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C’era una volta la Festa della Bruna… Oggi ha bisogno di un ritorno a umiltà e sobrietà

Ed è il disagio, misto a rammarico per quello che è stato, per la Festa in onore di Maria Santissima della Bruna, la Patrona di Matera e dei materani. Ad avvertirlo, e non è il solo, è Francesco Pentasuglia che alla Festa e alla cultura dei Padri è legato, memore della fede e di quella umiltà che fino a pochi lustri fa non conosceva l’avvento, la presenza debordante e deleteria del marketing social che accresce presenze turistiche (ma la città ogni anno sopporta e si muove con difficoltà per i limiti dei crescenti obblighi di sicurezza) mettendo in secondo fila, o diluendo, le radici del 2 Luglio. Francesco, che ricorda formazione e partecipazione alla Festa, con la preparazione e la partecipazione ai diversi momenti di quel giorno, fotografa – a suo dire- quella che è diventata oggi.’’ …È, quella della Bruna, una ricorrenza ormai immolata, nella sua autentica essenza, alle Mani di una spettacolarizzazione esasperata”– scrive Francesco, che respinge l’accusa rivoltagli di non accettare la modernità- ad un turismo spesso incomprensivo ed invadente, alla ricerca spasmodica, in quel giorno, di una visibilità, non meritata e neanche richiesta, da parte di individui che, nell’ occasione, mirano ad un’effimera esibizione di sé stessi, alla gloria di un giorno. E Francesco, come il Patrono d’Italia, chiede un ritorno all’umiltà e alla sobrietà.
LE RIFLESSIONI DI FRANCESCO PENTASUGLIA                                                                                                             “C’era, una volta, la Festa della Bruna. La religiosità popolare, ancora viva in molti comuni lucani, è l’espressione, sobria e partecipata con ardore, di una devozione che ha radici profonde nella storia delle comunità che invocano i loro santi per la protezione e l’intervento salvifico contro i mali che affliggono l’umanità: le malattie, l’ansia esistenziale, la siccità e le alluvioni, il terremoto, ecc. Ho vissuto, per motivi professionali, i momenti più significativi di quelle manifestazioni, in cui emerge un fondo di devozione veramente sentito, spesso confuso, a torto, col folklore.Con lo stesso sentimento partecipavo alla festa della Bruna, particolarmente attratto dalla dimensione agricola e pastorale di un evento straordinario, chiusura di un ciclo produttivo delle campagne, speranza di nuovi e più abbondanti raccolti. Quella festa non esiste più. È ancora una festa popolare, non, però, quella umile dei lavoratori dei campi e degli errabondi pastori, e la Murgia non è più vivificata dalle greggi di capre e pecore. Laudator temporis acti? Forse. Nostalgico di più autentici rapporti umani e di una festa più sobria? .Certamente. È, quella della Bruna, una ricorrenza ormai immolata, nella sua autentica essenza, alle Mani di una spettacolarizzazione esasperata, ad un turismo spesso incomprensivo ed invadente, alla ricerca spasmodica, in quel giorno, di una visibilità, non meritata e neanche richiesta, da parte di individui che, nell’ occasione, mirano ad un’effimera esibizione di sé stessi, alla gloria di un giorno.
La stessa costruzione del carro, ancor prima che abbia inizio la fase operativa, è oggetto di continue polemiche, presenti anche nel passato, ma in forme meno esasperate, perché la realizzazione di quella straordinaria fabbrica barocca esita, ormai, in atteggiamenti di vanità, di superiorità, di una tensione tra i vari artisti concorrenti. Il carro non è più l’espressione della comunità materana. È divenuto l’oggetto del contendere e dell’orgoglio dei suoi realizzatori, la palestra di invidie reciproche e di mai sopiti rancori.
Dov’ è finita la compostezza dei cartapestai del passato? Quando tutto diventa spettacolo, quando i media si appropriano delle manifestazioni della semplice fides di un popolo, creano una specie di mito neanche pagano, senza la pregnanza dei veri miti, un esiziale feticcio. Anche la ricerca spasmodica di consensi nazionali e internazionali rivela, ormai, una mentalità, una disposizione intellettuale a perseguire il successo, che, sostanzialmente, è il riconoscimento dell’intera manifestazione non nei suoi aspetti culturali e devozionali, ma come un elefantiaco apparato di attrattori turistici.
L’accusa che più spesso mi si rivolge è quella di una incomprensione della modernità, di non volere riconoscere l’urgenza della contemporaneità, e quindi, della necessità di adeguare, ai tempi nuovi, la plurisecolare festa. Ma, per non essere il solo misoneista, ascolto tante voci che chiedono il ritorno della ricorrenza ad una misura meno scenografica, a praticare economie sugli aspetti più fastosi e costosi, a ristabilire il sano rapporto tra devozione individuale ed espressioni materiali della sacra manifestazione, a ripristinare l’aura che non conosce esibizionismi di nessuna natura, perché scaturisce dalla disposizione dell’anima di tanti uomini, non di tutti: l’umiltà. L’umiltà, il titolo attribuito a tante Madonne dipinte nei capolavori di artisti neogotici!” Francesco Pentasuglia

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1 commento

  1. Sono felice che l’articolo di Francesco Pentasuglia sia stato pubblicato prima che la Festa della Bruna si compia, come rito che ormai non conserva più nulla né di sacro né di tradizionale. Condivido tutto ciò che ha scritto Francesco Pentasuglia in merito, portando un cognome che alla Festa autentica ha dato valore e significato. Spero si possa interloquire in futuro con i cosiddetti Mani, custodi gelosi di una rappresentazione sterile e senz’anima. La nostra, quella dei materani umili.
    Con apprezzamento e gratitudine.
    Maria Iacovuzzi

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