La Natura fa il suo corso e come la Peste manzoniana si riprende, con gli interessi, quanto l’uomo le ha sottratto negli anni in nome di un progresso alimentato dalla politica delle mani libere e dei condoni, per alimentare quella politica del consenso fondata sulle clientele. E la Basilicata, con quel magma traversale fatto di insipienza, opportunismi, mediocrità e sfruttamento, che si affaccia con la facciatosta di sempre alle prossime elezioni regionali, è tra le regioni che continua a pagare un prezzo alto dall’arrivo della Quinta stagione dei dissesti, del grigiore, che fa emergere degrado, spopolamento, emigrazione, inquinamento e un malessere fatto di tanta insicurezza per il futuro. Armando Lostaglio, sfogliando le pagine del passato, quando le ‘’Quattro stagioni vivaldiane’’ erano una certezza dell’incidere delle fasi del ricambio della Natura e la ‘’ Nebbia agli irti colli’’ ripeteva a memoria la carducciana ‘’San Martino’’ con ogni mosto è vino, tira fuori l’ombrello della Nostalgia dove il grigio è presente in tutte le sue tonalità. Forse la quinta stagione lascerà il passo a una sesta o riproporrà le quattro della tradizione. Quando? Dipende dall’uomo. Se farà il ‘’mea culpa’’ con la Natura, il Creato e magari riprendendo quando San Francesco ha fatto nella sua breve vita o ha scritto e denunciato un seguace fuori dal coro come Papa Francesco.

L’autunno per noi
Armando Lostaglio

Sa di tempo che passa l’autunno, inesorabile, quasi insopportabile, malgrado la tavolozza dei colori che offre alla vista sia forte e decisa, ineluttabile come il cielo quando decide di piovere. Emana una certa nostalgia, perché l’orologio del tempo si riannoda su se stesso e il crepuscolo si avvicenda e cede il passo ad un anno che pure finirà. Un profumo di incenso, che sa di antico e di profano, un segno del nuovo che ancora attende, mentre ci adottano i versi del poeta lucano Giulio Stolfi che, ne “Il peso del cielo”, scrive: I miei passi soltanto sono vivi / nel silenzio inquietante della notte
aperta di colpo / in arene di biacca. / Vecchio vicolo amico / dalle macerie degli anni / per incanto riappari ma i tetti / sopportano a stento / il peso del cielo (…) non vedo i gerani le viole / la menta alle finestre (…) / Mi veglia un angelo affranto / ora che è liscia, affilata / la guancia della luna.”
E’ sempre la poesia, dunque, a raccontarci il disagio del tempo che vola su di noi, con un’invincibile frequenza, mentre a noi tocca “sopravvivere a stento”. Eppure i sogni dell’adolescenza ci promettevano altro. Ci proiettavano oltre. Futuri incerti ma vivaci e talvolta estremi. Questo ci promettevamo. Mai avremmo pensato di delegare quel futuro a persone incaute, incolte. Non prende mai a costoro quel senso di crepuscolo che sappia guardare alla guancia della luna, non hanno “angeli affranti” a vegliare su di loro. Mai avremmo immaginato di demandare il divenire a sventati attori senza scena. La natura fa pagare ogni scempio che si commette contro. E’ passato anni fa alla Mostra di Venezia (2012, e mai uscito) un film straziante, “La cinquième saison” (La quinta stagione, di Woodworth e Brosens, registi fiamminghi), che nel grigio disegna un futuro nel quale le stagioni si ribellano all’uomo. Malgrado tutto, anche in quest’autunno ci avvolgiamo nel languore di un tempo che passa, che odora di mosto, ma che può essere ancora nostro, che può ancora raccontarci e farci intravvedere luce nuova. In questa sequenza ingrigita di nebbia, pietosa benché romantica, si può uscire dalla “normalità eterna” imposta da un’egemonia senza volto. E’ l’autunno del nostro tempo a farci guardare bagliori di futuro, nonostante l’inverno incomba, e le stagioni continueranno ad avvicendarsi. Ci salveremo dall’avvento della “quinta stagione”, è un imperativo; mentre Walt Witman pontifica “Mi contraddico? Certo che mi contraddico … Contengo moltitudini”, cui fa eco dal lontano oriente “La nostalgia è tempo che si è fermato; e il seme ha nostalgia del cielo, mai della terra”. (Junichiro Kawasaki)