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“Com’è cattivo Lei..”

Avrebbe dovuto dire il ragionier Fantozzi, che invece si sperticava di servili elogi..
L’italiano conta su una storia avversa che lo ha reso un campione di pazienza nella sfera pubblica. In privato rimane un querulone.
Ne abbiamo viste tante, e siamo rassegnati a vederne altrettante.
Ma non si pensi che sia una virtù civica tollerare torti e incongruita’ di chi ha un grammo di potere in più. O di faccia tosta. O di narcisismo.
Il male i moralisti lo declinavano ipostaticamente solo al singolare, forse per atterrirci meglio: oggi i sociologi parlano preferibilmente di negatività, devianza o asocialita’.
Ma affrontarlo laicamente in tutte le sue sfaccettature darebbe un tono al nostro sterile chiacchiericcio culturale e politico. Una alternativa non artificiosa al buonismo.
Aveva visto bene Vittorio Foa.
“Finiremo tutti colpevoli per non aver capito che i mali grandi e irrimediabili dipendono dall’indulgenza verso i mali ancora piccoli e rimediabili.
Vi sono nuove scuole psicologiche che osano “misurare” il grado di cattiveria, rischiando il reduzionismo.
D(ARK) FACTOR è un valore unico di oscurità dell’animo individuale, che lo predispone a compiere atti antisociali.
Si ottiene rispondendo a un test, anche in italiano, che sonderebbe narcisismo, sadismo, egocentrismo, e addirittura machiavelismo. E pluribus unum. Preparato dal prof. Hilbig dell’università di Landau (DE). https://qst.darkfactor.org/
NON AMO I TEST, memore di quelli da ridere di Espresso & company che compilavamo al mare d’estate.
E la psicologia è più arte che scienza. A rivelare e avviare a soluzione i problemi non brilla più della SAGGEZZA DI VITA delle magiare (il nostro CIM di un tempo) o individuale di chi la pratica.
Ma ho abbozzato per spirito di testimonianza.
E confesso qui di aver ottenuto un responso lusinghiero per le mie VIRTÙ CIVICHE, l’ha detto il test, anche se io gliel’ho suggerito.
Per converso, temo per quanto riguarda staying power (resilienza) e DOGgedness (capacità di non mollare l’osso), in cui non eccelle nemmeno il mio cane, fin troppo mite in questo cinodromo che è ormai il nostro consesso sociale. Comunque, potete risparmiarvi mezz’ora di coming out/confessione psicologica, rispondendo ad un semplice quesito: siete disposti, pur di centrare il vostro sporco obiettivo, a causare danni, disappunti e sofferenze al prossimo? O a dare uno strappo alle regole “condivise” (fino a che punto?!) di decenza e democrazia?
E rieccoci alla vexata quaestio della GIUSTIZIA, già trattata nell’articolo in calce dello scorso 28/5. Non spreco parole per i soliti assenteisti nella PA, i parcheggiatori in seconda e terza fila, e i dodecafonici del clacson – tutti condonati dalla vox populi.
D’accordo con abolire e DEPENALIZZARE tutta una sfilza di reati del codice Rocco, il miglior classico di diritto, scritto da Mussolini (concediamo qualche scivolata all’ottantenne Nordio).
E pur di non sentirne la mancanza, scriviamone degli altri di reati. Datemi del pedante, ma io comincerei con sanzionare chi lascia in giro OROLOGI ROTTI che indicano perennemente l’ora sbagliata.
Chi non rimuove negli uffici DIVIETI E GRIDA, rami secchi dell’era Covid, e altre scartoffie decadute.
Della serie: seminare zizzania invece che certezza del diritto. Incutere vano rispetto purchessia, anche per norme fantasma.
Chi ci riempie le orecchie di detonazioni ed i polmoni di tossine di FUOCHI D’ARTIFICIO a macchia di leopardo, in alta frequenza di feste private, sposalizi, ricreazione da villaggio turistico, ecc.
I responsabili del bene pubblico che non lo ispezionano e lo lasciano deperire.
Chi costruisce CATTEDRALI E CAPPELLE nel deserto, più o meno perché lo vuole l’Europa, e le lascia boccheggiare senza manutenzione o destinazione d’uso.
(Il “dopo” dovrebbe essere già normato prima dei contratti di appalto).
Ma, a parte la furia sanzionatoria da cui è facile farsi prendere, la minima lezione da trarre dal test è che occorre prevenire coltivando e dissodando il terreno della vita associata, in cui spuntano i virgulti della prevaricazione classista, specista e sessista, contrapposti – perché no – a mitezza, condivisione, signorilità ed equità, che pur esistono.

Da Kant a don Angelo: “sàpere àude”

Stefano Matera
Stefano Matera
La mia fatica di Sisifo è stata occuparmi da sempre del fenomeno lingue. Le ho studiate in Germania e Irlanda, per poi lavorare come traduttore. Con tutta l'ammirazione per le virtù del medium, non sarò mai un giornalista, di quelli che dicono della loro professione: "Meglio che lavorare". Non fa per me la separazione ipocrita di fatti e opinioni. Credo nella dialettica e nei dialetti, nella laboriosità del pensiero lento. La forma è contenuto, e si lascia cesellare fino a dare il più grande risalto alle idee che, si spera, hanno in sé la verve per salvarci. Ci vorrà del lavoro a riempire il baratro di apatia in cui è precipitato il pensiero.
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