Un trovatello randagio, smagrito e mezzo morto di fame e di paura: lo portai a casa e lo chiamammo Miciotto. Qualche tempo dopo una si mise a insistere e non riuscimmo a rifiutare così ne adottammo un’altro che, ragionevolmente, chiamammo Miciannove.

Miciotto e Miciannove sono due gatti – ex maschio l’uno, anatomicamente femmina l’altra, per via della sterilizzazione precocemente subita da entrambi in fase di adozione – che da molti anni vivono con noi, dapprima in casa, ora in un giardino recintato qui accanto che è divenuto il loro regno: colà dormono in un rifugio confortevole e termicamente adeguato, colà mangiano le pietanze che io somministro loro tre volte al dì, secco, umido o leccornia premiale, colà sonnecchiano tra un pasto e l’altro, tra una lucertolina e l’altra cui pigramente danno la caccia, se gliene vien voglia, colà vivono, avendo la recinzione quale confine materiale dell’ampio territorio occupato, ormai avito patrio suolo.

Bullo è un grosso gatto randagio, corpulento e compatto, dall’aria molto poco amichevole, il ras dei bidoni dell’umido nel raggio di due chilometri, che ha deciso di intervenire giornalmente ai banchetti di Miciotto e Miciannove, a volte accompagnato da Musetto, altro losco elemento che si aggira, predatore, nelle più lerce vie del quartiere, per appropriarsi della pietanza del giorno. I due predoni saltano la recinzione sparando in aria con fucili e pistole, cavalcano gettando scompiglio in ogni dove e si avventano infine a saccheggiare i croccantini che io dispenso a ore fisse per Miciannove e per Miciotto: un po’ come quei bandidos di Calveras che nel film I magnifici 7 si presentano al villaggio dei bravi campesinos a saccheggiare cibarie e a predare fanciulle. Miciotto, l’uomo di casa, ha provato davvero a difendere il villaggio, rotolandosi lungamente nella polvere con Bullo, avvintolo in una grossa e strepitante palla bianconera, ma ci ha rimediato graffi contusioni e tagli infetti guaribili in 5 giorni d’antibiotico e cure, oltre a un comprensibile stato d’ansia che, come da certificato medico allegato, per giorni 21 di riposo e cure s.c. non gli permette di fare sforzi né risse né di pigliarsi collera, come direbbero sui palchi di Eduardo. Così, Bullo e Musetto possono tranquillamente entrare nel recinto e ingozzarsi e lasciare tracce di sé per segnare il territorio, sotto lo sguardo sideralmente lontano di Miciotto e di Miciannove la quale, per conto suo, se ne sta sul muro in alto, signorilmente aliena, a osservare con distacco le miserie della vita.

Va da sé che in soccorso dei due (a)mici del villaggio – come nel film – è sceso in campo il pistolero a porre in salvo le vettovaglie e a mettere in fuga il temibile Bullo che, nomen omen, continuamente cavalca nel recinto razziando croccantini, lische e bocconcini e malmenando chiunque mai tenti di opporre resistenza alla sua naturale prepotenza. L’arrivo della cavalleria, però, c’è da dire che ha risvegliato l’orgoglio dei micioni e infatti, quando alla vista del pistolero, Bullo scappa, Miciotto scatta soffiando a inseguirlo al grido di arrivano i nostri! – anche per poter dire, dinoccolato al saloon, che lui e il pistolero oggi l’hanno battuto, quel codardo di Bullo (sic!), guadagnandosi sul campo la menzione di mosca cocchiera ad honorem.

Dopo lunghi combattimenti, Bullo ha capito che gli conviene girare al largo e infatti non si vede quasi più, però qui intorno ha abbandonato la sua Bulla, la ragatta madre di quattro micetti, per discendenza battezzati Bullino, Bullina, Bulletto e Bullettino che le tirano tanto di quel latte da averla ridotta come il ronzino scalcinato di Don Chisciotte con le scapole quasi fuori dalla pelle. Ora accade che all’ora del rancio, Bulla si affaccia timidamente alla cancellata e attende; non entra nel recinto, non oserebbe mai: mi vede, emette un suono, mi avvisa e aspetta, già lo sa che ho sempre un piattino anche per lei.

Miciannove e Miciotto, però, non gradiscono la sua presenza, accorrono al cancello e ringhiano minacciosi, lei si schermisce, scappa, torna, fugge, ritorna, si avvicina al piatto, trema, lecca, quelli soffiano e lei scappa, e torna, ruba un pezzetto e scappa, poi torna e mangia così in fretta – finché fa in tempo – che poi ha il singhiozzo… Mi fissa, ingorda chiede altro cibo, fa il ruttino e: singhiozza.

Miciotto e Miciannove sono preoccupati. Non apprezzano la estensione del welfare a chi sta oltre il cancello, non approvano che si consumino risorse per questa naufraga che viene da chissà dove ad affacciarsi al nostro cancello a chiedere del cibo; mi osservano con aria severa mentre porto il piattino oltre cortina.

  • Tze – ha detto Miciotto l’altro giorno, tirando la lingua fra i canini.
  • Mmmà – ha detto Miciannove scuotendo la testa.

