Dall’Irpinia alla Basilicata lungo le amarezze, ma anche i saperi e le speranze della cività contadina, per guardare e descrivere uomini,donne, riti, cose e paesaggi all’ombra di coppole che riparano dal sole o salutano una terra ballerina che a causa di dissesti, terremoti ha svuotato poggi, contrade, dai suoni e dalle voci del passato.
Questo e altro in una assiepata piazza San Giovanni a Matera, il cantautore e polistrumentista Vinicio Capossela, ha cantato e letto sul palco di ”Materaradio, la festa di radiotre” con il reading musicato ”Nel paese dei coppoloni”.
Un lavoro tratto da una ”intensa” pubblicazione “Il Paese dei coppoloni” che ha ottenuto la candidatura al prestigioso premio Strega.
E’ stata la classica fatica, scritta in 17 anni (superstiziosi?) per viaggiare, quasi si fosse nel vecchio West, e Vinicio si è presentato con cappellone e tranch da pistolero errante, alla scoperta di miti, tragedie, leggende catturati nel cuore dell’ Irpinia. Un luogo dove ci sono le sue origini e i sedimenti di, una cultura contadina -come Capossela ha ripetuto in passato- della quale “l’Italia è rimasta orfana” e che bussa a credito nella irrisolta “Questione Meridionale” …dal Brigantaggio alle culture e alle scelte politiche dei governi dei secoli a seguire, fino al taglio netto nell’agenda dei governi degli ultimi vent’anni: da Berlusconi a Renzi.
Non siete d’accordo? Beh…spiegateci, lasciando da parte il contesto internazionale, come mai continua la fuga dei giovani, come mai si svuotano di funzioni e presidi le regioni meridionali, accorpati per meri calcoli ragionieristici, come mai la maglia infrastrutturale e la manutenzione del territorio continuano a impedire la crescita del Mezzogiorno.
E la questione morale, la legalità, la illegalità…non si affrontano a suoni di spot. Se non siete d’accordo leggete ”Nel Paese dei Coppoloni” o soffermatevi ad ascoltare le pagine lette, commentate, con tanta forza e ironia da Capossela, che abbiamo ammirato lo scorso anno in un concerto sul piazzale del Castello con la banda della Posta.
Pare di vederli quei volti di contadini segnati da fatica, rassegnazione, ma anche dignità, orgoglio per una terra che a volte pare emani mefitici odori di zolfo, da scacciare con un segno di croce o nel fondo di un bicchiere di vino, tra un pezzo di pane ”amaro” e uno spicchio di cipolla. E lungo il percorso delle pagine di storia contadina, alternati ad atmosfere musicale che hanno spaziato dagli Appennini alle Ande, Capossela commenta il vuoto dei luoghi ma che mantengono una memoria collettiva, tutta da ascoltare per chi ha la pazienza di farlo e che può essere ”riempito” da nuove storie lungo le strade tortuose della vita.
Poi, c’era da aspettarselo, due brani suonati con altri musicisti, alcuni datati e con un omaggio finale a Matera, capitale della Civiltà contadina per la lunga vicenda dei rioni Sassi e nel 2019 ”capitale europea della cultura”.
Tante ” C” con un cappellone e i ”coppoloni” di Capossela… che riportano il Sud al centro del ”cuore” vivo del Bel Paese..

