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CASA CAVA, LA CITTÀ PUBBLICA E IL DIRITTO ALLA CULTURA Una riflessione della Rete dei Quartieri Materani

Il dibattito che in questi giorni si è sviluppato intorno al nuovo bando per la gestione di Casa Cava rischia di ridursi all’ennesimo scontro tra maggioranza e opposizione, tra amministrazioni presenti e passate, tra responsabilità reciproche e accuse incrociate. Noi riteniamo invece che la questione sia molto più importante.

Casa Cava non è semplicemente un contenitore culturale. Non è una sala da affittare. Non è soltanto un bene comunale da amministrare attraverso una procedura tecnica o una gara economica. Casa Cava rappresenta una delle vicende più emblematiche della storia recente di Matera e del rapporto tra la città e il proprio patrimonio.

La sua storia racconta l’intera parabola dei Sassi: cava di tufo, luogo abbandonato e utilizzato come discarica, spazio riscoperto grazie alla passione e alla ricerca di cittadini materani, bene recuperato con risorse pubbliche, luogo culturale che ha accompagnato il percorso di Matera 2019.

Questa storia dovrebbe suggerire prudenza: Prima della gestione vi è infatti il significato del luogo. Prima del bando vi è la funzione pubblica del bene. Prima della sostenibilità economica vi è la sua sostenibilità sociale e culturale.

Negli ultimi anni la discussione sui beni culturali tende sempre più a utilizzare categorie esclusivamente economiche: efficienza, redditività, sostenibilità finanziaria, capacità imprenditoriale, equilibrio dei bilanci. Questioni importanti, che nessuno intende sottovalutare.

Ma quando la cultura viene considerata esclusivamente come un settore economico e i luoghi culturali vengono assimilati a normali servizi da affidare al mercato, si rischia di perdere il loro significato più profondo: Casa Cava è un bene della comunità. È un’infrastruttura culturale pubblica. È uno spazio della città. È parte della “città pubblica”.

La stessa discussione che in queste settimane si sta sviluppando sugli spazi pubblici urbani – qualche buontempone in Consiglio comunale s’è spinto addirittura a proporre di recuperare risorse finanziarie dismettendo pezzi del patrimonio comunale: come i nobili decaduti e privi d’ingegno; sugli standard, sulla città accessibile e sui beni comuni, riguarda anche Casa Cava.

La domanda che la città dovrebbe porsi non è soltanto chi gestirà Casa Cava nei prossimi anni, ma quale funzione vogliamo assegnare a questo luogo? Può e finalmente diventare un laboratorio culturale, un luogo di produzione, un presidio civico, una casa della creatività, dell’associazionismo e delle nuove generazioni? Questa l’idea progettuale originaria; poi venalmente interessatamente tradita!

La Rete dei Quartieri Materani ritiene che il tema della gestione debba essere affrontato dentro una più ampia riflessione sulla rigenerazione urbana e sociale della città. Abbiamo più volte sostenuto che la rigenerazione non riguarda soltanto gli edifici, ma le comunità che li abitano: non soltanto il recupero fisico degli spazi, ma le forme della loro gestione. non soltanto le opere, ma la qualità della vita collettiva.

Per questo riteniamo che Casa Cava potrebbe rappresentare una delle prime grandi sperimentazioni cittadine di amministrazione condivisa dei beni comuni, di co-progettazione culturale e di collaborazione tra istituzioni, Terzo Settore e cittadinanza attiva.

Non si tratta di negare le regole amministrative o le esigenze di trasparenza. Al contrario: bisogna finalmente comprendere che alcuni beni pubblici non possono essere considerati soltanto come oggetto di una concessione economica. La città dispone oggi di strumenti nuovi: patti di collaborazione, amministrazione condivisa, co-programmazione, co-progettazione prevista dal Codice del Terzo Settore; che superano le strettoie del codice degli appalti, opportune per altri ‘oggetti’ pubblici.

Matera potrebbe essere laboratorio di queste esperienze. Per questo rivolgiamo un appello al Sindaco, al Consiglio Comunale e all’intera città. Si apra una discussione pubblica sul futuro di Casa Cava.

Si renda trasparente il quadro complessivo dei beni culturali cittadini. Si avvii una mappatura della città pubblica e dei suoi spazi. Si costruiscano forme nuove di partecipazione e gestione condivisa.

Ma soprattutto si risvegli una città che troppo spesso appare spettatrice delle proprie trasformazioni. Matera ha conosciuto negli ultimi decenni grandi processi di recupero urbano e culturale. Oggi il rischio non è l’abbandono materiale dei luoghi, ma il loro svuotamento civico.

Una città che rinuncia a discutere dei propri beni comuni rinuncia progressivamente a governare il proprio futuro: vogliamo continuare a consumare i nostri luoghi o scegliamo una città che li abita? Scegliamo la cultura come mercato o come diritto? Preferiamo ‘la gestione’ – magari ‘interessata’ dei contenitori o la costruzione di una comunità?

La Rete dei Quartieri Materani ritiene che questa scelta riguardi tutti.

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