Tanto più che ora Bulla ha preso un po’ di coraggio e salta la cancellata. Non entra nel giardino, no, si ferma sullo scalino, però al di qua del recinto e non più al di là. Miciannove ha messo il muso, non gioca più con me e mangia malvolentieri; Miciotto invece chiede conferme, si strofina, mi chiama e guarda Bulla. Mi chiama, guarda il piatto e guarda Bulla e poi me. Parla chiaro, insomma:

  • Questa si allarga – dice.
  • Ormai entra qui – soggiunge Miciannove.
  • E con il tuo permesso – mi rimproverano.
  • Ragazzi – dico io: – ha fame, non vedete che allatta?
  • Prima noi … – risponde Miciotto.
  • … che c’eravamo già prima.
  • Mo’ cominciamo ad accoglierla qua dentro – incalza Miciotto – poi vorrà dormire al posto nostro.
  • Ma hai visto quanti ce ne sono nel quartiere? – mi domanda Miciannove.
  • Li prendiamo tutti qui?
  • Prenderanno il nostro posto?
  • Sostituzione etnica?
  • Prima noi! – dichiarano in coro.

I giorni passano, i bimbi crescono le mamme imbiancano: al cancello da un po’ di giorni assieme a Bulla ci sono i piccoli, Bullino, Bullina, Bulletto e Bullettino, curiosi, malfermi sulle zampe e … affamati. Quando mi avvicino con i viveri, scappano, timidi, prudenti, come la mamma che non si fa mai avvicinare neanche da me che la nutro, figuriamoci: è l’unico modo di rimanere vivi più a lungo: non fidarsi, lo sanno già, e poi, dopo che mi sono allontanato, un passo alla volta si avvicinano al piattino, mi guardano e infine ci affondano il muso ronfando dal piacere, le code in alto come tanti piccoli minareti.

Una sera ho sentito strilli gatteschi di lotte furibonde, sono accorso e ho visto Miciotto e Miciannove mettere eroicamente in fuga i Bullettini che si erano avventurati al di qua del cancello e ora scappavano in ogni dove impauriti e strillanti, il pelo ritto e i minareti bassi.

  • Embè? – gli ho chiesto.
  • Erano sbarcati di qua dal cancello.
  • Ma sono piccoli!
  • Erano arrivati alla mia ciotola.

Il giorno dopo i Bullettini non si sono visti. Scomparsi. Forse Bulla li ha spostati, forse sono stati adottati. Non lo so.

Bulla poi è tornata. Ha fame. Aspetta fuori dal cancello, mi guarda, lancia un suono e aspetta. Ha di nuovo il pancione, le mammelle stanno tornando in fuori, fra poco nasceranno altri Bullini, o forse dei Musetti: chi lo sa?  Mangia ogni cosa: avanzi, pasta, finanche il prezzemolo del sugo. Miciotto e Miciannove se non hanno la scatoletta loro, quella al manzo coi fiori o le crocchette verdi, non mangiano, voltano il capo e si allontanano lentamente, l’aria afflitta, le palpebre a metà, e lasciano là il piatto come donazione per le formiche e per la gazza che, a giornate, a sua volta assapora: loro non gradiscono.

Ieri ho sentito di nuovo ringhiare: Miciotto ce l’aveva con Bulla, la cacciava via, lontano dal cancello, lontano dal cibo, lontano dalla vita, lontano dall’unica risorsa per dare corpo ai quattro o cinque Bullini che porta in pancia.

  • Beh? – ho strillato a Miciotto. – è incinta, non lo vedi?
  • Aiutali a casa loro – mi ha risposto.
  • Qui ci siamo noi – ha precisato Miciannove. Ora basta.
  • Verranno tutti qui e prenderanno il nostro posto.
  • Vedi che brutto colore che hanno?

Mi sono arrabbiato.

  • Ma come? Non vi ricordate che anche voi eravate in quelle condizioni? Anche voi eravate due cuccioli abbandonati, due mendicanti denutriti quando vi ho raccolto per strada e sfamati, ripuliti, sverminati, deparassitati, vaccinati.

Occhi bassi, ma rigidi.

  • Non vi ricordate che le costole vi uscivano fuori dal pelo e tu eri solo testa e pelle senza carne e le pulci vi stavano mangiando vivi? Non è vero forse?
  • È vero, ma noi eravamo educati – mi hanno risposto.
  • Non andavamo a rubare il cibo degli altri.
  • A insidiare la cuccia degli altri.
  • Prima noi.

Non sentivano ragione.

  • Ma non vi vergognate? Sono fratelli gatti che muoiono di stenti e Bulla aspetta i gattini.
  • Questi discorsi buonisti ci hanno stancato.

Il giorno dopo accorsi attratto da strepiti guerreschi ed echi di sparatorie: Miciotto, con i suoi dieci chili, aveva assalito Bulla che, minuta e smagrita, neppure si difendeva, cercava solo di ripararsi lanciando un forte grido per chiamare me, forse, o per intimidire l’aggressore o solo per protestare o solo per gridare il suo dolore al vento, al quartiere indifferente, al suo sordo creatore che la affamava e la abbandonava in balia della violenza del più forte.

Ho afferrato Miciotto per la collottola e ho consentito così a Bulla di fuggire in salvo. Come avevo fatto per lui quando era finito nelle grinfie di Bullo, qualche settimana fa.

  • E allora? – gli ho gridato.
  • Meee?
  • Che fai? Con Bullo che era più forte scappavi e chiedevi aiuto e ora con questa povera gattina più debole, fai tu il bullo?
  • Uff – ha precisato Miciannove.
  • Bullo e Musetto si erano installati qui in casa vostra a mangiare il vostro cibo e voi rimanevate a guardare, ricordate?
  • E adesso?

Non mi hanno risposto, ma non servono parole: sono animali, come posso aspettarmi comportamenti umani da due animali? Non c’è bisogno di aver letto Bulgakov per capire che non bastano le nostre buone intenzioni a modificare la loro natura e a renderli umani: lo potranno essere solo in apparenza, infiocchettati e pettinati, lisciati e nutriti da coccole e baci, ma nel profondo del loro essere, posti di fronte ai casi reali della vita, essi non potranno che mostrarsi per quello che invero essi sono: degli animali.