaro e di sviluppare localmente nel lungo periodo un’attività solida e fiorente nell’ambito della produzione audiovisiva.

Se a questo fenomeno cinematografico, si aggiunge l’idea di fondo che anima l’eventificio di ‘Matera 2019’, si deve concludere che ha vinto, insomma anche a Matera, l’idea, al momento egemone, che per alcune città non ci sia altra fonte di ricchezza economica se non il turismo di massa? La vita e la morte di questi luoghi sembra quindi giocarsi sulla sottile soglia tra il vivere anche di turismo e il vivere solo di turismo.

Col timore che svendere la città antica e allontanare da essa il suo elemento costitutivo, la cittadinanza, non sia la soluzione. Ne sperimentiamo quotidianamente gli aspetti critici, comuni del resto alle diverse analoghe esperienze locali: l’aumento della precarizzazione del diritto all’abitare, l’aumento del costo della vita, la trasformazione delle attività commerciali locali e dei servizi per i residenti in attività turistiche, la precarizzazione delle condizioni lavorative, l’ampliamento costante e spesso nocivo delle infrastrutture, la massificata occupazione di strade e piazze da parte del flusso dei visitatori, l’aumento dei tassi di inquinamento (rifiuti urbani, ecc.), fino alla trasformazione del centro antico in parco tematico (è quel che lamentano gli abitanti dei Sassi, ad esempio sentendosi reclusi in gabbia per la realizzazione delle sequenze cinematografiche del ‘Giemmsbond’; tra l’altro, ignari del progetto strategico delle Majors di trasformare Sassi e altipiano murgico in realistico ‘Golgota’, di cui ne faran parte anche gli abitanti).

Sembra che, nell’arco di una cinquantina d’anni, a Matera ha alla fine prevalso l’idea che di essa s’era fatta Raffaello De Ruggieri e il Gruppo de La Scaletta. E coincidenza (?) vuole che De Ruggieri oggi ne sia il sindaco!

Debbo dire che sono state proprio le lamentazioni degli abitanti dei Sassi (“Non cambia la mia condivisione dell’idea iniziale di chi li riabitò e fece anche dei piani, condivisi all’epoca con il Comune, sul possibile sviluppo basati proprio sui valori della comunità, relazioni, vicinato. Priorità assoluta quindi alla riabitazione e ai residenti, alla comunità umana che rende vivi i luoghi”) a spingermi fino alla rilettura del “Contributo alla comprensione della vicenda storica dei Sassi”, scritta da Manfredo Tafuri con la collaborazione di Amerigo Restucci, oggi Rettore dello IUAV di Venezia.

Perché l’idea che l’assetto dei Sassi e gli investimenti relativi, anche per la loro ingenza, non potevano che dipendere dalle scelte che andavano fatte in campo economico per Matera non ha avuto fortuna ed è prevalsa invece l’idea dei Sassi  come variabile indipendente, “guadagnando all’estetica come scienza dell’anima borghese ciò che è nato come materializzazione del lavoro subalterno dell’uomo”?

Solo spostando su di essi l’intervento del settore edilizio e della turistificazione, dando campo aperto a speculazioni di tipo nuovo, i ceti e le culture dominanti hanno deviato l’attenzione verso obiettivi che costituivano (e costituiscono ancor oggi) un pretesto per l’immobilismo economico-politico di Matera.

Un passo indietro: non voglio sottrarmi  alle proteste condivisibili degli abitanti dei sassi – sia pure i Sassi intesi nella versione di bene estetico-culturale da esibire al mondo dei turisti. Non si può dimenticare l’idea  della sostenibilità in ambito turistico declinata dalla World Tourism Organization (WTO): lo sviluppo turistico è sostenibile se soddisfa i bisogni dei residenti e visitatori di oggi senza compromettere le possibilità dei residenti e visitatori di domani. E il benessere potrebbe essere misurato in termini di reddito, occupazione, istruzione e, se si vuole, anche felicità.  Certamente, in tempo di crisi, prevale la tentazione di rifugiarsi in un prudente egoismo rinviando a momenti migliori la cura degli interessi delle future generazioni: ma il fatto è che il ‘capitale’ è importante anche per le generazioni presenti. Una destinazione che protegge l’ambiente di vita, migliora la qualità di vita dei residenti, tutela le identità locali, riduce lo spreco di risorse energetiche è non solo più sostenibile nel futuro ma anche più competitiva nel presente. I turisti, sempre di più, sceglieranno e premieranno destinazioni sostenibili.

Ma, tornando alle posizioni di De Ruggieri e della Scaletta già negli anni dal 1962 e sostanzialmente confermata fino ad oggi, a sindacatura in scadenza, quella che viene disegnata è “una completa Arcadia, capace di permettere alla borghesia che storicamente si è assunta il compito di distruggere gli arcaici equilibri del mondo contadino, di lavare i propri complessi di colpa salvaguardando con cura le ‘forme’ – ormai vuote di quel mondo, ridotte a oggetto di contemplazione e mercificate di conseguenza”. Insomma, dice Tafuri, si perpetra il permanere della Città nel sottosviluppo, come centro terziario artificiale, “per questo la turistizzazione dei Sassi, che vedrebbe il settore centrale della città come sede di “tempo libero” a scala internazionale, denunciando così la volontà di cancellare dai Sassi la loro reale e tragica storia”.

“I Sassi prima di essere patrimonio collettivo, internazionale o come altro si vuole dire, sono patrimonio locale: co­stituiscono la testimonianza del passato e la continuità del processo verso l’avvenire. Ma la bat­taglia per Matera nuova spazia su un fronte ben più vasto. E’ proprio dell’attuale sistema chiedere ai popoli del sottosviluppo di divenire tu­tori di quei valori tradizionali: dalla natura al paesaggio, dalle antichità al folklore, che lo sviluppo capitalistico ha regolarmente devastato là dove ha scelto di insediarsi. La pretesa di vedere i Sassi come grande concentrazione proletaria non è più legittima di quello di passarli in concessione – con qualche anno di ritardo – dalle mani dello stato a quello di classi sociali in grado di curare il riatta­mento e la manutenzione delle singole cellule abitative e di apprezzarne fino in fondo i valori estetici, estranei adesso come un tempo all’anima popolare. L’alternativa, a nostro avviso – non ammette mezzi termini ed è su queste scelte che la cultura politica materana deve misurarsi nel più breve tempo possibile».

La storia, evidentemente, è andata come “l’operaista” Manfredo Tafuri  aveva previsto per Matera.

Ma non aveva visto allora, non poteva vedere i limiti dello sviluppo: Matera – come tante parti del Mezzogiorno e dell’Appenninico italiano – sicuramente tributarie al modello di sottosviluppo pianificato già nella fase della Ricostruzione e poi lungo tutto il percorso che va dal Miracolo economico, giù, giù fino all’abbandono della Questione meridionale – vive paradossalmente oggi una condizione di ‘vantaggio’ nella crisi dello ‘sviluppismo’. Aver cura dei luoghi oggi significa saperli vedere, saperli riconoscere, saperne interpretare i valori, le regole riproduttive, l’identità profonda. La mer­cificazione sistematica di tutti i bisogni riproduttivi, la tra­sformazione degli abitanti in ‘consumatori’ hanno com­portato una delega crescente di saperi ambientali e ripro­duttivi a protesi tecnologiche. D’altra parte il turismo di massa, apparentemente interessato ai valori patrimoniali dei luoghi, è in realtà l’anti cultura dei luoghi, anzi contri­buisce alla loro ulteriore distruzione, attraverso il loro consumo in quanto merce; l’opposto della loro cura, che richiede relazione con un territorio vivente, ospitalità, scambio culturale. Tragicamente, in questo trascorrere apparentemente disorganico dell’Evento Matera 2019, stiamo ‘assaporando’ i primi costi sociali di questo turismo mercificato; ma conteremo per davvero i danni ambientali, sociali, morali, economici, di fondo quando finalmente si spegneranno le luminarie!

Nei limiti di un articolo non si può fare di più, ma è sempre possibile andare a leggere i tanti e tanti contributi in tema pubblicati anche su Giornalemio.it

Chissà se il prof Restucci, che nei prossimi giorni interverrà all’inaugurazione del Vicinato a Pozzo di Rione Malve, primo tassello per la realizzazione di un parco archeologico, storico e naturalistico che racconti la storia dell’uomo, vorrà spingersi alla rilettura del lavoro di Tafuri confrontandolo con la situazione dell’oggi. E commentarcelo.